È una delle armi più usate per ottenere attenzione e considerazione da parte degli altri.
Spesso viene messo in atto per condizionare gli altri smuovendo la loro pietà. In realtà, chi fa la vittima finisce col danneggiare solo se stesso perché è tanto intento a lamentarsi e a cercare di ottenere dagli altri quello che desidera avere che si nega la possibilità di essere lui stesso il padrone della propria vita.
Messaggio esemplificativo. Da: Il canto dell’upupa, pag, 113 e segg.
Tra le varie armi che l’Io ha a sua disposizione per affermare se stesso e ottenere ciò che lo gratifica ve n’è una sottile e subdola, che colpisce a fondo e ottiene, quasi sempre, buoni risultati, tanto che la consiglio vivamente a tutti coloro che cercano di ottenere qualche cosa e non riescono a ottenerla attraverso vie più tradizionali e scoperte.
Devo dire che questo strumento di cui sto parlando non è dei più facili da usare poiché richiede doti collaterali a suo sostegno; tuttavia queste doti son patrimonio comune di ogni Io grazie a una lunga pratica e a un’esperienza incominciata fin dal suo primo formarsi.
Occorre, infatti, una recitazione adeguata di stati d’animo particolari e dirò di più: occorre addirittura riuscire a essere davvero convinti che quegli stati d’animo sono reali, così reali da trasparire da ogni più piccolo movimento del corpo.
“Non è facile – direte voi – solo un ottimo attore riesce bene in questo». Certo, ne convengo, ma vi garantisco che all’occasione l’Io sa trasformarsi in un attore così eccellente che anche il più acclamato e riconosciuto calcatore del palcoscenico al suo confronto appare una comparsa inesperta!
Occorre, ancora, saper cogliere il momento propizio, la situazione più favorevole affinché il pubblico sia nella più adatta disposizione d’animo, e possa così venir coinvolto emotivamente dalla tragicità della recitazione; ogni buon attore sa che una pausa all’inizio del programma, sapientemente dosata e, quindi, non troppo lunga né troppo corta, provoca quella lieve, impercettibile irritazione nello spettatore che – ben lungi dall’essere un danno – fa sì, invece, che questi accolga con maggior partecipazione l’inizio della rappresentazione. Dove voglio arrivare con questo preambolo così lungo?
Voglio semplicemente arrivare a parlare di quell’insana tendenza che ogni individuo ha di fare la vittima. Se dovessimo andare indietro nel tempo alla ricerca dell’inventore di questa tecnica così efficace dovremmo arrivare a quell’ipotetica Eva che osservava in silenzio la mela appesa all’albero. Senza parlare – badate bene – perché il vittimismo più efficace è proprio quello che non fornisce elementi concreti allo spettatore, ma gli lascia la possibilità di arrovellarsi nella ricerca del perché altrui, gli dà la facoltà di partecipare direttamente – proiettando nella recita dell’altro le proprie frustrazioni – agendo, in questo modo, sui suoi sensi di colpa più o meno manifesti.
Ditemi voi: chi può biasimare Adamo se egli, forte della sua altezza, della sua muscolatura e del suo amore ha colto quella mela per donarla alla sua amata? Certo nessuno: io stesso non sarei riuscito a restare insensibile di fronte a tal dolore – così delicatamente nascosto.
Perché vedete, creature, la nostra Prima Donna – accortamente – dà anche mostra di voler celare il suo desiderio e la sua sofferenza, in quanto sa che un pizzico di eroismo e di orgoglio, un pizzico di «non voglio che tu ti accorga di ciò, perché non vorrei darti l’impressione di spingerti a fare ciò che io voglio» è un tocco da maestro, una stoccata che facilmente induce a dare sfogo alla generosità e all’arrendevolezza altrui.
Cara la mia Eva! E pensare che sono state create scuole di recitazione, mentre tu hai lasciato in eredità alla tua progenie le tue stesse indubbie doti naturali di Prima Donna di quell’immenso spettacolo che è la vita dell’uomo! Scifo
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