«Sensazione interiore di aver commesso delle azioni o omissioni che hanno provocato danni o problemi a se stessi o agli altri».
Messaggio esemplificativo. (Da: Sfumature di sentire, vol. 3, pag. 183 e segg.)
Quante volte vi siete sentiti in colpa per qualche cosa? Quante volte avete avvertito dentro di voi quel nodo che tende a condizionare il vostro modo di comportarvi?
È interessante vedere in che maniera gli individui, affrontino diversamente i propri sensi di colpa: c’è chi cerca di compensarli con comportamenti opposti, c’è chi tende a cancellarli, a rimuoverli, a nasconderseli, a non vederli e c’è chi è portato semplicemente ad ignorarli senza porsi alcuna domanda, senza cercare alcun perché per la loro esistenza, illudendosi che, così facendo, essi non abbiano importanza o influenza sulla propria vita.
Voi che siete a contatto con i nostri insegnamenti certamente non dovreste poter essere inseriti in quest’ultima categoria, almeno teoricamente, ma certamente avrete comportamenti simili a quelli delle altre categorie che ho citato, dal momento che esse fanno parte delle reazioni normali di un qualsiasi Io.
Vediamo allora di esaminare il senso di colpa, nella speranza di riuscire a farvi capire nel modo giusto quello che intendiamo dire quando vi diciamo che non dovete lasciarvi sopraffare da essi ma che, invece di restare inerti al loro cospetto subendone l’influenza, dovete porvi in maniera reattiva e meditativa nei loro confronti. Moti
La prima cosa che potremmo cercare di fare è provare a capire qual è l’origine dei sensi di colpa. È però necessario, prima di tutto, fare una distinzione che sembra apparentemente assurda, ma che, in realtà, ha un’importanza fondamentale per sviluppare il nostro discorso.
È necessario, infatti, distinguere tra i sensi di colpa «reali», profondi, collegabili alla comprensione che avete raggiunto nel vostro corpo akasico, e quelli che appartengono, invece, alla sfera dell’Io.
Non voglio dire, con questo, che i sensi di colpa ascrivibili all’Io non abbiano, in fondo, relazione con la parte più profonda dell’individuo, cioè con la sua coscienza e il suo sentire, dal momento che per l’individuo tutto ciò che lo riguarda fa capo ad essa, così come per la Realtà tutto ciò che contiene fa capo al principio divino, ma intendo semplicemente sottolineare che la genesi di questi sensi di colpa facilmente riconducibili all’Io può essere considerata, in una certa misura, diversa da quella degli altri.
Per spiegare meglio quello che intendo proporvi bisogna ricordare l’esistenza di quelli che abbiamo definito archetipi. Avevamo detto che gli archetipi transitori si formano sotto la spinta di ciò che diversi individui ritengono di aver compreso come verità, come realtà.
Essi sono l’elemento che determina lo sviluppo in una determinata direzione invece che in un’altra di quella che può essere considerata l’evoluzione etico-morale delle varie forme di società che hanno preso campo nel corso dei secoli lungo tutto il periodo dell’evoluzione sociale della razza umana sul nostro pianeta.
Prendiamo come esempio il concetto di «uccidere» un’altra persona.
Senza ombra di dubbio l’omicidio è stato un concetto che, nel tempo, ha subito continue modifiche, modificandosi e facendosi via via più preciso a mano a mano che nella coscienza dell’umanità si raffinavano tutti gli elementi che ne costituiscono la genesi.
Alcuni millenni fa uccidere un’altra persona era un elemento che le società di quei tempi consideravano una possibilità relativamente frequente e, altrettanto relativamente, poco importante.
L’uomo, infatti, non possedeva ancora una coscienza molto raffinata e gli archetipi transitori a cui si adeguava erano ancora molto legati al suo passato come animale: l’istinto di sopravvivenza, la difesa del cibo, della famiglia, degli averi venivano sopra ogni altra cosa e l’archetipo a cui la maggior parte dell’umanità si rifaceva era un archetipo secondo il quale, appunto, era lecito e persino giusto uccidere chi minacciava in qualche misura l’ambito personale della famiglia o della tribù.
Ovviamente, vi erano anche tribù o piccole società in cui il discorso era vissuto in maniera diversa ma questo, come vi abbiamo già spiegato, corrisponde alle possibilità offerte dallo spettro di comprensioni presenti all’interno di un archetipo transitorio, spettro di comprensioni che va da una comprensione meno completa ad una comprensione più completa.
Passano i secoli e l’archetipo che abbiamo appena osservato decade sotto la spinta di nuove comprensioni. In occidente, ad esempio, l’arrivo del Cristianesimo fornisce un’ottica completamente diversa al problema, spostando la priorità delle azioni dell’uomo dall’uccidere per difendere i propri interessi e la propria sopravvivenza così come fa l’animale che ringhia e aggredisce chi cerca di portargli via il cibo, all’uccidere per arrivare a guadagnarsi un posto in Paradiso.
Trascorrono, così, secoli di guerre estenuanti, tutte combattute per cause «spirituali», almeno in apparenza: dal difendere la religione cristiana all’indire la crociata per restituire alla cristianità i luoghi a lei sacri.
In realtà, il nuovo archetipo transitorio presenta ancora i semi dell’archetipo passato ma è modificato dall’aggiunta di un mal compreso senso spirituale, nel cui nome si aveva l’illusione di avere il diritto anche di uccidere nel nome di Dio, secondo un’estremizzazione del concetto che «il fine giustifica i mezzi».
Se ci pensate bene non c’è stato nulla, nelle parole del Cristo, che possa aver avvalorato una tale concezione anzi, tutt’altro: basta ricordare l’insegnamento del «porgi l’altra guancia» per rendersi conto che niente era più lontano dal pensiero del Cristo del poter togliere la vita ad un’altra persona. Eppure nel suo nome i morti si sono contati a milioni.
A questo punto vi chiederete come sia stato possibile un tale comportamento da parte dei cristiani dell’epoca, ma ciò non dovrebbe stupire più che tanto: l’archetipo di riferimento si basa su «supposte» comprensioni e queste supposte comprensioni, in definitiva, non appartengono alla coscienza dell’uomo ma sono quelle che contribuiscono a formare il suo Io il quale, in definitiva, è quello che l’uomo mostra di sé nel suo comportamento all’interno del piano fisico.
Si può quindi ritenere che l’archetipo transitorio si rifletta prima di tutto nell’Io e che solo a seguito della ricaduta degli effetti del comportamento che suscita nell’individuo, finisca per avere un qualche riflesso sulla coscienza, sulla comprensione akasica di ogni individuo.
Ritornando a quanto stavamo dicendo, si può osservare che questo nuovo archetipo transitorio era abbracciato da quasi tutta l’umanità dell’epoca, pur possedendo, com’è ovvio, sfumature diverse da società a società.
Così nell’America centro-meridionale l’archetipo transitorio suggeriva la giustezza dell’omicidio rituale per guadagnarsi il favore dei presunti dei locali, in oriente sette come quella dei Thug uccidevano per ingraziarsi il favore di Kali e via dicendo.
Passano altri secoli e arriviamo ai tempi attuali: anche l’archetipo transitorio che abbiamo appena osservato, anche se solo superficialmente, è venuto a decadere e con esso si è attenuata l’influenza della concezione che collegava in maniera pressoché rituale l’omicidio alla religione.
Il nuovo archetipo transitorio nasce dalle ceneri di quelli ormai superati: uccidere per salvarsi la vita viene ancora considerato lecito, uccidere per difendere la propria famiglia o la propria società dalla distruzione viene praticamente giustificato, uccidere nel nome di Dio perde di predominanza, quanto meno nelle società a base cristiana. In questo nuovo archetipo un nuovo elemento è arrivato a porsi in primo piano: l’associazione tra l’uccidere e un frainteso anelito di libertà.
In fondo, la storia resta sempre la stessa, cambia soltanto la giustificazione all’omicidio: se prima l’uccidere aveva connotazione strettamente egoistica agli albori dell’umanità, se in seguito l’egoismo diventava meno materialista e la meta era acquisire favori presso la divinità o garantirsi un posto all’ombra degli dei, adesso possiede una connotazione apparentemente più altruistica e si uccide per aiutare un popolo a riconquistare la libertà, o almeno così si proclama.
Oggi coesistono lotte per la tutela della natura, crociate a difesa dei più deboli, e associazioni dedicate alla protezione degli animali, dell’ecosfera o ad esempio del Terzo Mondo: tutti sintomi che la massa dell’umanità si sta muovendo all’interno dello spettro permesso dall’archetipo transitorio che stiamo esaminando, tendendo verso qualche nuovo elemento di comprensione che porterà, alla lunga, alla comprensione che non esiste nessun motivo che possa giustificare l’uccisione di un altro essere umano: né l’autodifesa, né la fede, né la ricerca di qualsiasi libertà.
In fondo, senza voler essere moralisti ma restando sul piano puramente logico, uccidere per non essere uccisi significa fare, comunque, esattamente quello che sta facendo l’altro, anche se per un motivo diverso, e non esiste libertà sociale che possa rendere libero chi non è libero interiormente ed è pronto ad uccidere per acquisire non la libertà interiore, che è comunque sua se la desidera e che è inalienabile, ma quella esteriore. Ma senza sconfinare nell’etica, ritorniamo al nostro discorso.
Se esaminiamo i sensi di colpa dell’omicida, sia quello attuale che quello del passato, vedremo che essi nascono non tanto dai rimorsi della propria coscienza akasica, quanto dal conflitto tra ciò che l’archetipo transitorio indica come giusto attraverso i modelli in cui si riflette all’interno delle società e quello che è stato il comportamento ottenuto.
Così, per fare un esempio attuale, il terrorista arabo che con le sue azioni provoca la morte di centinaia di persone non ha e non può avere grandi sensi di colpa per le uccisioni messe in atto, proprio perché la sua interpretazione estremisticamente errata dell’archetipo transitorio di riferimento suggerisce al suo Io che, comunque, lui si è adeguato alle leggi dell’archetipo in cui crede.
Ciò non significa che egli non avrà mai rimorsi di coscienza e sensi di colpa per quanto ha fatto, ma fino a quando la sua comprensione non avrà superato la comprensione permessa da quell’archetipo transitorio, egli si sentirà relativamente in pace con la sua coscienza. Questo è un discorso difficile e, per non farvi avere un’idea sbagliata, si dovrà fare ancora ricorso all’insegnamento sugli archetipi, questa volta, però, con riferimento all’archetipo permanente.
Il «non uccidere» è senza dubbio uno degli imperativi morali principali e non vi sono dubbi che esso costituisca uno degli archetipi permanenti i quali formano i punti d’arrivo da raggiungere da parte dell’individuo, nel corso della sua evoluzione, come se fossero le tappe obbligatorie di un percorso che ogni uomo deve attraversare.
Ora, nel nostro esempio dell’influenza dell’archetipo transitorio dell’uccidere riferito a un ipotetico terrorista assassino, avevamo detto che difficilmente egli si sentirà in colpa per le persone che ha ucciso. Questo è vero almeno fino a quando, il risuonare delle vibrazioni proprie dell’archetipo permanente del «non uccidere» riuscirà a farsi largo nella sua coscienza per incominciare a fare breccia nelle supposte certezze create nell’Io dall’archetipo transitorio. A quel punto, l’individuo abbandonerà l’archetipo transitorio in questione per collegarsi a un nuovo archetipo transitorio, più vicino a quello che l’archetipo permanente continua incessantemente a suggerire.
Ed è dall’incontro-scontro tra l’adeguarsi dell’individuo all’archetipo transitorio e il suo confrontarsi interiore con quello che l’archetipo permanente invece insiste senza posa a suggerire come giusto che, nell’Io, incomincia a crearsi la sensazione che verrà poi percepita, spesso in maniera quasi inconsapevole, come senso di colpa. Senso di colpa che ha l’importante funzione di fare da ponte tra uno stato di coscienza e l’altro.
Per progredire nella comprensione di sé, è necessario analizzare i propri sensi di colpa seguendo un percorso graduale: dopo averne presa coscienza e averne individuato le direzioni operative, bisogna distinguere se essi derivano da condizionamenti sociali o archetipi transitori o se affondano le radici nella propria coscienza. Se l’origine è cosciente, il passo successivo consiste nel riconoscere a quali archetipi permanenti essi fanno riferimento, completando così un processo di chiarificazione che porta a una maggiore consapevolezza.
Tutto questo non cambierà da un momento all’altro la vostra vita ma cambierà il vostro modo di attribuire l’etichetta di «giusto» o di «sbagliato» a quello che starete vivendo o che avrete già vissuto e porrà le basi per una nuova e più completa comprensione. Ombra
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Mi era parso di capire, da alcuni interventi di uma, che la guerra ad esempio, fosse necessaria per ristabilire un equilibrio. Che l’Essere incarnati in questa terra, comporti i conflitti, le uccisioni, gli egoismi. Perché è attraverso questi passaggi che si apprende e poi si abbandonano certi AT, per poi non reincarnarsi più.
Da quanto esposto da Ombra, mi sembra di capire invece, che l’umanità tutta è destinata a una progressiva comprensione, fino a stabilire regole perfettamente in linea con la VP. Non comprendo come questo possa conciliarsi.
Se rimaniamo ancorati al concetto di razza( che pian piano stiamo superando, grazie a nuovi studi), per cercare di rispondere a Natascia, avremo sempre guerre e conflitti di qualche tipo finchè quella razza non avrà compreso cosa detta a VP.
Pertanto è giusto anche quello che asserisce Ombra, vale a dire che tutta l’umanità incarnata arriverà ad allinearsi, di comprensione in comprensione, alla VP.
Almeno questo è ciò che ho compreso.