Osservare come ci si rapporta agli altri [A242]

La maniera in cui ognuno di voi si rapporta con gli individui con cui entra in contatto durante la sua esperienza di vita è senza ombra di dubbio una questione importante, ed è per questo che siamo ritornati più volte, nei decenni, su tale argomento, cercando di affrontarlo secondo angolature sempre diverse.

Ma qual è la sua importanza? Essa risiede, soprattutto nel fatto che osservare come ci si rapporta agli altri fornisce elementi di comprensione di quelle che sono le proprie spinte interiori e, di conseguenza, permette di lavorare per adeguare il più possibile la manifestazione di se stessi a quelle che sono le comprensioni del proprio sentire, facendo una cernita consapevole tra ciò che, al proprio interno:
– è mosso dai bisogni e dai desideri dell’Io e ciò che, invece,
– basa l’espressione all’esterno di se stessi su ciò che proviene dalla coscienza dell’individuo.

Come accade per tutti gli elementi che sono attinenti al vivere dell’uomo nel corso della sua incarnazione, le direttive di osservazione primaria sono sempre due:
– l’osservazione di ciò che si muove nell’interiorità dell’individuo allorché interagisce con l’esperienza che affronta e
– gli effetti che la propria azione e la propria condotta provocano nel corso della sua manifestazione all’interno del piano fisico.

Non si tratta di due punti di osservazione separati, ma di due punti di osservazione complementari che si sovrappongono e interagiscono tra di loro, fornendo una possibilità di interpretazione complessa ma percorribile dall’individuo che sia predisposto a osservare con attenzione e con un buon grado di consapevolezza le proprie azioni e reazioni nei confronti di ciò che vive.

È questo percorso – che, a ben vedere, non è altro che un percorso di apprendimento, seppure talvolta anche faticoso in seguito alle continue interferenze e ai tentativi di far prevalere la percezione soggettiva a scapito dell’oggettività da parte dell’Io – che, attraverso a un continuo susseguirsi del processo di “prova ed errore”, porta l’individuo a modificare la propria espressione all’esterno di se stesso introiettando, nel con­tempo, i risultati dell’esperienza che sta vivendo, cosa che lo condurrà, a poco a poco, a raggiungere una maggiore consapevolezza, fino a raggiungere e fare sue nuove briciole di comprensione la quale, grazie a questo continuo scambio tra interno ed esterno, andrà via via ampliandosi permettendogli di proseguire lungo il suo percorso evolutivo.

E l’Io che ruolo ha in tutto questo? È solamente un continuo e fastidioso elemento di disturbo oppure mette in atto anche altre azioni che gli appartengono e che ci hanno portato a dire, negli anni, che l’Io è il più evidente esempio dell’ambivalenza?

Direi che, senza alcun dubbio, è vera la seconda affermazione che ho fatto e basta un’unica riflessione per arrivare a rendersene conto. È, infatti, tipico dell’Io cercare di evitare la sofferenza che avverte di fronte a ciò che entra in conflitto con i suoi desideri e l’illusoria concezione che esso ha di sé quale perno attorno al quale ruota tutta la realtà.

Se ciò, da un lato, porta spesso l’Io al tentativo di mascherare con l’illusione ciò che lo disturba arrivando al punto di mentire in maniera evidente a se stesso negando anche ciò che è talmente evidente da essere innegabile, dall’altro lo spinge, inevitabilmente, a modificare la sua espressione all’interno del piano fisico per stemperare i contraccolpi emotivi e mentali che subisce nel vedere gli effetti delle sue interferenze sulle per­sone che condividono con lui il percorso di vita.

Certo, si tratta ancora, comunque, di una modifica del comportamento conseguente a spinte strettamente egoistiche, tuttavia ogni volta che l’Io adegua la sua espressione a reazioni che gli portano una sofferenza minore esso cede una parte di sé e crea collegamenti diversi al suo interno grazie ai quali le spinte della coscienza dell’individuo possono filtrare più facilmente creando connessioni più veloci e immediate con le risultanze delle esperienze compiute.

È su queste due direttive principali che dovrebbe muoversi l’osservazione dell’individuo che cerca di comprendere in maniera più strutturata quello che agisce al suo interno mentre invece, solitamente, la sua attenzione è più concentrata su quelli che sono gli effetti esterni derivati dalle sue azioni e reazioni che a ciò che le motiva e le sostiene al suo interno. Rodolfo

1 commento su “Osservare come ci si rapporta agli altri [A242]”

  1. Interessante analisi. La necessità da parte dell’io, di minor sofferenza, porta a ” cedere” una parte di sé, che innesca il cambiamento.
    Per quanto caproni possiamo essere, tutti verso il mare veniamo spinti.

    Rispondi

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