“Non giudicare gli altri perché non ne hai il diritto, né la capacità”

L’opere della mia vita passata io muterei, ché molti son quelli che ne hanno fatto capo grosso, malo judicio dando de’ miei ragionamenti. Non di manco tempo è fuggito molto da che lasciai l’italico loto di val di Pesa, facendo da allora capitale d’un’altra veste cotidiana, sì che or muterei alcuna parte de lo mio pensiero, secondo l’eccellentia delle cose dette in queste ¢ altre assemblee d’omini e magistri.
Io adunque credo che, avendo ascoltato le cose che ho ascoltato presso cotesta assemblea e, come dicevo poc’anzi, altre assemblee in cui magistri vengono a portare li loro insegnamenti, parebbemi justo smutar alcunché de lo mio pensiero in altra forma meliore e più confacente a li massimi prinzipii che voi avete lo buon auspitio di intendere.
Sì che parebbemi justo barattar lo mio dire “lo fine justifica i mezzi” col dire invece: “la intentione justifica l’atione” la qual cosa ben pauco smutamento parer potrebbe a chi ben non sa ragionare, mentre invece è ben altra cosa da ciò che trassemi d’animo il mio cogitar d’allora.
Io auspico che tutti voi meditiate su queste mie parole, ché sono alquanto diverse da ciò che io significava allora, e comportano proprio un mutare, un rivolutionare totale de lo mio pensiero.
Vivete lieti de la vostra buona sorte. N. Machiavelli

Il figlio Niccolò vi ha donato il contributo della sua esperienza, e le conclusioni a cui è arrivato da quando, nel XV secolo, ebbe quella vita a voi certo nota e così discussa ancora a tutt’oggi.
Tuttavia ancora una volta le parole non esprimono adeguatamente ciò che il sentire raggiunge perché, anche la frase che egli vi ha lasciato quale modifica del suo pensiero, può venire male interpretata; d’altra parte la difficoltà è peculiare dell’argomento che stiamo trattando in quanto ha mille sfumature, ognuna di difficile chiarificazione.
Egli vi ha detto “l’intenzione giustifica l’azione” ma dove sta il cambiamento rispetto al primitivo “il fine giustifica i mezzi”? Come egli ha affermato, sembrerebbe che vi sia ben poco mutamento se non nei termini usati eppure, effettivamente, vi è qualcosa che muta radicalmente. le prospettive dell’asserzione.
Dicendo “il fine giustifica i mezzi” l’accento e il rilievo vengono posti non sui mezzi usati bensì sul risultato che essi ottengono; dicendo invece “l’intenzione giustifica l’azione” l’accento e il rilievo vengono dati non all’azione bensì a ciò che l’ha mossa. Non so se riuscite a recepire a fondo la differenza nel primo caso è il risultato quello che conta, nel secondo caso è invece la giustezza che porta ad agire l’individuo, al di là del risultato stesso che può ottenere.
Ma sarà meglio che facciamo un esempio concreto per cercare di rendere più chiara ed evidente questa differenza.
Supponiamo che un paese sia oppresso da una carestia tale che il governo debba prendere una decisione di qualche tipo per porre rimedio a questa situazione insostenibile. Applicando la prima frase – ovvero “il fine giustifica i mezzi” – il politico ha a sua disposizione qualsiasi mezzo, fino alla guerra e allo sterminio, per ottenere una situazione migliore per il paese; ma poiché il politico – così come ogni altro uomo – ha un Io che tende sempre a ottenere un vantaggio personale o partitico, accadrà che verrà scelto il mezzo che più gli tornerà utile. Questo – intendiamoci bene – non significa che il fine non venga ottenuto, ma può significare che venga ottenuto in modo non certo puro e, quasi certamente, a scapito di altri perché l’intenzione non era del tutto pura.
Applicando invece a questa situazione la seconda frase si ha un deciso miglioramento riguardo a ciò che può accadere; fermo restando che il risultato sarà lo stesso del caso precedente, l’intenzione di partenza, pura allorché motivava l’azione, limita i mezzi usabili condizionandoli non al tornaconto personale bensì a quello che ritiene sia davvero il bene maggiore da conseguire per la comunità.
Qualcuno potrà osservare che l’individuo – anche se agisce con la più valida buona fede, con la migliore intenzione – può commettere lo stesso un errore, cosicché il fine ottenuto non sarà quello ricercato, tanto che potrà ottenere sia un bene sia un male.
Ebbene, figli cari, anche se la morale comune è abituata a giudicare gli esseri dai risultati, noi vi assicuriamo che – allorché vi sarà il momento dell’autogiudizio – l’individuo che avrà fatto del male agli altri agendo con l’intenzione di far loro del bene non avrà che una limitata sofferenza, ed essa sarà dovuta al suo rendersi conto che non era ancora ad un punto tale dell’evoluzione da poter agire nel modo migliore; tuttavia il fatto di comprendere questo lo aiuterà a non commettere più quel tipo di errore involontario, perché l’esperienza avuta gli avrà insegnato quel qualcosa in più che gli permetterà di non sbagliare ancora.
Vi assicuriamo anche che soffrirà molto di più l’essere che avrà agito egoisticamente, anche se il suo egoismo avrà portato benessere, aiuto o felicità ad altre persone. Così, rubare il portafoglio a qualcuno, per la coscienza di chi compie l’atto non è certo giustificato dal fatto che il derubato, grazie a quel furto, non potrà comprare, per esempio, del cibo avariato che avrebbe gravemente danneggiato la sua salute. Direi quindi al figlio Niccolò e a tutti voi, che ancora meglio avrebbe potuto chiarire ciò che voleva esprimere, con l’aggiunta di una sola parola alla sua frase.
Basta infatti esprimerla come: l’intenzione altruistica giustifica l’azione” per renderla inoppugnabile e incontestabile, e non al vaglio della morale umana, bensì a quello della più universale e immutabile morale della coscienza.
Certo ognuno di voi può scoprire, per ora, motivazioni egoistiche nelle proprie intenzioni e ognuno di voi è ancora lontano dal dare per la felicità di dare pura e semplice; tuttavia vi state avviando, a mano a mano che vivete le vostre vite e acquisite sempre più complesse esperienze, verso quell’altruismo sentito e vero che è il requisito essenziale di chi ama davvero. Moti

Non giudicate gli altri, dicono le Guide, e sono pienamente d’accordo.
Cos’è, infatti, che va giudicato? L’effetto di un’azione?
Ma l’effetto di un’azione va – spesso e volentieri, e direi addirittura sempre – al di là della volontà di chi agisce. Quindi, l’effetto positivo o negativo come può essere causa di un giudizio di merito o di demerito?
Allora il tipo di azione usata?
Ma voi giudichereste un bimbo che vi tira del vetriolo in faccia perché non può sapere cos’è il vetriolo? No, certo. E chi fa una scelta sbagliata è come un bimbo che non può capire quale sia la scelta giusta da fare. Non vi pare?
Allora l’intenzione che ha motivato l’azione?
Ma l’intenzione non è giudicabile dall’esterno, dicono le Guide, così come non è giudicabile dall’esterno il sentire e l’evoluzione delle altre persone: come potete sapere qual è la loro realtà, come potete sapere quale esperienza una persona ha il bisogno di fare, positiva o negativa, per comprendere e migliorare se stessa?
E poi, cari miei, mi viene sempre in mente un mio caro amico molto intimo che ha avuto il coraggio di esclamare a una manifestazione pubblica contro il caro-vita: “Chi non è responsabile scagli la prima molotov!” L’avete sentita e non era proprio così? Uffa, che pignoli!
E poi ancora: accettando ciò che le Guide vi dicono sulla reincarnazione sarebbe meglio, a volte, che vi venisse in mente che ciò che giudicate con indignazione degli altri – e supponendo che non abbiate appena finito di fare di nascosto la stessa cosa – con buona probabilità voi l’avete già commesso in una vita precedente. Di voi non ce né uno che non abbia commesso un omicidio, o un furto, che non abbia partecipato a una strage, che non sia stato adultero o lussurioso, che non abbia ingrassato le tasche imbrogliando o sfruttando altre persone; siamo tutti – sia voi che noi – un campionario più o meno “ex” di azioni perverse e questo dovrebbe trattenere chiunque dall’esprimere un giudizio sugli altri, non vi pare?
Ma già, è comodo distrarre l’attenzione dal proprio operato, facendo notare e notando quello degli altri! Così il ladro griderà per primo al furto, l’assassino troverà indizi nei delitti altrui, il bugiardo scoprirà le menzogne degli altri, il libidinoso esecrerà il bacio in pubblico di due ragazzi, e chi più ne trova più ne aggiunga!
Per conto mio – avendo capito proprio tutto ed essendo ormai unita con l’Assoluto – mai più mi permetterei di giudicare la testardaggine di uno di voi, o la presunzione di un altro, 0 l’indecisione di un altro ancora, o l’ambizione, o l’irresponsabilità… no, assolutamente, sono troppo evoluta per farlo!
Tuttalpiù posso prenderne nota e… e poi stuzzicarvi quando è il momento, in modo da aiutarvi a confessare a voi stessi le vostre intenzioni. Zifed

Lasciamo dunque che sia valido quanto già una volta è stato detto:
“Non giudicare gli altri perché non ne hai il diritto né la capacità; giudica invece te stesso perché solo tu puoi veramente e onestamente farlo, in quanto solo tu sei in grado di conoscere a fondo le tue intenzioni.
Sii comprensivo e indulgente con gli altri, perché non hai elementi sicuri per condannarli, ma sii severo ed esigente con te stesso perché, se tu lo vuoi, hai in te tutto il necessario per emettere un verdetto sul tuo aver compreso le cose. Basta soltanto che tu davvero lo voglia”. Moti


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10 commenti su ““Non giudicare gli altri perché non ne hai il diritto, né la capacità”

  1. Questa lettura, per le cose che descrive e per come le descrive, mi ha suscitato profonda riflessione e un intima gioa. Grazie infinite alle Guide.

  2. Il significato del post, inizialmente alquanto nebuloso, mi si è chiarito strada facendo. Mi ha colpito in particolare il concetto di intenzione pura, che colgo come invito a scandagliare a fondo l’intenzione che ci muove, cosa che comunque mi sembra di fare abbastanza. Per quanto riguarda invece il non giudizio, ho molto ancora da fare su questo fronte. Non che poi non riesca ad andare oltre il giudizio, ma inizialmente scatta ancora in automatico.
    Grazie

  3. Il non giudizio non deriva da un gesto di volontà, come forse questo messaggio lasciare intuire, ma da una pacificazione intima che lascia scaturire la compassione per ogni essere noi compresi. È evidente che non esistono giustificazioni che sostengano il giudizio sugli altri se non quelle che derivano dal nostro incompreso. Se anche il giudizio fa parte di una fase della nostra evoluzione e ci è necessario , il suo superamento passa attraverso l’accettazione per approdare nella compassione.

  4. Non giudicare… non una prescrizione, ma un’indicazione vitale. Quanto ci perdiamo della belllezza dell’altro, se continuiamo a puntare il dito! Vedo nel giudizio motivo di una sottile sofferenza, anche se in apparenza il giudizio – frutto di un’identità che si crede superiore a qualcuno e per questo si arroga il diritto di sapere cosa è giusto o sbagliato, cosa è bene o cosa è male per l’altro – può dare all’identità un certo piacere, il piacere che deriva dall’affermare la propria esistenza. Piacere vano e inconsistente, che in realtà nasconde la mancanza di quella ricchezza che deriva dalla neutralità, l’accoglienza, la compassione, in altre parole dall’apertura verso l’altro, apertura che man mano che la coscienza si evolve, sfocia nell’unione con l’altro. Allora il non giudicare si inserisce nel processo che vive il monaco nel suo cammino verso l’unificazione o meglio verso la coscienza dell’unità. L’aspirazione a non giudicare diventa attenzione imprescindibile nel quotidiano.

  5. Grazie! Giudicare gli altri è certamente più facile che puntare il dito su sé stessi ma le Guide dicono come sempre una sacrosanta verità che sento profondamente anche se i miei “ragli” ci sono, eccome!!

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