Uomo-medicina 3: l’alimentazione [A251]

Nei tempi che state vivendo – come conseguenza della cosiddetta “globalizzazione” e della migrazione che coinvolge un po’ tutte le società – modelli di alimentazione diversi da quelli tradizionali vengono presentati nelle varie società. L’essere umano è il più curioso degli animali e quello che più avverte la spinta a provare esperienze nuove, così si getta spesso a capofitto in nuove abitudini alimentari provenienti da paesi diversi da quello di appartenenza, senza tenere conto del fatto che quel tipo di alimentazione è dettata in gran parte dalle condizioni di vita e dalle abitudini sociali peculiari di quei paesi stranieri.

Le condizioni di vita sociale e l’uso di limitate disponibilità di sostanze alimentari influiscono indubbiamente sul modo di alimentarsi delle popolazioni: da ottimo onnivoro come è, l’essere umano si alimenta con ciò che ha a disposizione, così può accadere (e questo accade ancora, anche se più raramente) che egli finisca col doversi cibare di larve e di insetti per lunghi periodi di tempo, cosicché, poco per volta, il corpo dell’intera popolazione prende atto di questo tipo di alimentazione e finisce col creare nel proprio laboratorio interno i processi che permettono l’assimilazione anche di questi tipi di cibo inconsueti diventando processi che si fissano a livello genetico e che, di conseguenza, vengono tramandati nelle generazioni seguenti.

Questo significa che ogni popolazione sviluppa una condizione fisiologica derivante dall’alimentazione che è tipica di quella popolazione e che le permette di sopravvivere in quelle particolari condizioni ambientali.

Per fare un esempio, in gran parte delle cucine provenienti dall’oriente o dal sud America si fa un largo consumo di sostanze fortemente piccanti alle quali tali popolazioni sono fisiologicamente abituate cosicché, di conseguenza, non risentono dei problemi che l’uso ripetuto e abbondante di tali sostanze provocherebbe in un individuo appartenente a una società occidentale.

Come sapete, molte (se non addirittura tutte) di tali abitudini alimentari hanno anche un’origine logica: per fare ancora un esempio, direi classico, il divieto di mangiare cane di maiale in alcune società ha una chiara origine utilitaristica, conseguente al fatto che la carne di maiale “riscalda” il corpo dell’individuo e ciò, in un ambiente in cui il riscaldamento è già alto, può diventare fonte di problemi fisiologici.

Anche in questo caso potrebbe sembrarvi che io sia contrario al cibarsi all’indiana, o alla cinese, o alla messicana e via dicendo, ma, ancora una volta non è così.
È certo che i meccanismi interni della fisiologia umana possiedono un largo raggio di adattabilità a situazioni alimentari (così come accade anche per l’adattabilità a situazioni ambientali anche estreme) diverse da quelle in cui si trova a vivere consuetamente. Tuttavia, dal momento che il corpo occidentale non ha sviluppato come sua costante quel tipo di adattabilità all’alimentazione diversa, mangiare troppo di frequente cibi provenienti da altre abitudini alimentari può, alla lunga o in presenza di eccessi, creare problemi di gestione e di interazione dei processi interni di assimilazione e di equilibrio energetico.

Insomma, come dicevano gli antichi romani, io credo che sia valido il detto “in media aurea”, il che significa che sono contrario a tutti gli eccessi, specialmente se prolungati nel tempo.
Continua nella pagina successiva…

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Natascia

Interessante. Grazie

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