Da Io a non-Io, fino alla fusione con il Tutto

Prima però di entrare nel merito, vorrei un attimo osservare nell’ottica della serata questo Io, vorrei cioè andare alla ricerca dell’Io lungo il cammino evolutivo di un’individualità, di un individuo, e percorrere le tappe dell’evoluzione individuale per vedere se l’Io può venire riconosciuto nella prima ondata di evoluzione e si trova incarnato all’interno del regno minerale.
Bene, creature, non mi sembra necessario spendere moltissime parole per dire che non è possibile trovare tracce dell’Io nell’individuo incarnato a questo stadio evolutivo; voi sapete, infatti, che l’Io non è altro che la risultante del corpo astrale e mentale dell’individuo, risultante cioè dalle dinamiche tra questi due corpi e ciò che il corpo fisico, in qualche modo, subisce o agisce all’interno del mondo fisico.

Ora, chiaramente, è evidente dalla tabella che vi ho presentato su questo argomento, che l’individuo incarnato nel regno minerale possiede solamente un corpo astrale molto rudimentale, organizzato, cioè, soltanto in minimissima parte, anche se chiaramente si va strutturando sempre meglio via via che le incarnazioni si susseguono.
Se fosse possibile tradurre in modo ben comprensibile ciò che passa per la pietrosa testa del minerale, questo sarebbe sotto forma di “caldo”, “freddo”, “pioggia”, “vento”, e via e via e via, quindi semplicemente come delle constatazioni di qualche cosa che accade senza, in fondo, né ragionamento, né percezione emotiva, e quindi, ripeto, che a questo stadio evolutivo dell’individuo non vi è, e non vi può essere, un Io così come voi lo avete inteso da quando siamo venuti a parlare tra voi.

Come conseguenza logica e inconfutabile, lo stesso discorso, quasi pari pari, può essere portato per l’individuo incarnato allo stadio vegetale; in quanto questo individuo ha sì un corpo astrale più strutturato di quello che aveva nel corso delle molteplici incarnazioni minerali, però se fosse possibile riportarvi come pensieri ciò che passa per la mente alla clorofilla del vegetale, voi potreste avvertire “sento caldo”, “sento freddo”, “sento pioggia”, “sento vento”, e via e via e via.
Quindi anche in questo stadio l’Io non esiste e non può esistere.

Quelli tra di voi che più amano gli animali, tendono quasi sempre a personalizzarli, a umanizzarli, a vederli non come animali, ma come prolungamenti di esseri umani, a volte addirittura come prolungamenti di se stessi, scambiando spesso il comportamento indicativo tipico degli animali con un senso di personalità; in realtà, anche per quello che riguarda l’individuo incarnato all’interno del mondo animale, si può affermare che non esiste un Io; questo anche se il corpo astrale, in questo caso, è abbastanza ben organizzato e strutturato, il corpo mentale comincia soltanto allora ad essere strutturato, è soltanto la prima fase di strutturazione e quindi l’Io non è ancora formato, ma vi è il primo larvato percepire, la prima differenza tra io e non-io.
Se voi, infatti, potreste entrare nella mente dell’animale potreste sentire i suoi pensieri come: “io ho fame”, “io ho sete”, “io ho freddo”, “io ho caldo”: l’Io c’è già, una percezione molto larvata di se stessi e gli altri.
Tuttavia, ripeto, anche per quello che riguarda l’incarnazione all’interno del mondo animale, non è possibile parlare di un vero e proprio Io.

L’Io, invece esiste, compare allorché l’individuo giunge all’incarnazione umana; l’individuo che giunge alla incarnazione umana, infatti, possiede un corpo astrale, ormai molto ben strutturato, un corpo mentale, a sua volta organizzato in modo più o meno uniforme e complesso, quindi gli scambi tra questi due corpi e il corpo fisico sono continui e tali da permettere di fare una distinzione, da permettere di avere coscienza della separazione tra se stesso e il mondo al di fuori di se stesso. Permette, cioè, di rendersi conto che egli è, e il mondo intorno a lui è, ma in modo diverso da lui stesso.

Come  abbiamo detto, questa percezione, questo senso di separatività tra l’individuo ed il mondo esterno, in realtà, è a sua volta un’illusione, perché per procedere nell’evoluzione l’individuo deve arrivare anche ad andare oltre l’Io, e a comprendere che non esiste Io e non-Io, ma fa parte di un tutt’unico in cui non vi sono parti contrapposte, ma vi sono parti che si completano a vicenda.

Ecco quindi dove intendevo arrivare quando affermavo, all’inizio, che di Io si può parlare veramente soltanto allorché l’individuo è incarnato come essere umano.
Ora che abbiamo seguito il cammino dell’individuo, fino alla sua costituzione di un Io, arriviamo a tutti voi e alla ricerca che noi vi indichiamo di questo Io che ognuno di voi, in misura più o meno grande, più o meno forte, possiede.

E vi osserviamo, vi vediamo lottare con voi stessi, vi vediamo soffrire, perché non riuscite a essere migliori di quello che siete; a volte, vi vediamo litigare con gli altri, vi vediamo arrabbiarvi, vi vediamo guardarvi allo specchio e dirvi: “Ma perché non riesco ad essere diverso?”; vi sentiamo pensare: “Io sono così, però so qual è  la meta e voglio arrivare a tutti i costi, e se io voglio, io posso!”.
Bene, creature, questa vostra intenzione vi fa onore, siamo contenti che in ognuno di voi vi sia almeno questa intenzione, questa spinta a superare il vostro egoismo, questo tentativo di andare oltre a ciò che voi mostrate quotidianamente, questa ricerca di spiritualità, di altruismo, di amore, questo “voglio fortissimamente voglio” che a volte perseguite, a volte dimenticate.

Tuttavia, anche se, ripeto, questo è già un primo passo che porterà ai passi successivi, necessari così come lo è questo primo passo, vorrei affermare, questa sera, qualcosa che potrebbe confondervi, scombussolarvi e disorientarvi.
Infatti, questa sera, creature, voglio arrivare a dirvi che tutti i vostri sforzi, tutti i vostri momenti di repressione, tutta la vostra ricerca, in realtà, non serve assolutamente a nulla.

Voglio dirvi cioè che il vostro cercare il superamento dell’Io non vi porterà ad alcun risultato.

Poveri noi, la rotella è saltata!
No creature, il vostro amico Scifo questa sera non sta sproloquiando perché non sa più che cosa dire, ma il discorso che sta cercando di farvi poggia su basi salde, sicure e non aleatorie come a qualcuno di voi potrebbe anche sembrare; vediamo se riesco con poche parole a spiegarvi cosa intendo dire con ciò che poc’anzi ho affermato.

Il fatto stesso che voi vogliate superare qualche cosa, vuol dire che vi sforzate, che vi fate violenza per superarla, e io vi garantisco che il fatto stesso di farvi violenza non vi può portare a superare la cosa, qualunque essa sia; può forse aiutarvi per altri versi, può forse impedirvi di fare del male agli altri, di nuocere, di non rivelare certi vostri aspetti esteriori, ma interiormente vi fate violenza creature e questo non serve a farvi raggiungere l’amore, l’altruismo, la non separatività, e quindi a superare l’egoismo. Scifo

Così, figli carissimi, dalle cose che vi sono state dette questa sera, si capisce che l’individualità parte da una condizione di non-Io per arrivare a scoprire l’Io, per ritornare infine ad una nuova condizione di non-Io; ma se la prima condizione era di totale incoscienza, la seconda, meta dell’evoluzione stessa, è di totale coscienza.
Cosicché quando noi vi parliamo di costituzione di autocoscienza, intendiamo parlarvi del superamento, sì, dell’Io, dell’identificarsi, certamente, con tutti gli altri fratelli, del sentire tutti gli altri fratelli uguali a se stessi, ma in totale consapevolezza.

Quando si raggiunge questa condizione, ed in questo modo il corpo akasico è totalmente costituito, l’individuo non ha più necessità di incarnarsi, abbandona, così come si è soliti dire, la ruota delle nascite e delle morti, ma non è detto che l’evoluzione non continui.
Infatti non finisce lì: l’individualità, l’individuo, colui che ha sperimentato attraverso le varie vite ed ha conquistato la propria consapevolezza ritrovando la vera essenza del suo stesso essere, continua la sua evoluzione su altri piani; piani che noi, genericamente, definiamo piani spirituali.
Questa nuova forma di evoluzione lo porterà, inevitabilmente, all’unione con il Tutto, all’identificazione con Dio, identificazione che non significa totale annullamento, perché l’individuo che si unifica a Dio, che entra in comunicazione con Dio, è consapevole di ciò che è stato, è totalmente consapevole di ciò che sono stati i suoi fratelli e tuttavia riesce a sentirli come se fossero lui stesso. Fabius


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12 commenti su “Da Io a non-Io, fino alla fusione con il Tutto”

  1. Infatti, questa sera, creature, voglio arrivare a dirvi che tutti i vostri sforzi, tutti i vostri momenti di repressione, tutta la vostra ricerca, in realtà, non serve assolutamente a nulla.”

    Stamattina ho fatto zazen dopo tanto che non lo facevo.
    Questa è una cosa che avevo già sentito ma faccio fatica a comprendere che questo spazio neutrale non mi aiuterà durante la giornata a coltivare un certo allineamento.

    • Alessandro: zazen ti aiuterà, eccome.
      L’espressione a cui fai riferimento va adeguatamente interpretata: ti consiglierei di portarla ad uno dei prossimi incontri..

  2. Mi sembra chiarificatore del senso di unità nei piani superiori quanto afferma Fabius nelle ultim e righe del post. Non avevo questa chiarezza. Grazie alle Guide per l’amore che ci dimostrano.

  3. E non è forse tutto il senso del cammino, il perché di tutte queste vite umane, il tentativo di rimanere connessi con una Coscienza che, con tutte le carenze che può avere, rimane lo strumento attraverso il quale passare per l’unificazione?
    E se siamo intasati da mille identificazioni e pensieri che alimentiamo senza interruzioni come possiamo udire la voce della Coscienza che solitamente non urla ma sussurra?
    E quando le guide ci mettono in guardia dallo sprecare intere vite cosa intendono?

  4. Si, se ci sarà lo spazio lo porterò ad uno dei prossimi incontri.
    Il secondo intervento lo avevo scritto stamattina credendo di averlo spedito e solo dopo ho letto la tua risposta. Non voleva essere un insistere sulla questione.

  5. x Alessandro
    “E non è forse tutto il senso del cammino, il perché di tutte queste vite umane, il tentativo di rimanere connessi con una Coscienza che, con tutte le carenze che può avere, rimane lo strumento attraverso il quale passare per l’unificazione?”

    Quanto dici senza dubbio è vero ma necessita della volontà e della capacità di saper vivere la vita senza perdere di vista le risposte alle nostre azioni che provengono dalla coscienza individuale, perché solo così possiamo collaborare attivamente con le spinte evolutive che riceviamo, favorendo la creazione di quei percorsi vibrazionali che permettono al corpo akasico di acquisire elementi di comprensione.

    “E se siamo intasati da mille identificazioni e pensieri che alimentiamo senza interruzioni come possiamo udire la voce della Coscienza che solitamente non urla ma sussurra?”

    Perché non urla ma sussurra? Perché il suo compito non è quello di darci soluzioni definitive ma quello di suggerirci percorsi e possibilità di osservazione, mentre il nostro compito di incarnati è quello di essere attivi e reattivi di fronte alle esperienze che ci si presentano, sempre con la finalità di fornire elementi alla coscienza per una sua ulteriore strutturazione. E fare questo comporta trovare il giusto equilibrio tra “l’essere nel mondo” e il cercare di ascoltare i sussurri che ci arrivano dando i tempi giusti ad entrambi i percorsi.

    “E quando le guide ci mettono in guardia dallo sprecare intere vite cosa intendono?”

    Io credo che intendano ricordarci che abbiamo continuamente la possibilità di comprendere, se davvero vogliamo farlo senza farci condurre per mano dal solo Io.
    In quanto allo “sprecare vite intere” lo ritengo un estremismo usato per spronarci e indurci a non adagiarci sugli allori, cosa che, purtroppo, siamo spesso propensi a fare.

  6. Mi unisco ai commenti per dire che spesso le Guide sembrano estreme, esprimono concetti estremi, spiazzano e magari mettendo in crisi, ritengo che servano per destabilizzare, scrollare, risvegliare dal torpore, e sradicare molte certezze spirituali. Molti insegnanti, anche incarnati, hanno fatto spesso questo lavoro, proprio per evitare che le menti si facciano una sorta di programma di viaggio del Cammino spirituale.

  7. “…necessita della volontà e della capacità di saper vivere la vita senza perdere di vista le risposte alle nostre azioni che provengono dalla coscienza individuale, perché solo così possiamo collaborare attivamente con le spinte evolutive che riceviamo, favorendo la creazione di quei percorsi vibrazionali che permettono al corpo akasico di acquisire elementi di comprensione.”
    Assolutamente.
    Riuscire ad agire con un ascolto più o meno allineato ad un certo sentire porta più spesso all’azione di quanto sembri, per la mia esperienza più di una azione che viene a manifestarsi quando la preponderanza di emozioni e mente è maggiore. Lì il tratto caratteriale prende il sopravvento, impera un certo automatismo.
    Al contrario, le risposte alle azioni scaturite da un certo allineamento sono sempre più articolate e hanno più sfumature da decifrare e implicano un maggior lavoro di raccolta dati e spesso un maggior coraggio nel porle in essere.
    Hanno una freschezza e una loro propria bellezza quando si manifestano.
    Personalmente più le stagioni passano e meno ho pazienza con un certo tipo di affermazioni, perché probabilmente mi fanno da specchio, quando provengono cioè da un recitato mentale da tempo sedimentato, sempre quello, dove le identificazioni sono il luogo tiepido e confortevole da cui provengono.

  8. Mi colpiscono diverse cose di questo post:
    – la risposta del minerale alle sollecitazioni dei fenomeni atmosferici: semplicemente “pioggia”, “vento”… senza alcuna connotazione
    – il tutto unico, in cui le parti non si oppongono ma sono tra loro complementari
    – la questione dello sforzo, che sono d’accordo per approfondire
    Grazie a tutti e in particolare a Gianfranco per le chiarificazioni.

  9. Ho riflettuto spesso sull’argomento posto da Alessandro e sono contenta che verrà approfondito. Vorrei comunque qui esporre alcune riflessioni, le quali non hanno alcuna pretesa di spiegare quanto da Scifo affermato, ma vogliono essere ulteriori spunti di discussione per l’approfondimento.
    Mi sembra di cogliere che lo sforzo in campo spirituale può avere qualità differente.
    – Ad esempio esso può scaturire dal desiderio di migliorare la propria “immagine” di sé e quindi da una spinta competitiva, assumendo spesso i caratteri dell’auto-violenza e la repressione. Anche se l’apparente movente è egoico, esso può avere utilità su altri piani, per esempio sul rafforzamento della volontà, ma non direttamente sul’ampliamento della propria capacità di amare, che come sappiamo è il frutto dei dati acquisiti dalla coscienza attraverso l’esperienza. Tuttavia questa disposizione a mio avviso può portare a una visione distorta di sé, può portare a cadere nell’abbaglio del ritenersi più evoluti di quanto si è, semplicemente perché si fa coincidere la pratica spirituale con lo stato del proprio sentire;
    – oppure lo sforzo può essere dettato dall’anelito all’unificazione in maniera più consapevole che nel primo caso, perché più libero dal condizionamento dell’identità. Qui definirei lo sforzo come disposizione costante all’attenzione, alla vigilanza, quell’attenzione e quella vigilanza che ci aiutano nella disconnessione, nei momenti in cui siamo interrogati nelle nostre identificazioni. La volontà che mettiamo in campo durante la pratica, ci aiuta poi durante la giornata a disconnettere più facilmente e quindi a salire sul monte per non cadere nel ruolo della vittima.
    Come più volte abbiamo detto, questo non ci fa progredire più velocemente rispetto a chi si sbatte nell’identificazione con le proprie emozioni e i propri recitati mentali, ma ci permette di vivere con un minor tasso di sofferenza e una maggior sensibilità.

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