Immagine di sé e Io [A123]

D –  L’Io può farsi un’immagine negativa di se stesso?
Difficilmente l’Io vede se stesso in maniera negativa, perché una tale concezione di se stesso cozzerebbe contro il suo punto di partenza, ovvero il fatto di essere il perno della Realtà intorno al quale tutto gira.

Anche quando presenta agli altri, sottolineandoli, suoi possibili mancanze e difetti questo accade per far leva sull’altro al fine di ottenere attenzione o considerazione ma, in realtà, è più un mezzo da sfruttare per esaltare se stesso e far vedere all’altro la sua umiltà o la sua sincerità con se stesso che una concezione negativa di se stesso.

D – La creazione dell’immagine è più funzionale all’Io nei confronti di stesso, o è più funzionale nei confronti dell’ambiente, e quindi degli altri?

L’immagine possiede entrambe le funzioni: quella di autodefinirsi in accordo con i propri bisogni in maniera da avere dei punti di partenza sui quali costruire la propria interazione con la realtà e quella di presentare se stesso in una forma percepibile e accettabile dagli altri, spesso costringendo l’immagine ad adattarsi a ciò che la società si aspetta più che a quello che l’individuo è veramente.

In entrambi i casi la funzione dell’immagine resta comunque, principalmente, quella di interagire e di poter, grazie all’interazione, sperimentare quello che si è veramente all’interno, in modo che l’esperienza porti a delle reazioni e che da queste, attraverso l’opera di collegamento dei dati ricevuti messa in atto dal corpo della coscienza, si accumulino porzioni di comprensione.

D – Se l’Io cambia così velocemente, potrebbe continuare a identificarsi con un’immagine che è in continuo mutamento?

L’Io, essendo una risultante e non un’entità reale, può essere immaginato come qualcosa di estremamente variabile momento per momento, in conseguenza del variare, momento per momento, delle componenti che lo generano. Questo, ovviamente, porta a un’immagine anch’essa tendenzialmente variabile.

Le difficoltà avvengono quando l’Io (per vari motivi, primo fra tutti il suo desiderio di fissità conseguente alla paura di perdere se stesso) cerca di non accettare o prendere in considerazione i mutamenti interiori che nel frattempo sono avvenuti nell’individuo e, quindi, di non riconoscere che l’immagine che dà di se stesso non è più la stessa di prima. Questo si riflette sulla consapevolezza dell’individuo incarnato, basti pensare ai cambiamenti che ognuno ha e di cui non si rende prontamente conto, o che fa fatica ad accettare.

D – Il costante aggiornamento dell’immagine, non annullerebbe l’effetto di contrasto con l’Io che si viene a instaurare nel momento in cui l’immagine non è più adeguata, col risultato di fornire meno sofferenza/insoddisfazione all’individuo, e quindi minori stimoli di comprensione?

In realtà accade proprio il contrario perché l’immagine si aggiorna più velocemente di quanto riesca a introiettare l’Io e questo, come dicevo prima, disturba il tentativo di mantenersi stabile da parte dell’Io.

D – L’aggiornamento dell’immagine a cosa deve essere riferito per essere utile all’individuo: agli archetipi transitori della realtà in cui si trova inserito, oppure a ciò che l’individuo sente dentro di sé (quindi agli impulsi del proprio Io)?

L’utilità dell’aggiornamento dell’immagine diventa tale quando l’individuo riesce a percepire tale aggiornamento e a esaminare, obiettivamente, cosa comportino tali cambiamenti e quali spinte (sia interne che esterne) riflettano.

D – Come si rapportano maschere e immagine?

Potremmo dire che le maschere sono delle false immagini adoperate talvolta dall’Io in maniera “automatica” o dall’individuo in maniera consapevole. Nel caso dell’Io, tali false immagini hanno la funzione di abbellire se stesso, nascondendo (o cercando di nascondere) le parti di se stesso che non accetta.

Quelle, invece, indossate consapevolmente dall’individuo hanno la funzione di facilitare la sua interazione con la realtà a lui esterna per evitare conflitti indesiderati, od ottenere l’interazione dei rapporti interpersonali con la finalità di facilitare la comunicazione o il rapporto anche con chi è, apparentemente, più o meno lontano dal suo modo di concepire la vita e le esperienze che propone.

D – In base a che cosa l’Io crea la propria rappresentazione simbolica, ovvero la sua percezione soggettiva della realtà?

L’Io tende a rappresentare la realtà non partendo dall’esterno ma dal suo interno, cercando cioè di adeguare quello che incontra a quelli che sono i suoi impulsi. Per fare un esempio, accade spesso che ognuno di voi percepisca, di quanto gli viene detto da un altro, prima di tutto (e spesso, solamente) quello che è in accordo con i suoi desideri, al punto da ignorare o addirittura cancellare immediatamente le parti che non gli stanno bene.

Quello che è esterno (ad esempio le proposte comportamentali che provengono dagli archetipi transitori) viene usato dall’Io – prendendo da esse quelle che più gli fanno comodo – per giustificare o motivare le proprie reazioni.

D – Un animale all’ultima incarnazione con un primo abbozzo di corpo mentale possiede anche un abbozzo di Io e quindi di immagine?

Questo è un discorso piuttosto complesso che vedremo se sarà possibile affrontare più avanti. Comunque posso dire che senza dubbio, nel momento in cui l’individuo è prossimo ad avvicinarsi all’incarnazione umana, l’animale in cui è incarnato incomincia anche ad avere un abbozzo di Io e, quindi, a formarsi un’immagine, anche se ancora rudimentale, di se stesso. Vito

Annali 2008-2017

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