La parte più alta dell’Io per osservare l’Io [sf6]

[…] Il fatto che per comprendere, per conoscere voi stessi dobbiate passare attraverso l’uso dell’Io, in realtà è una cosa logica, perché non vi può essere altro modo! Voi avete diversi strumenti a vostra disposizione: avete il vostro corpo mentale, con cui elaborate i pensieri, fate concatenamenti, razionalizzate le cose.

Avete le sensazioni, le emozioni, con cui interagite con gli avvenimenti che accadono; avete il vostro corpo fisico, con il quale interagite con la materia nella quale vi trovate a vivere; e avete poi la risultante di questi tre corpi – che è quella che noi chiamiamo “Io” – che vi fornisce dei mezzi per rendere dinamico tutto il vostro essere; perché, senza il vostro Io, in realtà voi sareste statici.

Pensateci bene: se non aveste l’Io, restereste fermi immobili, senza nessuna spinta a porvi di fronte all’esperienza. È l’Io, alla fin fine, questa creatura così inesistente e così bistrattata, che vi fornisce la spinta evolutiva allorché siete incarnati, anche al di là delle sue stesse intenzioni.

Allora, se questi strumenti li possedete, li dovete usare tutti! E l’Io è, ovviamente, forse lo strumento migliore per avere dei problemi e cercare dei modi per evitare di comprendere se stessi, ma ogni cosa, ricordate, ha sempre due facce: mentre può essere un freno, può essere anche un aiuto per arrivare alla comprensione. Come tutti gli strumenti, in realtà è la mano che lo usa quella che dà il beneficio o il maleficio dello strumento stesso.

[…] L’Io, di fronte alla sofferenza o alla paura di perdere una parte di se stesso, una parte di prestigio, o quello che volete, cerca di sfrondare la realtà e d’interpretarla secondo i propri desideri e le proprie esigenze.

Ecco, per lavorare su se stessi è necessario, a quel punto, lasciare che sia l’Io a guidare voi stessi, ma tenendo quella parte più alta dell’Io – perché vi è una parte più alta dell’Io, quella del piano mentale più vicino al corpo akasico – usare quella parte per osservare tutto quello che il resto dell’Io sta facendo; perché ricordate che la parte dell’Io più alta è a stretto contatto quasi col corpo akasico, è quella più vicina.

D – Quando una persona, osservando se stessa, i suoi comportamenti, si rende conto che non fa le cose in modo ottimale, il lavoro su di sé consiste nell’osservare questa distanza tra il suo comportamento e la cosa più giusta, e di fare la cosa più giusta di quella che riesce a fare?
Se trova un grosso ostacolo nel suo Io nel fare questo passo, troppo grande, è meglio osservare e considerare come mai le riesce così difficile, oppure non vale nemmeno la pena?

No, no, certamente osservare con tutti gli strumenti che ha a disposizione:
– con le emozioni che vengono suscitate da questa sua incapacità a fare qualche cosa;
– con i pensieri, i ragionamenti che sono collegati a questa sua incapacità, e cercare
– di adeguare se stesso a quello che poi il piano fisico propone come esperienza vissuta sul campo, perché poi è quella che a voi interessa perché è quella che vivete principalmente.

Il problema è che, nel momento in cui c’è qualche cosa che “per conoscenza” (non “per comprensione”) vi rendete conto che avreste dovuto fare e non avete fatto, automaticamente accade che incominciate a darvi delle giustificazioni; incominciate a trovare mille motivi per cui non avete fatto quella cosa.

Incominciate magari, molto facilmente, a dare la colpa del vostro non agire agli altri “perché sennò la tal persona o la talaltra avrebbe agito o reagito così” ed è qua che sta l’errore, perché invece colui che davvero osserva se stesso, colui che fa meditazione su se stesso, deve osservare se stesso mentre agisce nel mondo – non ritirarsi in cima a una montagna, ovviamente; perché in cima a una montagna manca il contatto con l’altro, quindi la possibilità di verificare ciò che si ha compreso – dicevo:

colui che medita su se stesso deve osservare se stesso mentre agisce nel mondo fisico senza preoccuparsi di dare giudizi sulle proprie azioni, prendendo atto di quello che pensa – a livello di conoscenza – che dovrebbe essere stato fatto e non è stato fatto, cercando di rimediare dove possibile o di non ripetere lo stesso errore nel momento che si ripresenta la situazione.

D – Osservare la propria reazione, che può essere di rabbia verso una cosa che accade all’esterno (verso una cosa o una persona) e quindi chiedersi: “Che realtà c’è in questa mia reazione?”

Questa può essere una maniera per lavorare su se stessi, certamente; però non dimentichiamoci chi è che cerca di scoprire gli altarini?
È sempre l’Io, poi, alla fin fine; quindi accade che l’osservatore osserva se stesso.

È un po’ il discorso della psicologia del profondo: certamente uno può andare in analisi anni e anni, però cosa succede nel corso dell’analisi? Può acquisire degli strumenti per lavorare su se stesso, può acquisire delle tecniche per cercare di osservarsi meglio, può sfogarsi buttando fuori certe tensioni che ha all’interno e che non riusciva altrimenti a manifestare, può fare tutte queste cose che avrebbe potuto tranquillamente fare da solo, a casa sua (senza spendere tutti quei soldi, fra le altre cose!), per che cosa?

Per avere il giudizio di un altro Io! Il quale, in partenza, ovviamente, osserverà ciò che lo colpirà in modo particolare; quindi, consapevolmente o meno, indirizzerà comunque sia la reazione del paziente verso quelli che sono i suoi interessi.
Non parlo d’interessi materiali, a questo punto, ma interessi interiori. Questo è quello di cui bisognerebbe essere consapevoli, ad esempio, quando si va in analisi, specialmente quando si va in un’analisi che arriva al profondo. Essere obiettivi, finché si è incarnati sul piano fisico, non è comunque “mai” possibile!

Quand’è che non ci sarà più l’Io?
L’Io senz’altro non ci sarà più quando non ve ne sarà più bisogno.
Quand’è che non ve ne sarà più bisogno?
Quando il corpo akasico avrà compreso quello che doveva comprendere; avrà raggiunto la sua comprensione, si sarà unito agli altri corpi akasici.

A quel punto, non vi sarà più necessità per il corpo akasico di fare esperienza all’interno della materia, all’interno del piano fisico, quindi non vi sarà più incarnazione e non vi sarà più la creazione dei corpi inferiori e quindi dell’Io; pur mantenendo intatto ancora, all’interno del corpo akasico, di ogni corpo akasico, il senso del proprio cammino e, quindi, della propria individualità. Scifo

Dal ciclo Sfumature di sentire 2002-2007

7 commenti su “La parte più alta dell’Io per osservare l’Io [sf6]”

  1. Argomento assai spinoso e trattato in questa sede, in modo assai poco convincente, almeno per questo io che sta scrivendo questo commento.
    Non mi persuade affatto che l’io sia la semplice risultante della dialettica dei tre corpi inferiori per quanto tra di essi estremamente interconnessi da essere un tutt’uno.
    L’azione di osservare, l’intenzione di cambiare, di fare meglio, il desiderio di comprendere non possono assolutamente albergare nei corpi inferiori;
    non avrebbe senso né logica.
    Essi sono giustappunto uno strumento e la mano che li usa è, secondo me la coscienza.
    Quando nel post ci si rivolge a “noi”, dicendo: “Voi avete questo e quello, voi fate questo e quello, ecc.” è possibile accettare di pensare che ci si rivolge ai nostri molteplici io intesi come risultanti delle interazioni dei nostri corpi inferiori?
    Io credo che ci si rivolga ad entità un pelino più complesse, che includono anche le proprie coscienze.
    Alla stessa maniera, mentre sto scrivendo queste parole, non credo di farlo come “io” ma come persona, quindi portando a manifestazione, tramite il mio io, un impulso che parte più a monte: dalla coscienza.

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    • Capisco ciò che dici, Samuele, ma l’appunto da te mosso apre una porta in realtà da sempre aperta.
      Non esiste ‘Io’ senza coscienza, questo è stato ribadito in molti modi.

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      • Non è l’io che fornisce la spinta evolutiva ma la coscienza.
        L’io, nella sua dinamicità, è lo strumento che ci permette di fare esperienza.
        Comprendo che è la parte più sottile dell’io, quella più vicina alla coscienza che è capace di metacognizione

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  2. Non avevo grandi dubbi al riguardo, ti ringrazio.
    Osservo che post come questo ingenerano in me destabilizzazione risultandomi quantomeno pasticciati.
    Se prendo questo passaggio ad es. “…perché ricordate che la parte dell’Io più alta è a stretto contatto quasi col corpo akasico, è quella più vicina.”, c’è quel “quasi” che pesa come un macigno.
    Dà la sensazione di una frattura, di una separazione, tra io e coscienza che nemmeno la parte più alta dell’io arriva a lambire la coscienza.
    Per carità, non è da un singolo post che si può pretendere uno sguardo approfondito su tutto, per cui nulla quaestio; era solo un contributo, una pennellata per definire meglio il quadro. Magari pure venuta male.

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  3. “Colui che medita su se stesso deve osservare se stesso mentre agisce nel mondo fisico senza preoccuparsi di dare giudizi sulle proprie azioni, prendendo atto di quello che pensa – a livello di conoscenza – che dovrebbe essere stato fatto e non è stato fatto, cercando di rimediare dove possibile o di non ripetere lo stesso errore nel momento che si ripresenta la situazione.”

    In questo passaggio della personale esistenza, è ciò verso cui l’attenzione è maggiormente rivolta

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  4. L’io è lo specchio delle comprensioni, ma soprattutto delle non-comprensioni della coscienza.

    Per questo viene affermato: “Per lavorare su se stessi è necessario, a quel punto, lasciare che sia l’Io a guidare voi stessi”. Le “reazioni” dell’Io e la possibilità di osservarle sono il segnavia del nostro percorso di conoscenza e di comprensione.

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