Il canto dell’evoluto

“Non ti curar di lor ma guarda e passa.”
Io vorrei voltarmi indietro, e vorrei fermarmi ad aspettarti, ma qualcosa mi dice che non è giusto che io mi fermi, che non è giusto che io attenda che tu arrivi a me. Io devo percorrere quel cammino e se mi fermo adesso per aspettarti, forse non avrei il tempo poi per fare quello cui sono chiamato.
A volte vorrei tornare addirittura indietro, ma le parole del poeta adattate alla situazione mi fanno comprendere quanto non sia giusto fermarsi, tornare indietro, attendere e soffrire: ognuno è padrone del proprio destino, ognuno manipola la propria realtà, gestisce la propria vita, la adatta e la adegua ai propri bisogni evolutivi, ognuno fa di se stesso ciò che sente di fare, anche se magari ciò che sente di fare non è il suo vero e reale sentire.
E quel “non ti curar di lor ma guarda e passa” che rimbomba nella mia mente mi fa capire che io, sempre e comunque, devo andare avanti, quand’anche chi si sta perdendo è colui o colei al quale ho dedicato una vita. Florian

Padre mio,
ho sentito i Tuoi figli parlarmi di evoluzione.
Ho sentito che suggerivano l’idea che Tutto è Uno
e ho pensato anche che, se davvero Tutto è Uno,
dalla più piccola cosa, mi è possibile Padre mio,
se davvero lo voglio, riuscire ad arrivare fino a Te.
E assieme a questo pensiero, Padre mio, io ho gioito.
Ho gioito perché, se davvero Tutto è Uno,
ho compreso che sono Tutto e Uno
anche con gli altri fratelli che mi stanno attorno.
E che ogni carezza che a me non viene data,
che a me viene tolta per essere donata ad un mio fratello,
ha lo stesso valore della carezza che io avrei dovuto ricevere.
E che le stesse parole e lo stesso affetto che prima, magari,
era centrato su di me e adesso vedo rivolgere ad altri,
questo affetto, queste parole, ho compreso, Padre mio,
che sono ancora e sempre miei.
È di questo Padre mio, di questa mia comprensione,
di questo mio sentirmi unito veramente fino in fondo
con Te e con i Tuoi figli,
di questo riuscire a condividere senza invidie,
senza rancori, senza accidia ciò che gli altri hanno
e che apparentemente a me manca,
di tutto questo, Padre mio,
io Ti ringrazio dal più profondo del mio essere. Moti

La vita è una cosa meravigliosa.
La vita presenta in ogni istante delle sorprese per chi sa guardarla con gli occhi innocenti di un bambino, ogni istante, ogni attimo è un miracolo.
Ma per riuscire ad essere felici, per riuscire a vivere felici bisogna sempre trovare il coraggio di guardarsi internamente.
Bisogna saper riconoscere i propri difetti, bisogna saper ammettere i propri errori, bisogna avere l’umiltà di dire: “Ho sbagliato”, allorché ci si rende conto che era possibile comportarsi in maniera diversa.
E, soprattutto, non bisogna mai avere paura né degli altri, né della vita, né di se stessi, poiché la paura serve soltanto a frenare mentre è sempre necessario imparare ad andare avanti. Perla

Padre mio,
sento sulle mie spalle il peso dell’evoluzione,
i secoli sono sfilati davanti ai miei occhi,
i millenni sono scivolati alle mie spalle
come un fiume che si perde e si confonde con l’oceano.

Ed io mi trovo improvvisamente accomunato
ad altri esseri che hanno minore esperienza di me,
che hanno forse compreso qualcosa in meno
e con i quali io cerco di intrattenere un rapporto,
un contatto perché sento che essi hanno bisogno di me,
ma che anch’io, in fondo, ho bisogno di loro.

E com’è difficile, Padre mio, fare tutto questo,
com’è difficile far comprendere a loro
quanto essi di me hanno bisogno
e quanto io, a mia volta, abbia bisogno di loro!

Perché se mi metto al loro stesso piano
essi finiscono con il considerarmi un individuo
da assoggettare, da sfruttare, da usare
senza tenere in debito conto, senza accorgersi, magari,
di ciò che io a loro cerco di far pervenire
attraverso la mia esperienza passata.

Se io invece mi elevo al di sopra di loro
finisco col vederli ritrarre se stessi quasi spaventati,
ritirarsi in soggezione per ciò che io sono.

Aiutami quindi, Padre mio,
a far loro comprendere che se pure il mio cammino evolutivo
è molto più lungo di quello da loro percorso,
ciò non significa che anche io non dovrò ancora camminare,
perché se sono più avanti nel cammino evolutivo
non è per particolari capacità,
ma semplicemente perché ciò doveva essere
e anche loro, prima o poi, giustamente,
attraverseranno il mio stesso sentiero.

Come far comprendere loro, Padre mio,
che in fondo se io sono ricoperto di materia fisica
questo sta a significare che io sono un essere umano
in  questo momento così come lo sono loro?

Come far loro comprendere
che anche io sono capace di soffrire,
come anch’io incontro la disperazione,
che anche per me la disillusione,
le illusioni infrante possono far male,
che il dolore m’addolora
e che la morte a volte mi spaventa?

Come far loro comprendere, Padre mio,
che anche se sulle mie spalle c’è il peso
dei secoli e dei millenni,
che se anche i miei capelli sono diventati bianchi
a forza di essere immersi nella sofferenza
in tutte le epoche che si possano ricordare a memoria d’uomo,
malgrado tutto questo, io sono ancora un essere
che abbisogna d’amore e che amore cerca ancora
di poter donare e di poter ricevere.

Padre mio,
forse io non riesco ad essere abbastanza umile,
o forse non vi è la possibilità da parte degli altri
di poter penetrare la mia corazza,
così come un bambino osserva le lacrime di un adulto
e pensa che quelle lacrime siano, magari, soltanto un gioco.

Fa’ loro comprendere, Padre mio,
che anche le mie lacrime, i miei sorrisi,
le mie tristezze non sono un gioco,
ma sono vere e sincere così come lo sono le loro. Scifo

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9 commenti su “Il canto dell’evoluto”

  1. A volte viene naturale guardare con un senso di ammirazione e un poco di invidia chi riteniamo più avanti nel cammino evolutivo. Anche se penso sia molto umano incasellare le diverse persone a seconda di quanto ci sembrino più o meno evolute, il post di oggi mette in evidenza di quanto questa modalità ci porti a vedere la realtà in maniera frammentata e non unitaria. Essere più evoluti non è di per sé un merito, ma un fatto. Se mi limito a mettere in evidenza le differenze, ad esempio da come mi percepisco io rispetto all’altro, mi allontano dal concetto di unità. Le Guide ci sollecitano alla visone unitaria. L’altro che sia più o meno avanti nel percorso evolutivo, mi fa da specchio e non solo quando incontro colui o colei che ammiro e stimo, ma anche quando l’altro proprio non lo sopporto e mi ripugna. Difficile accettarlo, ma credo sia l’unica via per esercitare quella Compassione di cui spesso parliamo, ma che facciamo molta fatica a provare verso coloro che critichiamo.

  2. La condizione di chi ha più vite alle sue spalle o più comprensioni è chiara ricordandoci che anche l’evoluto ha le sue criticità e i suoi scoramenti.
    Colgo da parte delle guide l’esseza del grido di questa ricerca di umanità.

  3. Abbiamo tutti da imparare l uno dall altro. Indipendentemente dal grado di evoluzione. E tutti, anche se per motivi diversi, gioiamo e soffriamo. L errore non deve bloccarci, ma essere visto come opportunità di apprendimento. Sia per noi che lo commettiamo sia per l altro che lo subisce.
    Grazie

  4. Emerge un senso di uguaglianza, come dice Nati l’evoluzione non è un merito ma un fatto, di cui l’identità non può appropriarsi per sentirsi migliore.

  5. Umiltà, compassione, senso del servizio sono chiaramente leggibili in queste parole delle guide. A queste qualità dell’amore si contrappone la miopia di chi ha fatto meno strada e che per questo ha un sentire non ancora maturo per vedere se stesso nell’altro, tanto da rimanere chiuso nella centratura su se stesso, nella competitività, nell’incapacità di leggere l’amore nelle parole e nei gesti dell’evoluto. Tutto viene riferito a sé, interpretato alla luce dei propri rigidi schemi mentali.
    Crescendo, attraverso l’esperienza, diventano comprensibili aspetti che avevamo criticato di persone più “grandi” di noi e cresce il senso di gratitudine per l’insegnamento che deriva dalla relazione.

  6. La felicità è quando saremo capaci nel tempo reale delle relazioni di riconoscere l’altro come specchio di noi stessi e parte dell’unita la cui perfezione deriva dalla presenza di ognuno. Sarà allora che la nostra parte emozionale passerà in second’ordine per lasciare spazio alla pienezza…..

  7. Mi sembra, quello che canta Morti nella sua preghiera, un obiettivo davvero molto alto anche per un evoluto dato che ha ancora un io pur se sfumato. Sicuramente vuole indicarci il traguardo finale mentre siamo in cammino.

  8. “….questo riuscire a condividere senza invidie,
    senza rancori, senza accidia ciò che gli altri hanno
    e che apparentemente a me manca”. Ecco questo stato del sentire è per me un obiettivo, nel senso che non mi sento così profondamente compartecipe di una unità che tutti sorregge. Ma forse la svolta risiede proprio in quella parola “apparentemente” e nell’invito a guardare bene in me, allora mi accorgo che nulla manca. La guida è colui o colei che ci aiuta in questo processo, la sua grandezza come la sua miseria sono parte di loro come di me.

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