Esperienza: una necessità per comprendere [dizCI10]

L’esperienza è la fase essenziale per poter arrivare alla comprensione, in quanto permette di mettere in pratica quanto si pensa di aver compreso e, sulla scorta dei risultati ottenuti, verificare se vi è stata una vera comprensione oppure no.

Le varie esperienze che si presentano nel corso dell’incarnazione, dalle più belle alle più dolorose, forniscono (grazie all’esame delle proprie azioni e reazioni) tutti gli elementi utili a comprendere.

Messaggio esemplificativo (Da: Il Canto dell’upupa, pag. 214 e segg.)

In ciò che noi vi diciamo esiste un pericolo che non dovete sottovalutare: noi abbiamo affermato che, in definitiva, l’uomo non può che «vivere un certo tipo di vita» e che in realtà, qualunque cosa egli intenda fare, non potrà mai evitare un’esperienza che gli era stata assegnata. Questo concetto è alquanto pericoloso, perché può indurre a quel tipo di fatalismo e supinità che, ad esempio, l’uomo occidentale crede di percepire nella maggior parte delle popolazioni orientali, all’interno delle quali questi concetti – facenti parte da generazioni del loro modo di pensare – sono stati spesso travisati dalla gente comune.

Così può accadere che qualcuno, ascoltando le nostre parole, dica: «Se è così, allora non mi preoccupo minimamente di ciò che faccio o che non faccio: tanto l’esistenza, o il destino, o Dio hanno fatto i piani per me e io non posso fare altro che vivere subendoli». No, se pure in un certo senso ciò può anche essere vero, non è una cosa da farsi, e cercherò di spiegarvi il perché.

Noi vi abbiamo detto che ogni uomo vive la sua vita per fare delle esperienze che lo aiutino a scoprire la divinità che esiste da sempre dentro a lui – anche se egli ne è inconsapevole – per trovare in se stesso la consapevolezza della sua vera natura; la quale non è limitata al corpo che temporaneamente possiede, né alla sua personalità, al suo Io – che è solo una creazione fittizia per cucire e regolare, secondo certi schemi, le sue azioni, in vista delle esperienze che da esse derivano. E questa consapevolezza di cui stiamo parlando non appartiene al mondo concreto, bensì al mondo interiore.

Mi spiego meglio con un esempio. Quando una persona si trova davanti alla possibilità di impedire a una nuova creatura – un figlio – di nascere, quando cioè si trova di fronte alla decisione di un aborto, sotto un certo punto di vista potrebbe anche sedersi e aspettare che i piani dell’esistenza vadano a buon fine poiché, qualunque siano le decisioni di questa persona, la nascita o la non nascita di quella creatura non dipende veramente da lei.

Infatti, se la persona – mettiamo il caso – decidesse di farla nascere comunque, e ciò non dovesse invece accadere nel tessuto della storia umana, vi sarebbe comunque un aborto; così, allo stesso modo, se la persona prendesse la decisione di interrompere quella gravidanza prima del tempo e ciò non fosse previsto, succederebbe certo qualcosa che le impedirebbe di concretizzare la decisione presa.

L’importante non è tanto la decisione che l’individuo ha preso, quanto il cammino interiore che l’ha portato a prendere proprio quel tipo di decisione, poiché il muoversi nella propria interiorità – sia sbagliando, eventualmente, che agendo nel modo giusto – è ciò che schiude, poco alla volta, il cammino che rende sempre più ampie e accessibili le vie che portano alla consapevolezza della propria realtà interiore.

Ecco quand’è che il sedersi e l’aspettare passivi che l’erba cresca diventano un errore, un comportamento inutile, che non ottiene altro che rimandare ad una successiva occasione l’acquisizione di una nuova e utile esperienza. L’esperienza va vissuta, non tanto agendo esteriormente quanto introiettandola ed esaminandola dentro di ; l’azione nel mondo concreto non è che un mezzo per smuovere le cause interiori che portano all’autoconoscenza, alla scoperta di sé stessi, allo svelare la propria realtà interiore e, quindi, a raggiungere il Dio del quale ogni creatura è parte. Moti


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