Il cammino del discepolo: cambiare senza fine [IB3]

Favola dei tre vasi
Un giorno, nella regione del Punjab, si sparse la voce che Krsna era sceso sulla Terra e che avrebbe scelto un essere umano come suo discepolo.

Nella valle dove Krsna era sceso si radunò presto una grande moltitudine di uomini ed Egli, assiso sotto un albero, sonava il suo zufolo aspettando il mattino e salutando il tramontare del sole. La gente aspettava che Egli scegliesse, silenziosa.

Dopo tre giorni e tre notti Krsna si rivolse sorridente alla folla e disse: «Ho preparato tre vasi pieni di terra: tra voi uomini sceglierò tre persone e diverrà discepolo colui che nel suo vaso avrà fatto nascere una pianta di loto.» 

Guardò la folla poi indicò un uomo e gli disse: «Ananda, vieni e prendi questo vaso.» Ne indicò un altro e gli disse: «Jnana, vieni e prendi questo vaso.» Indicò infine un terzo uomo e gli disse: «Avidya, prendi questo vaso.» 

Poi rivolto a tutti e tre disse loro: «Andate e cercate, ognuno di voi come meglio crede, di far nascere in questo vaso la pianta del loto.» 
I tre uomini si allontanarono in tre direzioni diverse.

Il primo a ritornare a lui fu Ananda e gli disse: «Krsna, mio Signore, ho passato giorni e notti nella posizione del loto accanto al vaso, ho intonato senza fine dei mantra, ma tutto quello che ho ottenuto invocando te, mio Signore, sono questi pochi fili d’erba.» 
Krsna disse: «Ananda, la tua fede è ben poca cosa.» 

Il secondo ad arrivare fu Jnana il quale disse: «Krsna, mio Signore, io ho studiato e letto molto, ho usato tutti i mezzi possibili per rendere la terra morbida e per concimarla affinché, finalmente, spuntasse la pianta del loto. Ma tutto ciò che ho ottenuto sono soltanto pochi fili d’erba.» 
Krsna gli disse, riprendendosi il vaso: «Jnana, la tua conoscenza è ben poca cosa.» 

Per terzo arrivò Avidya; egli arrivò a passo infuriato e nell’avvicinarsi a Krsna esclamò: «Krsna, birbante, tu ci hai presi tutti in giro! Io ho cercato in tutti i modi che mi sono venuti in mente di far nascere la pianta del loto, ma poi mi è venuto un dubbio: ho svuotato il vaso della terra, ho setacciato la terra e ho scoperto che nel vaso che mi avevi dato non avevi messo il seme.» 
Krsna gli disse: «Avidya, restituiscimi il vaso e vattene.» 

Avidya non se ne andò ma si rivolse agli altri due e disse loro: «Amici, ci sta prendendo in giro: non vi è nessun modo per far crescere il loto in questi vasi perché Egli ce li ha dati senza il seme!» 

Krsna sorrise poi si girò a guardare la folla, indicò un bambino e gli disse: «Tu, Krsnadeva, vieni qui accanto a me.» 
Il bambino si avvicinò.
«Piccolo, tu hai fiducia in me?» chiese Krsna.
«Certo, mio Signore – disse il bambino – come potrei non avere fiducia in te quando tu sei bello come il sole?»

Krsna prese un vaso vuoto e una manciata di terra dal primo vaso quindi la mise nel vaso vuoto.
«Krsnadeva, cosa conosci tu?» chiese il Dio.
«Mio Signore, io non conosco niente, ma se la conoscenza mi porterà fino a Te, io cercherò di conoscere tutto ciò che sulla terra esiste.» 

Krsna prese dal secondo e dal terzo vaso una manciata di terra e le mise nel vaso vuoto.
«Krsnadeva – disse – in questo vaso vuoto in cui ora metto una manciata anche dal terzo vaso, non vi può essere seme. Pensi tu che nascerà da questo vaso una pianta di loto?» 
«Mio Signore Krsna, se tu dici che da questo vaso può nascere una pianta di loto io non dubito che sia così.» 

«Io dico che da questo vaso può nascere una pianta di loto.» Affermò Krsna.
Il bimbo prese il vaso tra le mani e guardando Krsna disse: «Il seme non si vede ma c’è! E se non lo hai messo tu, mio Signore, lo metterò io con la mia fede!» 

Mentre parlava, dal vaso incominciò velocemente a spuntare una pianta che mise foglie e, alla fine, fiorì con un magnifico fiore.
Krsna prese il bimbo fra le braccia e volò verso il cielo.


La discussione tra i partecipanti che qui è omessa.


L’incontro con le Guide

Questa volta non ho nulla da rimproverarvi. Siete stati veramente bravini. Sì. L’unica cosa che potrei dire – perché, se no, che Maestri saremmo, se non trovassimo mai qualcosa da farvi rilevare! – è che non avete insistito molto sul numero tre.

Perché tre vasi? Perché tre direzioni diverse? Perché tre persone? Insomma tutti questi perché ve li siete chiesti troppo poco, avete svicolato con diplomazia, e in questo siete stati proprio bravi! Eppure tutto questo aveva un significato veramente molto particolare.

Nel corso della discussione avete parlato di «sentire», avete parlato di «fede»… e questo tre poteva rappresentare un qualcosa che vi avrebbe senz’altro chiarito tutto il resto della favola.
Per chiarirvi le cose – tanto, poi, verrà qualcuno a spiegarvi – vi chiedo, dopo tutti questi anni d’insegnamento che sono stati portati: l’Io dell’individuo da che cosa è costituito? Da tre corpi!

Allora non poteva esserci, in questo senso, un’attinenza? Esserci un corpo astrale, un corpo fisico, un corpo mentale? E forse, chissà, il bambino rappresentare invece il corpo akasico, o qualcosa del genere? Gneus

Eh già, creature. Il numero tre, che così affrettatamente avete definito «un altro numero magico», vero, figlia F.? Ti ricordi di aver detto «un altro numero magico»?

D – Sì, perché mi riferivo al sette che avevamo incontrato nella favola dei sette fratelli.

Effettivamente, come la figlia L. diceva ad un certo punto oggi pomeriggio, la scelta delle favole, la loro successione non è casuale, ma vi è un filo logico che si andrà scoprendo un po’ alla volta.

Ora questo filo logico è partito dal numero sette ed adesso è arrivato al numero tre. Il numero sette – se ricordate la favola iniziale – era il simbolo, in realtà, di tutti i piani di esistenza dell’individuo, di tutti i suoi corpi, del cammino che l’individuo deve fare per abbandonare il piano fisico, per arrivare definitivamente a riunirsi con Dio.

Ritornando in ambito più ristretto, ecco che nella favola che avete letto (e recitato così bene, questa sera: bravi!) il numero tre significava invece che la favola andava desimbolizzata in questo modo, ovvero considerando i tre primi prescelti come l’esempio, la raffigurazione dell’Io incarnato all’interno del mondo fisico.

Un Io nelle sue varie manifestazioni:

– che manifesta ora una fede più supposta che sincera (e quindi basata più che altro, sul desiderio di essere un mistico, sul desiderio di far parte di Dio; quindi una manifestazione della sua componente astrale, della sua componente dei desideri);

– un Io che si manifesta attraverso la conoscenza (e quindi l’applicare la conoscenza alla pratica come può essere quella di concimare il terreno affinché dal terreno nasca il fiore);

– e, infine, l’Io come esperienza dell’individuo all’interno del piano fisico (che reagisce molte volte sconsideratamente, senza neanche rendersi conto di quello che fa o di quello che dice).

Tutte le tre componenti insomma dell’individuo, che sono all’interno del piano fisico e, quindi, in qualche modo si collegano anche al tema che era stato dato come titolo della serata a proposito della favola ovvero «la figura del discepolo».

Anche su questo non avete meditato: i titoli che diamo sono una chiave di lettura per dare un’interpretazione alle favole, che – come abbiamo detto – possono avere mille interpretazioni, a seconda del punto di vista da cui vengono osservate. Ma su questo discorso del discepolo torneremo fra poco.

Per quanto riguarda questo simbolismo del numero tre, dei tre corpi dell’Io, è evidente a questo punto che il bambino non può essere altro che il simbolo di ciò che è l’individuo che ha superato l’Io, che quindi non ha più bisogno di reincarnarsi all’interno del piano fisico. Ecco quindi spiegato perché Krsna prende il bambino e lo porta via dalla Terra in quanto il bambino continuerà sì la sua evoluzione come servitore più diretto di Krsna, però non più attraverso la ruota delle nascite e delle morti.

Una cosa: vi siete soffermati – fortunatamente non molto – su un particolare che mi ha fatto sorridere; ovvero sulla frase in cui viene detto che Krsna prende una manciata di terra dal primo e dal secondo vaso e che intanto, parlando, mette una manciata della terra del terzo vaso nel vaso vuoto. Ve ne ricordate?

Non vi è niente di strano, in questo; niente da capire e niente di particolare. È semplicemente una piccolissima tecnica (conosciuta ed usata da chiunque narra, racconta e scrive) per costruire un’immagine, per darle il senso del movimento; mentre Krsna stava parlando, ha messo subito la terra che era nel primo vaso, poi quella del secondo vaso e, sempre parlando mette quella del terzo, in quanto questa successione di azioni dà un movimento alla frase, alla favola, all’ambiente che si va creando nel leggere la favola stessa. Quindi, questo elemento trascuratelo perché non ha nessuna importanza.

Ma ritorniamo un attimo ad osservare la favola nell’ottica del discepolo. Qualcuno ha un’idea su come prospettarla in base alle cose che abbiamo appena detto, o che avete detto in precedenza?
(silenzio da parte degli astanti)

Tutti privi d’idee! Eppure, tutto sommato, è abbastanza semplice il discorso: chi si avvicina a un Maestro – vero o falso che sia non ha importanza perché l’importante è il fatto che l’individuo si avvicini come discepolo, quindi come suo sentire interiore, verso uno che suppone maestro – e si avvicina a un Maestro perché spinto da un bisogno interiore.

Questo bisogno nasce dal fatto che il discepolo non ha ancora compreso, quindi non ha ancora abbandonato il suo Io, è ancora in contrasto con quella che è la sua vera natura e quindi ciò gli provoca dei problemi. E siccome i problemi portano sofferenza, questa conduce a cercare di superarla, ed ecco che l’individuo inizia a esplorare nel tentativo di trovare la via per superare la sofferenza.

Ecco così che una cosa che deve tener presente il discepolo che si avvicina coll’intenzione di essere discepolo di un Maestro in particolare, è il fatto che egli deve aspettarsi:

– di riuscire un po’ alla volta, grazie a questa sua condizione di discepolo, a superare il suo Io;
– di non credere che, per il fatto di essere un discepolo, il suo Io sia superato;
– di non peccare di presunzione, di non fare come il terzo prescelto della favola e dimenticare quell’umiltà che è necessaria per veramente essere disponibile a lasciar entrare, dentro la canna vuota che egli è, la nota dell’armonia divina.

Il discepolo dunque è necessario che si avvicini tenendo ben presente questo, quindi non perdendo il contatto con la propria realtà.
Questo, cosa sta a significare, allora?

1- Sta a significare che vi saranno momenti in cui il discepolo cercherà – contro ciò che sente interiormente – di «amare» il suo Maestro, quindi dovrà lottare contro le spinte a fuggire che molte volte sentirà premere dentro di sé, perché sempre un maestro – come figura in se stessa – mette un certo timore. (Quando questo non vale per la figura del maestro, può valere per l’impatto con l’insegnamento che, in certi frangenti, diviene apparentemente lontano, o estraneo, o inadatto a noi. Ndr)

2- Sta a significare, ancora, che dovrà tener ben ferme le sue conoscenze, ma essere pronto a modificarle perché non è detto che, avanzando nel cammino, le conoscenze che egli ha acquisito siano sempre e tuttora valide; può darsi che si modifichino, nel frattempo, che siano magari le stesse conoscenze ma che possano essere comprese in modo tale da modificare completamente il quadro d’insieme; quindi deve essere pronto a cambiare in continuazione ciò che egli crede vero
Deve essere, quindi, sempre elastico di fronte alla Verità e alla Realtà.

3- Infine, come terzo requisito di un discepolo, vi è quello di rendersi conto che può venire anche il momento in cui egli rifiuterà tutto quanto; egli non soltanto rifiuterà ma magari rinnegherà, abiurerà tutto ciò in cui credeva in quanto forze interiori lo metteranno talmente in contrasto che – di fronte alla sofferenza o alla paura di dover andare più in profondità dentro a se stesso e quindi scoprire ciò che egli è realmente – coloro che non sono pronti a essere veramente discepoli non faranno altro che allontanarsi.

Ma allontanarsi, così, senza nessun motivo, non è mai facile: ecco allora che sarà necessario, da parte della persona in questa situazione, di trovare delle motivazioni utili da presentare agli altri.
E queste motivazioni non possono essere altro – come successione logica – che denigrare ciò che prima si manifestava di credere.

Il discepolo che ha presente queste tendenze, queste possibilità, queste azioni, e che se le aspetta, sarà in grado senza dubbio, anche nei momenti di crisi, di fare quell’attimo di pausa necessario per riuscire poi ad andare ancora avanti nel cammino.
Colui che invece non è pronto, indubbiamente – come sempre accade a qualunque Maestro – si allontanerà. E lo sappiamo molto bene noi, in tutti questi anni d’insegnamento!

Vi sono poi alcuni punti importanti della favola su cui non avete meditato (un po’ come per la «punta della coda» nella favola della tigre). Uno è il fatto che in realtà il loto è una pianta acquatica, il che significa che la favola non ha alcun senso… o no?

D – Confesso l’ignoranza in botanica.

Prendere atto della propria ignoranza è sempre un gran passo avanti, però vi lascerò come compito di meditare su questo particolare!
E poi, il terzo prescelto, questa figura – tutto sommato – che in realtà vi piace anche un pochino, perché è un contestatore, un ribelle: sì, è presuntuoso, d’accordo, però non ha neanche tutti i torti in quanto, in realtà, nei vasi il seme non è stato messo.

D – Quindi era giusto pensare a questa figura come a un trasgressivo o abbiamo sbagliato?

Più che un trasgressivo, direi una persona – un discepolo, visto che stiamo parlando di un discepolo – che in realtà si aspettava che «il Maestro» facesse, mentre invece il discepolo deve comprendere che il Maestro non fa assolutamente nulla! 

Il Maestro offre semplicemente lo stimolo affinché il discepolo faccia! Tanto è vero che quando è nata questa forse assurda pianta di loto dal vaso, non è nata perché ci fosse un seme, non è nata perché Krsna l’abbia fatta nascere, ma è nata perché il bambino ha creduto, sentito, voluto che nascesse. 

Ed ha creduto, sentito e voluto che nascesse perché aveva questo «sentire» in se stesso che gli permetteva di avere una fede estrema in ciò che Krsna aveva affermato potesse accadere.

D – Quindi non si può dire che sia fede cieca quella del bambino, ma piuttosto «sentire» del corpo akasico.

Certamente, e siccome è «sentire» del corpo akasico non può essere cieco, perché deriva dalle conclusioni, dalle risultanze tratte da vite e vite e vite di incarnazione, in cui venivano tratte le fila del sentimento, delle emozioni, dei pensieri e delle esperienze.

Quindi il «sentire» non può essere più cieco: può essere non completo, ma certamente cieco no. Se una cosa viene sentita, quella cosa è vera e, come sempre noi diciamo, la verità non è mai cieca, ma è sempre logica e perfettamente inserita in quel grande affresco di logicità che l’Assoluto ha costruito e che voi vivete dall’interno, invece che da spettatori.

D – Scusa io non ho capito perché il discepolo può rinnegare tutto ciò che crede di aver capito.

Quello è semplicemente un comportamento psicologico, in quanto chiunque si trovi in una situazione di cui ha paura cerca di reagire per non dover soffrire.
È un atteggiamento normale, penso che nessuno voglia o sia contento di soffrire, no? E allora la via migliore per riuscire a far smettere o migliorare questa possibilità di sofferenza è quella di allontanarsi dalla situazione che provoca la sofferenza. 

Ad esempio, se uno è ansioso per qualche motivo, cerca di eliminare la causa dell’ansia. Però il discepolo riconosce che la causa della sua ansia può venir identificata nella figura del Maestro stesso, no? (e/o nell’impatto dell’insegnamento che questi porta, ndr).
Allora, per sfuggire alla situazione, deve trovare un modo suo, una verità sua da manifestare agli altri, una «scusante dell’Io» – diciamo così – che gli permetta di allontanarsi da quanto gli sembra pericoloso per il proprio Io.

Il modo che più gli offre via di scampo, per salvare la faccia di fronte agli altri, resta quello di dire: «Quello non è un buon Maestro, ma tutto ciò che diceva e faceva erano delle corbellerie».
D’altra parte questo, se ci pensate, ricorda «il gallo non canterà, prima che tu mi abbia rinnegato tre volte», è un po’ lo stesso discorso. E questo malgrado Pietro sapesse che Cristo era un Maestro.

Anche il discepolo teorico di cui stiamo parlando sa, pensa di sapere, che la persona a cui si è rivolto come discepolo possa essere un Maestro; ciò non toglie che la sua sofferenza è tale per cui deve cercarsi una via di scampo per giustificarsi, di fronte a se stesso e agli altri, per il fatto che non ha avuto il coraggio di affrontare il dolore che deve scoprire dentro di sé.
Vi è chiaro?

D – Sono passaggi obbligati, questi?

Oh, certamente no, certamente no. Di solito – come dicevo – chi reagisce rinnegando è perché non è ancora pronto ad essere un discepolo.

D – Non è necessario soffrire per evolvere, per migliorarsi?

Teoricamente no. Teoricamente non è mai necessario soffrire, però tenete conto anche di un fattore: quando voi parlate di sofferenza riunite nel termine sofferenza molte cose. La sofferenza ha molti gradi. Può essere sofferenza anche un leggero malessere fisico, come può essere sofferenza un grave malessere fisico o anche psicologico: una situazione, uno squilibrio di qualche tipo.

E in realtà, se ci pensate bene, anche il dubbio che potete sentire è una sofferenza; le stesse domande che mi fate sono spinte da una sofferenza (piccola non avvertita secondo i canoni di quella che voi definite sofferenza); qualsiasi squilibrio interiore o esteriore, psichico o emotivo che voi sentite sono una sofferenza che si traduce poi, a ben vedere, in una situazione di disagio, che è proprio quella che vi fa sentire in movimento, vivi, e vi dà la spinta a cercare di modificare la situazione per sentirvi a vostro agio e non a disagio.

Diciamo che non è mai necessario soffrire grandemente, però la sofferenza, il disagio per uno squilibrio avvertito è un po’ la trama su cui conducete tutte le vostre esistenze, ed è, anzi, una trama indispensabile per poter andare avanti.

Altrimenti, se non aveste disagi, cristallizzereste nelle vostre posizioni e restereste fermi dove siete finché non arriva davvero la sofferenza quella con la «S» maiuscola!

D – Quindi la sofferenza è necessaria diciamo?

Sì, è necessaria in piccole dosi e non strettamente necessaria invece in grandi dosi.
Le grandi dosi si rendono necessarie quando l’individuo si aggrappa a ciò che è, non vuole cambiare, non vuole comprendere, non vuole modificare lo stato in cui si trova e, poiché una legge inalterabile dell’esistente è che tutto deve evolvere e cambiare, ecco che la sofferenza diventa una necessità. Scifo


4 commenti su “Il cammino del discepolo: cambiare senza fine [IB3]”

  1. La favola è eloquente. Il suo contenuto rimanda al passo del vangelo in cui Gesù dice :” se non diventerei come fanciulli non entrerete nel regno dei cieli”

    Rispondi
  2. La sofferenza è inevitabile

    Si cerca un maestro per dare spiegazione alla sofferenza in un certo senso. Ma quando non si è in grado di accettare ciò che il maestro propone, cioè quando non si è sufficientemente pronti per quel passaggio, si possono innescano le 3 ipotesi formulate.

    Da tenere bene a mente:

    * Lottare contro le spinte a fuggire

    * Essere pronti a modificare le conoscenze acquisite, cioè cambiare in continuazione ciò che si crede essere vero

    * Se non si è sufficientemente pronti può presentarsi il momento di rifiutare tutto

    Coltiviamo l’atteggiamento del discepolo!

    Rispondi

Lascia un commento