Sentire, evoluzione e percezione della realtà [ci/cf14]

Percorso unitario attraverso l’insegnamento filosofico del Cerchio Ifior e del Cerchio Firenze 77: post 14 del ciclo “Base”.

“Le montagne finiranno col non essere più montagne per tutti voi ma, a poco a poco, ritorneranno ad essere tali, anche se avranno, per voi che le osserverete con occhi diversi, una qualità e una realtà nuove”.
Avevamo espresso questo concetto già parecchio tempo fa, ed era riferito a colui che si accosta, segue e introietta l’insegnamento che, tramite nostro, viene proposto. Ma che significato ha un discorso del genere?

Chi viene a contatto con l’insegnamento deve rendersi conto che deve essere pronto ad accettare il fatto che la realtà a cui era abituato perderà il consueto significato, trovandosi a essere continuamente in discussione e a subire modifiche sostanziali. Questo, inevitabilmente, porta a dei sommovimenti interni – non sempre piacevoli perché il nuovo spaventa sempre, anche quando attrae – e le vecchie concezioni, i vecchi schemi mentali si scontrano con i nuovi concetti e le nuove direzioni in cui viene incanalato il pensiero dall’insegnamento stesso. Senza dubbio, questo porta sempre l’individuo a un momento di confusione interiore, a uno sconcerto, alla sensazione che – tutto sommato – era meglio prima quando non si osservavano le cose con una certa prospettiva!

Infatti, la vita, la realtà, i sentimenti, il proprio modo di essere vengono apparentemente distrutti per far posto all’idea di una realtà diversa, apparentemente sfuggente e incontrollabile. Ma questa è una fase passeggera provocata dal primo contatto con le nuove realtà: quando il contatto si fa più serrato, più completo, quando l’edificio non ha solo le fonda­menta ma inizia a mostrarsi in uno schema più strutturato antici­pando il disegno finale, ecco che l’individuo finisce per risolvere i contrasti e modificare se stesso in maniera da adeguarsi alla nuova realtà.

In effetti, “le montagne torneranno ad essere montagne”, ma l’individuo che le osserverà le vedrà diverse: non più solo delle formazioni rocciose da osservare e ammirare, ma un’estensione di se stesso con la quale si può partecipare alla realtà e sentirsi unito, tanto che l’ammirazione per la cosa esterna diventerà commozione. Indubbiamente è uno stato difficile da spiegare con le parole, ma è qualcosa di molto simile al concetto di misticismo che si possiede comunemente.

È un bene questo? Se tutto questo porta l’individuo ad essere diverso nei confronti della realtà che vive e, quindi, nei propri confronti e in quelli dei propri simili, senza dubbio non può esse­re che un bene; ma aggiungerei anche che è un bene indispensabile da raggiungere: come si può pensare che la società – così palesemente inadeguata e insoddisfacente – possa cambiare, se gli individui che la compongono, uno per uno, non diventano di­versi?

Questa diversità non può essere tale solo a livello di cono­scenza – poiché la conoscenza, ferma solo a livello mentale, fini­rebbe per rendere il mondo, la società e la vita dell’uomo ancora più arida e priva di significato – ma deve essere a livelli più profondi, di interiorità, di “sentire” – come noi lo chiamiamo – e di­ventare non semplice conoscenza bensì vera e propria compren­sione.

Nella fase di transito tra la conoscenza e la comprensione, tra la vecchia e la nuova realtà, accade che l’individuo attraversi un periodo in cui tutto gli sembra inutile: “Perché aiutare gli altri se tanto lo faccio egoisticamente?” si chiede; oppure: “Perché darmi da fare se, tanto, già tutto quanto è scritto nell’Eterno Presente?”

Bisogna stare attenti a non cadere nella stessa errata inter­pretazione che viene data al concetto orientale di non-azione: l’individuo può anche, apparentemente, non agire, non fare nul­la di particolare, fermarsi su un prato ed aspettare che un filo d’erba cresca per giorni e giorni, ma questo non significa – o può non significare – “cristallizzarsi”, ovvero fermarsi sulle pro­prie posizioni.

Quello che conta è che sia attiva la propria osservazione: il corpo può essere immobile e non agire, ma l’attenzione, la meditazione, il dinamismo interiore debbono essere in movimento. Noi riteniamo che sia più utile agire anche con il corpo fisico: ad esempio, per aiutare gli altri. Questo perché anche se i motivi che possono spingere ad aiutare sono egoistici, ciò non significa che la persona che riceve aiuto ne riceva in minor misura che se l’aiuto fosse, invece, altruistico.

In quanto al discorso dell’Eterno Presente, esso non deve indurre in errori di interpretazione: senza dubbio tutto è scritto, ma, prima di tutto, esistono delle possibilità di scelta, ugualmente scritte, in cui esercitare il proprio libero arbitrio e, inoltre, una scelta obbligata può essere vissuta in mille modi diversi da diversi individui.
Non è tanto l’azione in se stessa che conta, quindi, per l’individuo, quanto l’osservazione di questa sua scel­ta e la comprensione di essa, con il traguardo finale di arrivare a non commettere più determinate scelte sbagliate e, questo, non a causa di un condizionamento esterno, bensì per la compren­sione interiore dei propri perché, comprensione che farà agire nel modo giusto, anche senza che la mente diriga l’azione.

È difficile far comprendere a un Io qual è la realtà che aspetta l’individuo, allorché egli cessa di esistere: infatti esso tende a pensare che, nel momento in cui si scioglierà tutto ciò che ne co­stituiva la realtà, non avrà più alcun aggancio con l’individuo.
Non è così: ogni uomo ha avuto un Io tipico del bambino, ma questo non significa che quell’Io – ormai abbandonato per un Io da uomo maturo – non esista ancora come somma di esperienze nella memoria dell’individuo. Lo stesso accade nel cammino reincarnativo: anche dopo aver abbandonato l’Io di una vita esso rimane come parte della coscienza del proprio vissuto evolutivo, ed è raggiungibile e riconoscibile tanto che tutte quelle persona­lità dell’individuo esistono ancora e possono essere ritrovate vere e intense come prima, pur avendo perso la loro influenza di­namica se non come base su cui viene costruito l’Io della vita successiva. Non vi è, quindi, un vero annullamento dell’Io, un suo oblio, una sua perdita, bensì una sua memorizzazione come stadio evolutivo, come informazione ed esperienza necessaria per poter essere ciò che si è diventati. […] Vito

14B- Fonte: Cerchio Ifior, La farfalla


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