La cultura: le sfide del colto e dell’ignorante

La critica che abbiamo rivolto alla cultura voleva trattare semplicemente e solamente la cultura mal usata, quando resta cosa sterile mentre potrebbe dare un aiuto molto grande, e credo che ognuno di voi sia d’accordo su questo. 

Eppure io credo che a ognuno di voi sia capitato di incontrare persone di elevata cultura, magari plurilaureati, ma così pieni di sé, così eccessivamente orgogliosi di questa loro cultura da non riuscire a dare nulla. La cultura, così, resta una cosa fine a se stessa, come dicevamo prima.

Se i fisici, rivolgendosi al povero barbone – apparentemente ignorante – gli avessero parlato allo stesso livello, probabilmente avrebbero aiutato una creatura a fare un piccolo salto di qualità, a crescere un poco. Ecco il perché di quel messaggio che avete letto l’ultima volta, in cui venivano definite persone “stupide” coloro che fanno questo cattivo uso della propria cultura. Fabius

C’è poi un altro aspetto, a nostro avviso molto interessante, ed è quello del linguaggio. Molto spesso, infatti, una persona culturalmente preparata tende a rivolgersi alla persona che ha meno cultura usando termini comprensibili soltanto per gli “addetti ai lavori”.

Certamente – forse non sarebbe neanche il caso di dirlo! – questo atteggiamento maschera qualcosa, vi pare? Perché sarebbe tanto semplice – per chi ha avuto l’opportunità, la fortuna, la volontà o il desiderio di studiare – rivolgersi agli altri con un linguaggio semplice, alla portata di tutti, un po’ come – tutto sommato – stiamo facendo noi ormai da 16 anni.

Forse credete che non potremmo usare un linguaggio degno di un componimento letterario? No, potremmo benissimo; eppure molto spesso usiamo una terminologia, una fraseologia così semplice che le nostre parole possono essere comprese, capite, persino da un fanciullo. Florian

Ma ritorniamo al nostro individuo culturalmente preparato che sente il bisogno e quindi la necessità di usare un linguaggio forbito, convinto che, magari, questo linguaggio forbito possa dare agli altri una immagine migliore di sé. I motivi di questa mascheratura – il parlar forbito – possono essere molti, diversi da individuo a individuo, tuttavia è chiaro che nascondono sempre e comunque un bisogno dell’Io, un Io ancora forte, un Io, in qualche modo, prepotente e che va superato. Vito

Fare sfoggio di cultura, figli, quasi sempre significa impedire a chi sta attorno di intrecciare un rapporto; significa quasi sempre mettersi nella condizione di colui che sa, di colui che insegna o che può insegnare agli altri; significa mettere in mostra le proprie capacità, le proprie possibilità e – come diceva il figlio Vito, prima – è indubbio che tutto questo non sia altro che un tentativo dell’Io di espandere se stesso e, quindi, di mettersi al di sopra di coloro che lo circondano, conquistando per se stesso una porzione di quel mondo che vorrebbe gli appartenesse tutto.

Se voi pensate a tutti i Maestri che si sono succeduti nel tempo, ben difficilmente potreste trovare qualcuno tra essi che abbia fatto sfoggio di cultura nel portare il suo insegnamento.
Certamente, magari venivano portate nuove convinzioni, nuovi concetti o adattamenti di pensieri già proposti, ma sempre senza che tutto questo venisse porto in modo tale da farlo apparire come una perla lasciata cadere dall’alto, bensì come un fiore che veniva porto a chi era in grado e voleva annusarne il profumo.

Io direi che è questo addirittura il caso di coloro che si propongono spesso come Maestri: vi è già, in una tale ammissione, un atto dell’Io e, nel contempo, ciò che dicono viene infarcito di cultura, di cognizioni, di parole difficili.  
La verità, poiché appartiene a tutti, è fatta di parole semplici, poiché da tutti deve essere compresa; la verità, perché possa essere assimilata, deve far ricorso a quegli elementi che appartengono all’intimo di ogni individuo.

La verità, per poter essere introiettata, deve far leva su ciò che accomuna tutti gli individui e, quindi, sugli elementi basilari, non su quelle cose complesse che forniscono tuttavia e costituiscono le sovrastrutture della mente rispetto a ciò che voi siete.

L’uso corretto della cultura è quello che si fa allorché ciò che si ha viene posto al servizio degli altri, e non viene usato contro gli altri.
Cosa difficile, ahimè, da farsi poiché poche sono le spade affilate e taglienti come la cultura! L’impressione di conoscere, di sapere più degli altri, l’orgoglio dell’Io, sono in agguato e spesso le loro trappole sono talmente sottili che è facile sentirsi maestri quando, in realtà, non si è ancora neppure stati discepoli! Rodolfo

Questo è l’uomo colto, creature.
Eh già, poverino! Sembra quasi che noi vogliamo decretare con queste parole la fine della cultura, ma non è così: la cultura è una gran bella cosa, è una cosa importante perché affina uno strumento importante che l’individuo possiede. 
Noi diciamo sempre che se l’individuo possiede un corpo mentale è perché questo corpo mentale venga usato, altrimenti non vi sarebbe un perché alla sua esistenza. 

Ecco quindi che l’imparare, il leggere, il conoscere e via e via e via sono strumenti che aiutano ad attivare le funzioni del corpo mentale e quindi aiutano a creare comprensione, a creare elementi perché la comprensione arrivi al “sentire” e quindi vi sia un allargamento della coscienza. 

L’importante è ricordare che sono tanti gli elementi che possono portare a questo allargamento di coscienza, alla comprensione, e che non necessariamente sono elementi relativi al corpo mentale.
C’è chi può fare la sua esperienza e comprendere attraverso il contatto fisico, c’è chi la può fare attraverso le proprie emozioni, i propri desideri, c’è chi la fa attraverso la propria mente.
Tante sono le vie, le sfumature, quanti sono gli individui incarnati sul pianeta.

E l’ignorante, creature? 
Colui che non sa – non in senso esoterico, ma in senso umano – quel poveretto che per qualche motivo non conosce, non ha cultura, che tipo è? Un inevoluto forse?
Uno che non ha la possibilità di evolvere perché non ha il corpo mentale strutturato in modo tale da portarlo a comprendere dei concetti difficili?
Certamente no, lo abbiamo appena detto!

E’ forse meno importante il barbone del laureato in fisica?
Altrettanto certamente no: non vi è nessuno che sia meno importante o più importante di un altro. Però anche qua vi sono diverse modalità, tipologie del comportamento: vi è colui che non sa, che è consapevole di non sapere, e non soffre per la conoscenza altrui; vi è invece colui che non sa, è consapevole di non sapere, e soffre perché non sa ciò che gli altri sanno.

Ebbene, anche questo individuo, in realtà, non è da meno del colto di cui parlavamo prima, in quanto anche il suo non sapere, il soffrire per il sapere altrui non è altro che una risposta dell’Io; esattamente nel senso opposto rispetto a quanto dicevamo prima però, alla fin fine, è sempre un Io che soffre perché non riesce ad avere per sé una parte di quella realtà che vorrebbe fosse sua.

D – Può essere una spinta però.

Certamente. Anche la non-cultura può essere una spinta. Non soltanto può essere una spinta – come dicevi tu – ma “dovrebbe” essere una spinta, ed è proprio questo il punto che forse rende più evidente quanto l’individuo non colto che soffre della cultura altrui sia sotto le grinfie dell’Io. 

Infatti, se quest’individuo veramente pensasse che colui che sa, che conosce, è istruito, è veramente migliore di lui per la sua istruzione, allora farebbe in modo da istruirsi a sua volta, non si rivolterebbe nella sua ignoranza cercando, magari, di buttare giù dal piedistallo l’altrui sapere, giusto?

Quindi, in questo caso, la persona che sa dovrebbe sentire la spinta a raggiungere l’altro cercando di mettersi al suo livello; allo stesso modo colui che non sa dovrebbe ricevere la spinta da colui che sa per cercare di imparare qualcosa in più e, quindi, elevarsi al livello dell’altro, in modo tale da cercare di trovare quei punti di contatto che sono necessari per crescere. 

Questo è un tipico esempio che si potrebbe portare quando noi affermiamo che ognuno di voi, in realtà, è uno stimolo anche per tutti gli altri e che nulla va perduto, ma che uno stesso fattore può avere importanza diversa e opposta per due individui e, tuttavia, essere necessario per l’economia delle cause. 

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D – Spesso io riscontro che non c’è il desiderio di entrare in contatto con l’altro. C’è questa barriera, non dico tra ignoranti e colti, ma anche fra due persone quasi dello stesso livello culturale. Mi sembra che manchi la volontà di entrare in contatto con l’altro.

Qua il discorso si complica notevolmente perché, intanto, potrebbe trattarsi, ad esempio, di un meccanismo di difesa per l’aggressività verbale dell’altro; potrebbe trattarsi del fatto che l’altro vuol fare un proselito alle proprie idee.

Questo potrebbe essere, in fondo, un esempio di quello che dicevamo prima, ovvero che colui che sa, il colto – nel senso più generale di “colui che conosce la maggior verità” – deve possedere un’umiltà tale da saper portare ciò che sa all’altro senza che questo ne risenta, perché ricordate sempre che una conoscenza maggiore – per colui che non sa – può portare sì la felicità di apprendere qualcosa, ma comporta anche un cambiamento della sua vita, del suo modo di essere, e questo non è mai accettato semplicemente e facilmente.

D – Allora non si può fare niente, se non aspettare che questa volontà di contatto sbocci spontaneamente?

Su questo non c’è dubbio, perché se la volontà di contatto viene a mancare il punto di contatto non ci sarà certamente e, se ci sarà, sarà un punto di contatto da combattente, il che non porterà ad altro che degli attriti e non delle unioni.

D – Stavo pensando se la persona colta fa più fatica, deve fare maggior sforzo per superare questo suo Io che non il barbone.

Guarda, cara, superare gli impulsi del proprio Io ha sempre la stessa difficoltà per chiunque, perché ciò che l’individuo deve superare è un grosso gradino sempre e comunque. E’ dall’esterno che può sembrare più grande o più piccolo il gradino di un altro; in realtà, per chi deve salire il gradino, lo sforzo è sempre lo stesso. 

Si può dire che, per quello che riguarda il colto, vi può essere un problema da sottolineare, o per lo meno una certa scusante nel suo comportamento: proprio per il fatto di essere entrato in una certa mentalità per poter portare avanti i suoi studi, le sue conoscenze, ha acquisito un certo tipo di linguaggio che fa parte, magari, del suo modo di parlare con le persone che hanno studiato con lui e, quindi, può venire spontaneo usare certi termini. 

Questo può essere tipico della persona colta, tuttavia noi mettiamo come ottimale non la persona colta ma la persona colta e intelligente, che sa quando è il caso di parlare in modo forbito e quando è il caso di esprimere gli stessi concetti in maniera più chiara e più semplice.

D’altra parte, questo problema – specialmente per voi che siete italiani – dovrebbe essere un problema molto facilmente risolvibile: avete una lingua molto ricca, con parole che vogliono dire la stessa cosa in decine di modi diversi, e allora perché andare a cercare il modo più difficile, più colto e meno accessibile per spiegare qualcosa? 
Cercate di farlo con le parole più semplici, come fareste con i bambini.

D – L’individuo limitato, però, può dire “Sono consapevole dei miei limiti, anche se mi sarebbe piaciuto essere come quella persona colta”.

Intanto se è consapevole dei suoi limiti non soffrirà mai per l’altro che ce l’ha fatta!
E poi ti garantisco che se gli fosse piaciuto davvero avrebbe trovato il modo di farlo e se non lo fa vuol dire che, in realtà, non vuole farlo. 

E’ lo stesso discorso che molti di voi hanno fatto allorché avevamo dato dei compiti di ricerca a tutti voi componenti del Cerchio, e tutti siete arrivati al momento della consegna del compito dicendo che eravate stati troppo presi dalla vostra vita quotidiana e non eravate riusciti a trovare delle ore di tempo per portare a termine una ricerca, magari di ben una pagina!
Questo perché, in realtà, non volevate farlo, perché chi vuole fare qualche cosa riesce a trovare il tempo: mette la sveglia un’ora prima o, semplicemente, magari rinuncia per un attimo a qualcos’altro.

D – Allora, quando uno vede i propri limiti, non è detto che questi siano proprio così ma possono essere una scusante per se stesso?

I limiti possono essere di diverso tipo; possono essere limiti autoimposti, imposti a se stesso da se stesso, dal proprio modo di essere, dalla propria mancanza di volontà, dal proprio coraggio, e quindi – in realtà – dal proprio sentire (perché vuol dire che l’individuo “non sente” di fare quella cosa se poi non la fa, alla fin fine, no?). 

Così come potrebbero, in realtà, anche esistere dei limiti oggettivi di comportamento esterno (forse il termine condizionamento al posto di comportamento renderebbe la frase più comprensibile, ndr), ma questi limiti oggettivi di comportamento esterno sono molto spesso aggirabili con la buona volontà o, per lo meno, sono relativi a un periodo di tempo, non sono relativi a tutta la vita.

D – Ma se il limite fosse proprio nella capacità di comprendere? Può essere?

Siete sicuri? Come piccola discussione tra amici, è possibile che qualcuno non abbia la possibilità di comprendere?

D – Io in questo momento sto vivendo questo dramma. Mi sento quasi incapace di capire come vorrei, come sentirei di volere.

Hai detto due cose. 
Una: “in questo momento”, quindi questo dà da pensare che in questo momento vi sono delle cose esterne ed interne che limitano la tua possibilità di comprensione. 
Però ciò indica che c’è semplicemente un fattore contingente, più che un fattore reale, giusto?

D – In questo momento perché ho ricominciato a pensare.

Devi, quindi, riallenare la tua mente e si tratta di metodo di studio, forse, più che altro. 
Un’altra cosa è il fatto che hai detto “io”. 
Ma “io” chi? “Io” nel senso di “io personale”, consapevole sul piano fisico, o “io” nel senso di corpo mentale, o “io” nel senso di individualità?
Chi è che deve comprendere?

D – Il corpo mentale.
D – La coscienza dovrà comprendere.

Allora: il tuo corpo fisico viene a contatto con le nozioni (restiamo nell’ambito culturale, senza andare a cercare cose molto complicate), il tuo corpo fisico arriva a contatto con le nozioni, il tuo corpo mentale le riceve, le elabora, cerca di elaborarle, le conosce, viene a conoscenza, viene a contatto ed ha a sua disposizione del materiale sul quale pensare, però questo materiale da solo non basta. 

Non è che il corpo mentale “comprenda”. Il corpo mentale semplicemente fornisce gli elementi al corpo akasico per comprendere, è lui quello che comprende; ma, intendiamoci, non comprende la nozione, la cultura, comprende ciò che sta alla base, “il perché” della cosa

Al corpo akasico non interessa sapere che la tal frase l’ha detta – che so io il Cristo o il Pascoli, Dante, e via e via e via, ma interessa comprendere ciò che dice quella frase, le emozioni, i desideri, i pensieri che ha suscitato al proprio interno, in modo tale da conoscere meglio – di conseguenza – se stesso.

Forse, un problema dell’uomo colto è il fatto che finisce per considerare la cultura lo scopo e non il mezzo; finisce cioè per vivere per conoscere cose e non per comprenderle. 
Forse questo è uno dei limiti più grandi e più difficili da superare. Scifo


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11 commenti su “La cultura: le sfide del colto e dell’ignorante”

  1. “Forse, un problema dell’uomo colto è il fatto che finisce per considerare la cultura lo scopo e non il mezzo; finisce cioè per vivere per conoscere cose e non per comprenderle.
    Forse questo è uno dei limiti più grandi e più difficili da superare”.
    Questo mi fa pensare che la cultura della nostra epoca è dominata dal mentale, cosa del resto nota; dietro questa visione risiede una concezione antropologica determinata che identifica l’uomo con il suo Io.
    Immagino una cultura basata su una antropologia complessa, come quella proposta dal Cerchio Ifior, che va oltre i limiti dell’identità.
    Una cultura che si fa mezzo e che sia al servizio del corpo akasico che comprende.
    Chissà forse in futuro.
    Grazie.

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  2. Grazie.
    Una nota su questo “io” forte, che vuole espandere sé stesso, ecc.
    L’io non esiste, è illusione.
    È sempre la coscienza che non ha compreso e si identifica nelle dinamiche dei corpi inferiori.

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  3. Se per cultura s’intende un insieme di nozioni, di conoscenze enciclopediche c’e’ ben poco da dire, fortunatamente esiste anche una cultura contadina. Appunto la cultura è un mezzo. Purtroppo lo è anche quando il suo fine è la manipolazione o l’assoggettamento culturale. Lo stesso dicasi per il linguaggio. Insomma come sempre l’importante è l’intenzione che muove. Il fine rimane l’allargamento della coscienza. Mi viene in mente una frase attribuita a Michelangelo: “Se tu sei uno spazzino, che tu sia il migliore degli spazzini” . Senza nulla togliere a questa categoria, per altro oggi indispensabile.
    In un momento storico come questo, la cultura potrebbe svolgere un ruolo importante per elaborare nuovi strumenti interpretativi e di orientamento, soprattutto per i giovani.
    Per usare i termini del post, la cultura porta una responsabilità verso la non-cultura. Da qui a dire che è responsabilità di tutti studiare, il passo è breve.

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  4. La cultura è un mezzo e a secondo che la usi un Io tronfio, povero di comprensioni, oppure un Io discreto, ma ricco di umanità, produce effetti molto diversi.
    Penso ad esempio ad un Vittorio Sgarbi o in antitesi ad un Ezio Bosso, scomparso ieri.
    Il primo la usa come un grimaldello per appagare la propria vanità; il secondo ha fatto sì che la musica arrivasse a tutti, e con essa l’importanza della dedizione e della disciplina.
    Credo quindi evidente, che non sia la conoscenza, intesa come quantità di nozioni, che rende l’uomo più evoluto, ma solo le comprensioni raggiunte.

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  5. “Al corpo akasico non interessa sapere che la tal frase l’ha detta – che so io il Cristo o il Pascoli, Dante, e via e via e via, ma interessa comprendere ciò che dice quella frase, le emozioni, i desideri, i pensieri che ha suscitato al proprio interno, in modo tale da conoscere meglio – di conseguenza – se stesso.”
    Ho sottolineato questo passaggio perché e mi calza a pennello. Ho sempre vissuto le letture, di qualunque genere, come fattori scatenanti emozioni. A volte non riesco ad andare oltre, a ricordare, citare e questo nel tempo è stato x me fonte di frustrazione. Crescendo sono arrivata ad accettare e poi accogliere quella parte di me che non tratteneva nozioni anche grazie a frasi come questa. Grazie Scifo!

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  6. La cultura, intesa come fonte di conoscenza, e’ un bene prezioso che va dosata con intelligenza e linguaggio adeguato. Quando e’trasmissione di sapere disinteressato ti arriva e ti arricchisce anche se poi non riesci a riprodurla. Altrimenti e’ solo l’esaltazione di un sapere individuale in cui si evidenzia la persona ,ma non I contenuti

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  7. Quando la cultura non è erudizione va a braccetto, a mio modo di vedere, con la saggezza, anche se quest’ultima non è solo appannaggio del colto ma anche della persona umile che ha appreso dall’esperienza.

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  8. Molto importante, imparare, leggere, conoscere, ma la frase che mi colpisce
    “” la Verità, poiché appartiene a tutti,
    è fatta di parole semplici, poiché da
    tutti deve essere compresa..””

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  9. Sebbene la cultura può essere considerata un mezzo che facilita il raggiungimento di comprensioni e l’ampliarsi del corpo akasico, essa può non agevolare l’individuo nel suo percorso da ego ad amore.
    Può invece trasformarsi in un ostacolo, una zavorra. Così come l’uomo ignorante al contrario potrà utilizzare spinte evolutive più efficaci.

    Ecco come un attributo culturale o di altro genere che un individuo presenta può assumere, a seconda dell’uso che ne viene fatto, di significato e senso completamente diverso

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