Ciò che vi fa soffrire è il vostro Io ferito

Padre mio,
tutto – dicono – mi parla di Te e quindi, secondo logica, dovrebbe bastare che io mi guardassi attorno per trovare tutte le risposte, per arrivare al punto finale dei miei perché; basterebbe che io volgessi intorno lo sguardo per farmi una ragione di quella che è stata, che è, e che magari sarà la mia esistenza.
Eppure, Padre mio, tutto questo non mi riesce di farlo e anzi, ti dirò di più, ci sono dei momenti in cui mi ribello a tutto questo, dei momenti in cui dico a me stesso, al mondo e anche a te: basta, io non ci sto più a soffrire, a star male, e non riesco a convincermi che questa sofferenza, questo dolore, hanno in fondo una loro ragione.

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Siamo la causa del nostro dolore

Fratelli, sorelle, figli nostri che qua venite ad ascoltare noi, umili portavoce di Colui che un tempo venne per parlarvi e disse: “Siate come fanciulli”.
Figli miei, tornate semplici, puri, liberi come fanciulli, ritrovate cioè la spontaneità e l’entusiasmo del bimbo.
Osservatelo questo bimbo e tante tante cose potrete veramente imparare dal suo comportamento: egli sa soffrire, sa piangere profondamente, sa disperarsi, ma subito dopo sa anche gioire.

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Ognuno edifica la propria sofferenza e cerca di liberarsene

Ci è stato chiesto più volte il perché della vita, quale senso cioè abbia l’essere immersi nel mondo della materia, l’essere partecipi del piano fisico, e ancora più spesso che significato ha nascere, morire, rinascere e morire ancora, e via e via e via.
Naturalmente, come mio solito, non intendo dare questa sera una risposta accettabile a queste domande (domande che, d’altra parte, premono un po’ a tutti coloro che si avvicinano a questo tipo di insegnamento), ma vorrei invece prendere spunto da questo fatto per fare alcune osservazioni: se io dovessi rispondere a questo quesito sulla base dell’osservazione compiuta sulla vita, sulla pelle, sul vivere di tutti i giorni dell’essere incarnato, direi che i perché della vita

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Favola: affrontare le situazioni senza paura e rassegnazione

C’era una volta in un paese – e non vi dico qual era – un uomo che si chiamava Binda. Una mattina quest’uomo si svegliò e non riusciva più ad alzare la testa, ma continuava a restare con il capo completamente piegato in avanti e pesante.
Era un uomo abbastanza anziano che viveva solo in casa; era povero, non aveva amici e non aveva parenti, così non si curò di andare dal dottore perché «Ormai sono vecchio, cosa posso farci? Sono destinato, si vede, a finire i miei giorni in questo modo!» si diceva.

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Al tormentato, al deluso, all’affannato, al dubbioso

Uomo così tormentato, lascia che il tormento della tua mente – parte materiale del tuo corpo materiale, ma strumento del tuo corpo spirituale – venga stemperato dal tuo “sentire”, perché solo se riuscirai in questo diventerai finalmente qualcosa di più di un nome, di un’etichetta, di un groviglio di contrasti tormentosi.

Uomo così deluso, non rendere inutile la tua delusione privandola dei perché che devi risolvere, negandole il riscatto della tua comprensione, impedendo che essa assolva i suoi compiti dentro di te come dentro ad ogni uomo; accoglila come una sorella che ti indica dov’è stato il perché che l’ha generata, dove è stato il punto preciso in cui essa è nata.

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