Il problema della conoscenza e della comprensione dell’Uno

Come spesso vi abbiamo ripetuto è difficile per l’essere umano riuscire a formarsi un’idea di come sia l’Uno in realtà. E questo fatto è comprensibile perfettamente se si fa riferimento agli strumenti che l’individuo incarnato possiede per elaborare le proprie concezioni.

Vediamoli, questi strumenti, in maniera un poco più dettagliata, cercando di scoprire i motivi (per lo meno quelli più semplici e più immediati) per cui all’essere umano la Realtà dell’Uno si rivela essere di difficilissima comprensione.

L’uomo, ormai lo sapete, usa i propri corpi per definire la propria esperienza e per relazionarsi con la realtà, sia che si tratti di quella soggettiva e relativa sia che si tratti, invece, di quella oggettiva e assoluta, che abbiamo spesso chiamato Realtà con la «R» maiuscola.

Il primo corpo attraverso il quale egli media la Realtà è il corpo fisico.
Questo corpo arriva alla percezione della materia attraverso le sue varie caratteristiche (ad esempio la forma, il colore, i suoni) ed è evidente che non può essere in grado di rappresentarsi in maniera esatta l’Uno: come può essere possibile, all’uomo, raffigurarsi ciò che non ha forma poiché contiene tutte le forme, ciò che non ha colore poiché contiene tutti i colori, ciò che non ha suoni perché contiene tutti i suoni quando è abituato a rappresentarsi il Reale attraverso una gamma relativamente semplice e non infinita di attributi, solitamente mutuati dalle sue percezioni di ciò che va sperimentando all’interno del piano fisico?

A parte questo concetto – già di per sé più che sufficiente a far comprendere l’impossibilità da parte del corpo fisico di percepire l’Uno nella sua totalità – è evidente che detto corpo fisico può avere la percezione soltanto di ciò che è tipico della materia fisica (la sola che ha caratteristiche per lui percepibili e interpretabili), cosicché la percezione realistica, da parte sua, dell’Uno – costituito dall’intera gamma delle materie che strutturano la Realtà e non dalla sola materia fisica – risulta, e questo è talmente ovvio da risultare banale, impossibile.

Un passo avanti nell’allargamento della visione dell’Uno viene compiuto dalla contemporanea presenza, nell’essere umano, di un corpo astrale, con la sua materia (così diversa da quella fisica) in grado di percepire, interagire con l’altra materia astrale e di rappresentare per l’uomo – inteso come unità – lo strumento più idoneo a venire a contatto con quell’altra parte della Realtà costituita dalle emozioni e dai desideri.

E’ evidente, però, che si tratti ancora di una visione limitativa nella percezione dell’Uno e anche la contemporanea presenza di un corpo mentale – malgrado gli ulteriori strumenti che esso offre all’uomo a favore della sua possibilità di elaborare secondo concatenazioni di pensiero la personale percezione dell’Uno – non cambia di molto, in fondo, i termini del problema: l’Uno continua a restare fuori dalla portata di comprensione dell’essere incarnato.

Intendiamoci un attimo: per quanto il pensiero umano possa costruire ragionamenti e processi logici nel tentativo di comprendere la Realtà dell’Assoluto, il suo lavorio si fonda su premesse – comunque sia – talmente relative e strettamente dipendenti da ciò che l’uomo-ragionante è, di momento in momento, che questa relatività non può far altro che indurlo a costruire dentro di sé un’immagine dell’Assoluto strettamente dipendente da fattori soggettivamente importanti: dai bisogni che l’uomo sente premere in sé alle sue condizioni fisiche, emotive e intellettive, dalle esperienze che egli ha compiuto fino a quel momento alle speranze che nutre verso ciò che ancora vivrà nel seguito del suo percorso umano.

In apparenza il discorso sembra avere la possibilità di conseguire un rapido mutamento in meglio allorché si tiene conto di quell’altro strumento che appartiene all’uomo e che, non essendo transitorio ma avendo una sua continuità di presenza lungo tutto il percorso evolutivo dell’individualità, appare poter essere in grado di cambiare grandemente la possibilità di percezione/comprensione dell’Uno da parte dell’uomo, considerandone la funzione di collegamento tra la parte temporanea dell’individuo (corpi transitori) e il suo essere legato, invece, indissolubilmente all’Uno; sto, ovviamente, riferendomi al corpo akasico dell’essere umano, quel corpo della coscienza che sembra fare, in qualche maniera, da interprete della Realtà, percependola attraverso quello che abbiamo chiamato «sentire», ovvero la capacità di appropriarsi (sarebbe meglio dire «riappropriarsi») del succo della Realtà compreso attraverso l’aver fatto esperienza della realtà soggettiva sperimentata durante l’incarnazione.

Ad onor del vero non è che anche considerando la presenza del corpo akasico come elemento aggiuntivo e costitutivo dell’essere umano le cose possano veramente cambiare molto e l’Uno appaia più vicino e maggiormente comprensibile.

Certamente, dai discorsi fatti nel corso dell’insegnamento, sembra che lo strumento per eccellenza per avere finalmente una visione reale e oggettiva dell’Uno possa essere proprio il corpo akasico, in quanto esso possiede il senso del sentire, considerato uno degli attributi dell’Uno stesso il quale, infatti, può anche venire descritto, dal punto di vista filosofico, come il Sentire Assoluto, dal momento che deve, per ovvie ragioni di imprescindibile Sua totalità e onnicomprensività, comprendere in Sé tutti i sentire esistenti.

In realtà il sentire dell’uomo può sì arrivare a percepire l’esistenza dell’Uno ma, senza dubbio, neppure esso può avere la possibilità di raffigurarselo in maniera più veritiera: il fatto stesso che il sentire dell’uomo si ampli nella riscoperta di se stesso indica la limitatezza della sua possibilità di abbracciare la totalità della Realtà, pur avvicinandosi senz’altro più dei corpi fisico, astrale e mentale a una condizione di minore soggettività e, quindi, a una maggiore possibilità di comprendere una porzione più vasta e più strutturata di quella che è la Realtà.

Tuttavia da lì ad avere una corretta comprensione dell’Uno il passo è ancora enorme, e anche la presenza degli altri corpi spirituali non può, alla fin fine, che mettere in mostra le stesse problematiche e difficoltà, pur indicando un allargamento sempre maggiore della coscienza e, di conseguenza, una maggiore possibilità per l’individuo di arrivare a contatto e comprendere nuove e più ampie porzioni della Realtà dell’Uno. Infatti, per quanto ampie siano queste porzioni della Realtà comprese, sempre di porzioni si tratta, cosicché la visione dell’Uno finisce col risultare, inevitabilmente e ancora una volta, inesatta e, comunque sia relativa all’osservatore.

Non so se sono riuscito a darvi un’idea corretta della vastità e della portata della questione, ma spero di sì.
Quali sono allora le conclusioni che è possibile trarre sul problema della conoscenza dell’Uno da parte dell’essere umano, cercando di usare, quale strumento, la logica?
La conclusione non può essere che una, ovvero che l’uomo incarnato non ha la possibilità di conoscere e comprendere veramente l’Uno.

D’altra parte neanche da disincarnato esiste veramente questa possibilità, in quanto cambiano in parte i termini del problema ma, in fondo la questione resta sempre e comunque la stessa: un sentire limitato, per quanto ampio sia, non può conoscere né comprendere veramente un Sentire Assoluto… il quale Sentire Assoluto è il solo ad avere la possibilità di conoscere e comprendere Se stesso.

Posso capire che sia frustrante e che molti di voi pensino che allora tanto varrebbe non parlarne neanche e che, tutto sommato, quanto sto dicendo è privo di una qualche importanza e utilità dal momento che è un problema che non comporta che un’unica soluzione, per di più attuabile soltanto dall’Uno stesso.

Posso essere d’accordo con voi, ma solo fino a un certo punto: comunque sia il problema della conoscenza e della comprensione dell’Uno è parte dell’essere umano che, prima o poi, si trova a porselo o ad affrontarlo e, quindi, era nostro compito di Istruttori fornirvi tutti gli elementi possibili per esaminarlo nella maniera migliore.

Inoltre, se è pur vero che non è possibile comprendere e rappresentarsi l’Uno quando lo si cerca di osservare con gli strumenti tipici di chi è nella relatività, è altrettanto vero che è possibile, invece, ragionare e comprendere in quali maniere l’esistenza dell’Uno influisce sulla relatività e quali sono gli elementi che caratterizzano e indicano la presenza dell’Opera dell’Uno nello scenario in cui i Molti dipanano le loro esistenze. Vito


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5 commenti su “Il problema della conoscenza e della comprensione dell’Uno”

  1. L’identita’ ha bisogno di un fine, l’Essere si affida a qualcosa di piu’ grando e vasto. Non e’ piu’ una questione di scelta, ad un certo punto, mi pare di capire, avendo affinato l’ascolto del Sentire, ci lasciamo condurre verso il cammino dell’unita’.
    Processo possibile con l’aiuto della Fede.

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