Chi siamo noi, Cerchio Ifior? [A258]

Abbiamo parlato diverse volte, in questi molti anni, del concetto di simbolo.

Tuttavia restano delle considerazioni da fare che sono implicite in tutto il discorso che abbiamo fatto ma sulle quali, come ho detto il mese scorso, non vi siete soffermati più che tanto cercando di ampliare i ragionamenti fatti, limitandovi a prendere le nostre parole così come vi sono state dette, dimenticandovi che il vostro compito non è quello di leggere la “Bibbia” del Cerchio ma di cercare di comprenderla e, magari anche, quando è il caso, di applicare all’esame della vostra vita di tutti i giorni i concetti che vi sono stati presentati, ricordando che l’insegnamento che vi abbiamo portato non è settoriale e fatto di elementi a sé stanti, bensì un insieme armonico e correlato di tutti i fattori che costituiscono quella che abbiamo definito – forse un po’ presuntuosamente – l’Architettura della Realtà.

Il simbolo è strettamente legato, come abbiamo abbondantemente sottolineato in passato, alla comunicazione. Infatti, è un elemento che permette di comunicare idee e concetti anche molto complessi e non solo ma, considerando che ogni simbolo viene a contatto con la percezione soggettiva di chi intende interpretarlo e le molteplici prospettive in cui può venire osservato, ogni simbolo ha diversi livelli di lettura e di decodifica che portano alla formulazione di interpretazioni delle informazioni che esso racchiude in sé molto diversificate tra di loro, anche se riguardanti aspetti congruenti tra di loro.

Molti anni fa vi avevo proposto alcune considerazioni su un tipo di scrittura che veniva adoperata nell’antica Atlantide, soffermandomi su alcuni dei suoi simboli e mostrandovi il parallelismo tra alcuni dei concetti che proponeva con l’insegnamento filosofico che vi stavamo portando.

All’epoca, quanto vi avevo raccontato non era stato considerato da tutti voi altri che un’eccitante curiosità (il mito di Atlantide ha sempre stimolato la fantasia e anche le elucubrazioni più sfrenate di chi si occupa di questo tipo di argomenti) che appagava il desiderio dei vostri Io di essere a conoscenza di qualcosa che li distingueva – se non addirittura elevava – al di sopra della massa permettendogli di applicare a se stesso l’etichetta dell’”Io so”, senza soffermarvi più che tanto sulla parte filosofica che, invece, era il vero nocciolo di quanto vi stavo presentando.

Facendo un parallelo con le scritture dell’antico Egitto potremmo classificare i simboli del linguaggio atlantideo che vi ho descritto di tipo ieratico, assimilabile alla scrittura ieratica egiziana, con la fondamentale differenza che mentre la scrittura ieratica egiziana era prettamente adoperata dalla casta religiosa di quella civiltà e, quindi, strettamente collegata alle concezioni religiose di tale casta, la scrittura ieratica atlantidea veniva adoperata dai sapienti dell’epoca per esprimere complessi concetti filosofici e descrivere l’architettura stessa della Realtà, sfruttando una simbologia che partiva dalla costituzione dell’individuo incarnato per arrivare a individuare il suo collegamento e la sua reale posizione evolutiva all’interno di tale Realtà.

Come sempre, i simboli ideati da una razza non spariscono con l’estinzione della razza che li aveva ideati, ma si trasmettono – anche se, magari, in maniera distorta e, talvolta, con fraintendimenti vari, per adattarli alle concezioni di base che fanno da fondamento del percorso evolutivo di una razza diversa – alla razza successiva, mantenendo costante il collegamento tra una porzione dello sviluppo interno di un Cosmo e un’altra, contribuendo, in questo modo, a dare unitarietà al Cosmo stesso e – non ultimo – favorendone la continuità e l’esistenza.

Ecco, così, che la scrittura ieratica atlantidea ha dato vita alla simbologia della scrittura ieratica egizia e ha trasmesso alcuni dei suoi simboli in civiltà anche molto distanti nel tempo e nello spazio dal luogo da cui aveva avuto origine.

Sono ascrivibili alla provenienza atlantidea, per esempio, sia il simbolo dell’ankh egizio (☥) che il simbolo dell’ascia bipenne dell’epoca minoica o, in epoca successiva, la croce del cristianesimo e, addirittura, la croce nazista, pur con le evidenti storture concettuali che le sono state attribuite per adattarla alle strutture politiche e di potere che l’hanno adoperata.

L’interpretazione di questi simboli può, con una certa facilità, essere concettualmente traducibile adoperando i fondamenti che appartenevano alla scrittura ieratica atlantidea.
Ne è un esempio evidente il simbolo dell’ascia bipenne (che, ricordiamolo, in greco si denominava Labrys, e questo avrebbe potuto farvi fare dei collegamenti interessanti… ma non voglio infierire oltre): la parte centrale (ovvero il manico dell’ascia) può essere concepita come la rappresentazione grafico-simbolica dell’essere umano e le due lame esterne come il suo essere bipolare, ovvero con la caratteristica di offrire all’individuo incarnato la possibilità di agire o meno in accordo con le leggi del Cosmo.

E, ancora, può simboleggiare la trasformazione dell’uomo da ciò che era all’inizio della sua incarnazione verso ciò che arriverà ad essere nel suo percorso evolutivo. Oppure (ricordando le diverse possibili interpretazioni, che non necessariamente si escludono a vicenda ma che, anzi, arricchiscono e approfondiscono in maniera sinergica il significo del simbolo) la capacità data all’uomo di osservare il suo passato per spingersi verso un suo futuro adeguato al suo sentire sempre più ampio e strutturato.

Oppure ancora (rammentando ciò che vi avevo detto, ovvero che in una certa prospettiva la parte destra del simbolo poteva essere riferita alla parte conscia dell’individuo e quella sinistra alla sua componete inconscia) l’evoluzione del sentire dell’individuo che porta alla sua consapevolezza ciò che era già dentro di lui ma che non riusciva ancora a mettere in relazione consapevole con ciò che egli è veramente.

Immagino che potreste domandarvi come mai in questo messaggio che, con tutta probabilità, terminerà il nostro insegnamento filosofico, ci soffermiamo proprio sul simbolismo, ma la ragione ve l’ho già detta: intendo chiarirvi alcuni concetti sui quali non avete riflettuto abbastanza e mostrarvi come in essi si trovino alcune delle risposte che apparentemente sono rimaste senza chiarimenti da parte nostra, come ad esempio “chi veramente siamo noi”.

Il simbolo su cui desidero soffermarmi in particolare è il simbolo della clessidra che, se lo ricordate, abbiamo adoperato all’interno di quel complesso grafico che vi avevamo proposto che racchiudeva in sé i vari percorsi ed elementi in gioco all’interno del processo evolutivo che conduce l’individualità a sperimentare le varie componenti della Realtà fino a portarla al compimento del suo cammino, ovvero fino alla sua ricongiunzione con l’Assoluto.

Capisco che si tratti di uno schema molto complesso e sul quale ci sarebbe stato veramente molto da dire, ragionando insieme, ma così non è stato e non serve a molto rammaricarsene.

Forse, però, un po’ più di curiosità avrebbe dovuto spingervi, quanto meno, a domandarci come mai avevamo adoperato proprio il simbolo della clessidra.

L’accostamento tra il simbolo della clessidra e quello dell’ascia bipenne è, dal punto di vista grafico, del tutto evidente, sebbene solitamente la prima sia rappresentata verticalmente mentre la seconda orizzontalmente, e basta “coricare” la clessidra per osservare in maniera indubitabile la correlazione grafica tra i due simboli, entrambi costituiti da due triangoli rovesciati l’uno rispetto all’altro e uniti per la punta.

Se visualizzate tale immagine potrete notare anche la relazione con un altro simbolo usato fin dall’antichità – e spesso accostato al simbolo dell’ascia bipenne – ovvero il simbolo di una farfalla stilizzata. Magari vi chiederete cosa c’entra, ora, il simbolo della farfalla, ve lo spiego subito.

La farfalla è sempre stata (e, in realtà, è tale anche ai giorni vostri) un mistero che la scienza non è ancora riuscita a spiegare completamente: il passaggio dalla condizione uovo a quello di bruco, passando a quella sorta di poltiglia di materia pochissimo differenziata che caratterizza lo stato di pupa (o. se preferite, di crisalide) arrivando, infine, a organizzarsi fino al momento in cui spezzerà il guscio dell’involucro che la racchiudeva arrivando a mostrarsi nella nuova forma di farfalla, completamente diversa da quella iniziale del bruco sia dal punto di vista fisiologico che da quello, ad esempio, nelle necessità nutritive tipiche del bruco, e dotata di caratteristiche ben diverse da quelle iniziali del bruco come la presenza delle ali e, di conseguenza, la capacità di volare.

Gli antichi, maggiori osservatori della natura con cui avevano una relazione ben più diretta di quella che avete ai giorni vostri attuando personalmente l’osservazione di ciò con cui venivano a contatto (mentre voi tendete genericamente ad apprendere nozioni attingendole in maniera più indiretta da quelle che vengono messe a vostra disposizione dagli studi dei vari settori della ricerca “scientifica”) avevano ben presto osservato la stranezza di tali trasformazioni e ne avevano tratto un simbolo, rappresentativo della trasformazione e del processo evolutivo, adeguandolo al “pensiero magico” così naturale per gli uomini di quelle epoche.

È evidente il collegamento col simbolo dell’ascia bipenne (e i due simboli, in effetti, sono stati associati, nel tempo, essendo ritenuti interscambiabili e collegati tra di loro). Noi stessi abbiamo operato in questo modo, anche se non in una maniera scopertamente evidente: la partecipazione di uno di noi che ha assunto il nome di Labrys per presentarsi alle riunioni del Cerchio e la pubblicazione, nel primo ciclo di insegnamento, dei volumi dal titolo “La crisalide” e “La farfalla”, dovrebbe darvi modo di comprendere come il nostro intento fosse, fin dagli albori dei nostri interventi, quello di portarvi ad esaminare lo sviluppo evolutivo all’interno del Cosmo, attraversando le trasformazioni che l’individualità attraversa durante il suo percorso nelle sue varie fasi di ritorno all’Assoluto.
Continua nella pagina seguente…

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