L’altruismo e le piccole violenze su di sé [dizCI1]

Che cos’è uno sgarbo fatto e ricevuto se non una tacita richiesta d’aiuto?

Posso tendere una mano a chi soffre
e Ti ringrazio per questo;
devo fare da stampella a chi sta per cadere
e capisco il Tuo perché;
ma se devo e se posso e se ne riconosco il bisogno
perché non voglio farlo?

Io sono qui per chiedere aiuto; non per me, ma per voi stessi.
Voi non ve ne accorgete, non volete accorgervene, ma ogni secondo della vostra esistenza gridate agli altri di aiutarvi e gli altri gridano a voi le stesse richieste di aiuto, con le stesse espressioni e la stessa intensità.

Che cos’è uno sgarbo fatto e ricevuto se non una tacita richiesta d’aiuto?
Che cosa sono le parole ironiche e gli scherni se non la richiesta di una mano a cui aggrapparsi?

Che cosa sono la loquacità senza fine, il motteggio continuo, il silenzio di cose inespresse, le reazioni inconsulte e violente, le continue ripetizioni delle stesse cose, i battiti di ciglia più frequenti, i rossori che imporporano improvvisi se non tacite richieste d’aiuto, sia in voi che negli altri? Tutto il mondo grida il suo bisogno con voce spesso inespressa, ma lo stesso evidente per chi voglia fermarsi un attimo ad ascoltare.

Quante volte proclamate di dare aiuto agli altri o di avere il desiderio di farlo.
Ma lo fate davvero? Date davvero tutto l’aiuto che potete dare?
E, di conseguenza: ricevete tutto l’aiuto che vorreste ricevere o anche in questo moto fondamentale – parte integrante di quello che l’Amore universale – il vostro Io vi opprime rendendovi incapaci di dare aiuto a tutti coloro che ne abbisognano?

E a voi quanto occorrer meditare per migliorare voi stessi anche di poco? Per comprendere che tutti i giorni, tutte le ore, tutti i secondi, date aiuto solo a chi vi ispira sentimenti d’amore e d’amicizia, rifiutandolo a coloro che non appagano in qualche modo i bisogni del vostro Io? Eppure, quanto sarebbe più utile per voi stessi porgere aiuto a chi siete soliti invece di rifiutarlo! (Frase non chiara, ndr)

Meditate un attimo: per quale motivo una persona vi risulta antipatica? Non può essere che forse non dipenda solo da lei? Non può essere che il suo comportamento e il suo parlare colpiscano qualche cosa di dolente in voi, cosicché vi rifiutate di riconoscerlo e nascondete a voi stessi le vostre ferite, facendo scaturire in voi quella reazione che siete usi definire antipatia? Sapete che significato ha, all’origine, la parola antipatia? Vuole dire: contro la sofferenza. Ma la sofferenza di chi: della persona antipatica o la vostra o quella di entrambe?

Meditate ancora, se volete: non è forse più difficile riuscire a porgere aiuto alle persone più prossime che alle altre? Eppure dovrebbero essere le persone più prossime quelle meglio conosciute e, quindi, quelle alle quali meglio si dovrebbe saper porgere il giusto aiuto nel giusto momento. E allora perché questa reticenza, perché questa incapacità?

Forse che in voi c’è il desiderio di non voler aiutare i vostri genitori, o i fratelli, o il coniuge, o i figli? O forse il vostro Io che vi impedisce di farlo, per nascondere le proprie magagne o per auto-esaltarsi di fronte all’altrui difficoltà?

Ma tu hai detto di agire secondo il proprio sentire e se il mio sentire non mi dice di aiutare certe persone cosa devo fare?

È giusto se voi fate quest’obiezione: vi è un apparente contrasto nel mio dire. Eppure è evidente che per migliorare se stessi bisogna cambiare; e che per cambiare bisogna sempre tendere al gradino superiore del proprio sentire; e che per raggiungere questo gradino occorrono piccole violenze al proprio sentire.

Meditate: vi è davvero contraddizione o quanto ho appena detto era implicito in quanto affermato precedentemente e, anzi, se così non fosse, tutto quanto ho detto riguardo al mutare del «sentire» non avrebbe alcun senso?

Abbiamo parlato di piccole violenze. Piccole. Infatti, per dare aiuto, a volte basta una frase detta con una punta di acrimonia in meno, o un lieve sorriso d’incoraggiamento, o uno sguardo dritto negli occhi invece di uno sguardo che elude. Meditate su quanto sforzo vi occorrerebbe per dare davvero a chiunque un po’ d’aiuto, ma meditate anche su quanti sforzi è basato tutto l’aiuto che ricevete nei vostri giorni e che siete soliti trascurare o ignorare perché a voi sì, è naturale e giusto che l’aiuto venga porto!

E l’aiuto dato per ricevere in cambio che senso ha? Non è inutile e privo di significato se è dato per ottenere un utile di qualche tipo?
Distinguete: per chi riceve aiuto non ha importanza il perché lo riceve, ma – se d’aiuto ha davvero bisogno – è ciò che riceve che conta.

Per chi dà aiuto, noi diciamo: «Se ti rendi conto di non dare per avere sei sulla strada dell’Assoluto, poiché vuol dire che inizi a conoscere te stesso; e conoscere te stesso vuol dire allargare la tua coscienza espandendola nella giusta direzione».

Posso tendere una mano a chi soffre
e Ti ringrazio per questo;

devo fare da stampella a chi sta per cadere
e capisco il Tuo perché;

voglio asciugare mille lacrime con il mio sorriso
e ogni lacrima corroderà un atomo delle mie catene.
Moti


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