Le condizioni per il libero arbitrio: conoscenza, consapevolezza, comprensione (l2)

Se si dovesse fare una classifica della parola più usata e abusata nel corso della storia dell’uomo, senza dubbio la parola libertà sarebbe al primo posto della hit parade. Essa viene usata da tutti, nei momenti più giusti e anche nei momenti più sbagliati: c’è chi dice «voglio essere libero di sbagliare da solo» (furbo l’amico: preferisce, evidentemente, farsi del male piuttosto che evitare il male seguendo il consiglio di un altro… ma ognuno ha le sue preferenze!).

C’è chi dice «voglio essere libero dalle influenze altrui, dai condizionamenti» e questo è un concetto di libertà che, se riuscito a portare fino in fondo, senza arrivare agli eccessi, all’opposizione soltanto per il fatto che altri hanno affermato qualche cosa, porta senza dubbio a dei buoni raggiungimenti.
E poi vi è, infine, la libertà intesa come libero arbitrio e qua, creature, il vaso di Pandora è stato sturato completamente. Infatti, questo povero libero arbitrio nel corso dei secoli è stato preso e rivoltato più volte come fosse una frittata, ma mai ne è uscito fuori qualcosa di veramente convincente.

Certo, i concetti presentati dalle varie teorie, dottrine, correnti filosofiche, dottrine religiose, pensatori e via e via e via, avevano tutti, in fondo, dei punti buoni, accettabili. Come per qualsiasi teoria, d’altra parte..
Però, non vi è mai stata una concezione del libero arbitrio, della sua esistenza o meno, che sia stata sempre accettata e compresa da tutte le persone con cui questa concezione veniva a contatto.
Naturalmente non mi illudo che proprio la nostra concezione di libertà, di libero arbitrio, venga accettata da chiunque; in fondo a pensarci bene, e ve ne accorgerete quando verrà trattata in modo molto più esteso di quanto faremo questa sera, non è una concezione molto comoda, perché urta contro l’Io delle persone, perché urta contro la presunzione delle persone, urta contro la mancanza di umiltà e via e via e via: tutte cose che impediscono l’accettazione serena di un siffatto libero arbitrio.
Ma per comprendere meglio, per arrivare, per gradi, a ciò che noi intendiamo per libertà e per libero arbitrio, sarà bene cercare di immaginare un attimo qual è la libertà che possiede l’individualità nelle varie tappe del suo ciclo evolutivo.

Voi sapete, perché ormai è stato ripetuto quasi sino alla nausea, che un’individualità parte per compiere il suo processo di evoluzione dalla forma minerale. Questo ve lo ricordate tutti, immagino.
Poniamoci un attimo un quesito che ci riguarda visto ciò che stiamo dicendo: il minerale possiede della libertà, possiede un libero arbitrio o no?
Nella forma minerale, che cosa possiede l’individuo incarnato? Possiede un corpo fisico, ovvero il materiale che lo costituisce; a livello di corpo fisico mi sembra evidente che il minerale non possieda alcuna libertà, infatti non può muoversi, non può agire, non può interagire volontariamente con l’ambiente ma subisce passivamente tutti gli stimoli climatici che l’ambiente stesso gli propina.
Assieme a questa parte fisica possiede anche un embrione di corpo astrale, ovvero un embrione di materia che viene modificata, plasmata e formata, anche se in modo leggerissimo, da ciò che l’ambiente esterno gli fa subire. A questo punto mi sembra logico ed evidente che non possedendo il minerale neppure un corpo astrale in grado di agire in alcun modo, se non passivamente, senza dubbio il minerale non ha libertà, né tanto meno libero arbitrio.

Finita finalmente, dopo secoli e secoli, l’incarnazione all’interno del regno minerale, ecco che l’attenzione dell’individualità (e state attenti a questa frase perché avrà delle conseguenze negli insegnamenti futuri), si sposta sul regno vegetale e l’individuo compie un passo avanti incarnandosi appunto in forme vegetali.
Ora, la forma vegetale, riprendendo tutta la trafila, senza dubbio possiede un corpo fisico: questo corpo fisico è sottoposto agli stimoli dell’ambiente quali che essi siano, in qualche modo (anche soltanto per «istinto») interagisce con l’ambiente stesso, ad esempio assorbendo anidride carbonica ed espellendo ossigeno.
Possiede anche un corpo astrale già un po’ più strutturato, tant’è vero che, come determinati ricercatori hanno constatato, la pianta reagisce a forti emozioni e non soltanto, ma emana in determinate circostanze, delle forti vibrazioni; e questo può confermarlo, intuitivamente o grazie alla propria sensibilità, qualunque persona ami le piante e tenda a curarle nel proprio appartamento rivolgendosi ad esse con affetto, come se fossero un figlio.
Queste piante, sempre, rispondono in qualche modo, vuoi con una fioritura più lunga o più abbondante, vuoi con dei movimenti impercettibili delle foglie che il più delle volte non vengono avvertiti e via e via e via. Vi è quindi questo interscambio anche a livello di emozioni, e non soltanto di sensazioni fisiche.
Basta però questo, vi chiedo, creature, per affermare che la pianta ha una sua libertà e un proprio libero arbitrio?
No, comunque no, non vi è nulla in quanto è stato detto da me poc’anzi che possa costituire un elemento sicuro sul quale affermare che la pianta possieda una libertà o un libero arbitrio.
Infatti dobbiamo guardare se la pianta ha conoscenza, se ha comprensione, se ha consapevolezza o sentire.
Dire che la pianta possiede un sentire è assurdo. Un momento, però: non assurdo perché la pianta non possa avere un sentire, ma in quanto possedere un sentire significa che ha anche comprensione, consapevolezza e conoscenza, perché altrimenti al sentire non sarebbe mai arrivata.

La conoscenza, infatti, senza dubbio, la pianta la possiede, ovvero gli stimoli che avverte vengono da essa trattenuti e riconosciuti allorché si ripetono; possiede anche una certa consapevolezza, tale per cui arriva anche ad essere consapevole che è proprio lei che sta subendo questi stimoli.
Questa è una forma molto rudimentale di consapevolezza, chiaramente, una consapevolezza soltanto di tipo fisico, ma tuttavia, ripeto, sempre una consapevolezza. E questa consapevolezza, si trasforma in comprensione, sempre essenzialmente di tipo fisiologico, di reazione all’ambiente che si va a trascrivere, come sentire, all’interno del corpo akasico dell’individuo che anima quella forma. Però non fa altro che creare un substrato, una specie di reticolato – tanto per darvi un’immagine visiva – su cui poi, in seguito nel corso di un ulteriore processo evolutivo, verrà intessuta la trama del vero sentire. (In altre comunicazioni si utilizza la metafora del tappeto di cui, queste comprensioni, sarebbero la trama, la struttura atta a contenere comprensioni più elaborate che giungeranno in futuro, l’ordito. Ndr)

E’, quindi soltanto un sentire larvato, un sentire molto approssimativo proprio perché basato essenzialmente sulla trascrizione di quelli che sono stimoli provenienti essenzialmente dall’ambito fisico e fisiologico.
Non vi è, perciò, una vera e propria comprensione mentale senza la quale non vi può essere la trascrizione di quelli che sono i temi ben più profondi e complessi del vero sentire.
E’ indubbio, a questo punto, che si può affermare con tranquillità (al di là dell’apparenza, al di là dell’idea che l’individuo può farsi), che la pianta può agire sull’ambiente, tanto che ci sono addirittura delle piante che si spostano, se voi non lo sapeste, dai loro luoghi di residenza, alzando le radici, anche se sembra un’immagine buffa, allontanandosi per altri lidi. Malgrado questo possiamo affermare che la pianta non ha libertà, nel senso più giusto del termine, né, tanto meno, possiede un libero arbitrio.

Passiamo a fare lo stesso discorso per quel che riguarda la forma animale.
Voi sapete, perché lo abbiamo appena fatto, che è possibile esaminare questa forma animale secondo i nostri scopi attraverso due ottiche differenti: ovvero la costituzione propria dei corpi che la costituiscono e la presenza o meno delle tappe che portano al sentire. Ricominciamo quindi, per non perdere il controllo della situazione, il noioso cammino dell’esame dei corpi.

Certamente l’animale possiede un corpo fisico, questo è evidente: corpo fisico in grado di spostarsi, il più delle volte, all’interno del mondo fisico, di interagire direttamente e anche, sotto certi punti di vista, volontariamente.
Possiede un corpo astrale già più strutturato, il quale lo spinge a cercare di esaudire i propri bisogni, e possiede (o possederà quando arriverà verso le forme animali più evolute) un embrione di corpo mentale.
Senza dubbio, l’animale conosce che determinate cose sono dei problemi che si presentano, arriva a volte anche ad esserne consapevole, tuttavia non comprende ancora completamente ciò che gli accade, ossia la sua comprensione è ancora strettamente legata a fattori direi quasi meccanicistici, per cui il superamento di certe esperienze, il vissuto di esse, passa attraverso la sua materia mentale, trovando i canali per arrivare al suo corpo akasico, senza tuttavia essere sottoposto ad un volontario processo di ragionamento interiore.

Naturalmente, allorché arriviamo all’incarnazione come essere umano, la cosa si complica.
Il corpo fisico, ormai è inutile dirlo, lo possedete tutti, il corpo astrale con tutti i desideri, le sensazioni, i sentimenti che porta con , siete consapevoli, quasi sempre, di possederlo; il corpo mentale l’avete ben strutturato, solitamente, e basta osservarvi quando cercate di portare acqua al vostro mulino per vedere come ben sapete usarlo!
Il corpo della coscienza lo possedete, ha una struttura più o meno modesta… (e qua vi aspettate tutti la cattiveria che, infatti, dirò immediatamente!) e riuscite solitamente a renderla ancora più modesta come risultati.
Apparentemente quella che ho detto è una cattiveria, in realtà ha un altissimo valore filosofico. No, non sono impazzito, creature. Infatti, il fatto che voi riusciate a impedire a voi stessi di essere ciò che dal vostro corpo akasico, magari in modo non ancora ben precisato, cerca di affiorare, è in fondo una manifestazione di libertà.
Infatti, alla stregua di come noi vi abbiamo sempre detto che nessuno riuscirà mai a far fare ad un’altra persona ciò che questa persona, in fondo non desidera di fare, così si può affermare che soltanto ognuno di voi, personalmente, può riuscire ad esercitare su se stesso la libertà di agire o meno in determinate circostanze.
Questo solitamente è il concetto che tutti voi possedete – quando ne parlate, quando ci pensate – di libero arbitrio; infatti, voi parlate di libero arbitrio principalmente considerando il fatto che l’individuo eserciti questa sua facoltà, questa sua potestà, facendo ciò che vuole fare.

Io vi dico che come diceva anni fa un vostro cantautore, «libertà non è star sopra un albero» o meglio ancora: l’individuo che esercita un libero arbitrio non è quello che decide contro tutto e contro tutti di arrampicarsi in cima ad un cipresso. Infatti, l’individuo che così si comporta, e questo lo capirete poi quando approfondiremo l’argomento, dà mostra di essere ancora meno libero di coloro che accusa di essere prigionieri delle circostanze, dell’ambiente, dei condizionamenti e via e via e via. Scifo
Prosegue con il prossimo post


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4 commenti su “Le condizioni per il libero arbitrio: conoscenza, consapevolezza, comprensione (l2)”

  1. In parrocchia si diceva: liberi di, liberi da, liberi per.
    Probabilmente si va a finire lì, ampliando lo sguardo sul ruolo dei vari corpi che costituiscono la persona.
    Grazie.

    Rispondi
  2. E’ vero, il libero arbitrio si esercita correttamente quando si mette in atto la triade: conoscenza, consapevolezza, comprensione.

    Rispondi
  3. Ho riletto il post precedente, per comprendere meglio. Ma non mi è stato facile seguire il filo. Attendo prossimo post. Sperando di avere i tasselli che diano un quadro più completo.

    Rispondi

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