La spinta a fare ciò che si sente va assecondata? [A63]

D – I blocchi che nascono dall’Io hanno sempre la finalità di fornire supporto o sostegno all’Io e all’immagine di che vuole dare e mantenere all’esterno?

Mi sembra che la risposta balzi evidente in seguito a quanto ho detto rispondendo alla domanda precedente. Possiamo aggiungere che, considerata la solita ambivalenza che caratterizza il nostro vivere la vita, i blocchi hanno la doppia funzione di supporto o sostegno dell’Io e di disturbo e disequilibrio dell’Io stesso, con il risultato che l’Io dovrà mettersi alla ricerca di un nuovo equilibrio per mantenersi ‘intergo’, pur cambiando una parte della sua immagine.

D – Ci sono dei «sintomi» nella persona incarnata che possono indicargli con una certa sicurezza di essere nel giusto e che si è fatto ciò che si sente?

Un diminuire delle proprie tensioni interiori, un senso di gratificazione e soddisfazione (derivanti dall’Io, ovviamente) e la mancanza di sensi di colpa susseguenti alla nostra azione, sono tutti indicatori che si è stati aderenti a «ciò che si sente”. La difficoltà sta nel non interpretare tali sensazioni in base a ciò che si spera ma in base a ciò che si sente davvero.

In fondo, la sincerità con se stessi è sempre il perno principale attorno al quale ruota il nostro relazionarci con le persone e le situazioni che si presentano nel corso della nostra vita. Minore è la sincerità con noi stessi, maggiore è la possibilità che il nostro Io sovrapponga le sue interferenze su quello che facciamo.

D – La sofferenza che si avverte per qualcosa che si è fatto in tempi passati può essere indice che, nel frattempo, il nostro sentire è cambiato e ci ha resi consapevoli di quale avrebbe potuto essere un nostro comportamento più adeguato al nostro sentire?

Indubbiamente, col trascorrere dell’esperienza incarnativa si completano delle sfumature di comprensione che rendono più ampio il sentire dell’individuo: l’individuo nei primi anni della sua vita fisica ha un sentire che sarà certamente inferiore, talvolta di poco, tal altra di molto, da quella che avrà al compimento della sua vita fisica. Questo, inevitabilmente, rende con una certa facilità consapevoli, col passare del tempo e dell’esperienza fatta, che gli errori fatti in passato avrebbero potuto essere evitati.

Ma è necessario tenere presente che se quegli errori sono stati compiuti, alla resa dei conti, è stato perché mancava qualcosa alla propria comprensione, di conseguenza l’errore diventava inevitabile. Anche nei casi in cui si «sbaglia sapendo di sbagliare» evidentemente c’è qualcosa alla base di non compreso che impedisce di attuare veramente quello che si sente giusto.

Questo non è un’attenuante per quell’inflessibile osservatore di noi stessi che è la nostra coscienza, e la conseguenza, spesso, è la nascita di un senso di colpa, facilmente superato se ci si renderà conto che proprio non eravamo in grado di fare altrimenti, ma più difficile da superare se il non fare la cosa giusta è una conseguenza, magari, di non essere stati sinceri con noi stessi o di aver avuto paura che con il nostro comportamento avremmo perso qualche cosa di ciò che ci gratificava.

D – Il fare ciò che si sente e l’Io sono necessariamente in contrasto o non è detto che divergano?

La domanda potrebbe anche essere posta in un altra maniera, forse più utile: il nostro Io è sempre in contrasto col nostro sentire o non è detto che divergano?
La risposta, in fondo, è abbastanza facile, facendo riferimento all’insegnamento: sappiamo che l’Io è la risultante delle incomprensioni ma anche delle comprensioni del nostro corpo akasico. Questo non può che significare che nel nostro esprimere ciò che sentiamo vi è sempre sia una parte che riguarda il compreso che una che riguarda il non-compreso.

È dall’interazione tra questi due elementi, entrambi estremamente utili e necessari, che scaturiscono le spinte al cambiamento.

D – Quando uno fa ciò che si sente il suo comportamento è sempre altruistico?

Certamente non è così. Infatti, il comportamento veramente altruistico deriva da comprensioni totalmente acquisite; se così non è, vi sono sempre, quanto meno, delle sfumature di incomprensione che l’Io cerca di coprire, rendendo l’altruismo messo in atto non sincero.

La conseguenza è che l’azione attuata può risultare altruistica per chi la osserva o per chi la cataloga in base al risultato raggiunto, ma all’interno dell’individuo che agisce vi sono delle intenzioni che, in piccole o grandi parti, non sono veramente altruistiche.

Questa è la condizione normale per le persone incarnate: il fatto che siano incarnate significa che devono ancora comprendere e che, di conseguenza, il loro sentire non è completo. Ciò non toglie che vi sia spesso una commistione tra reale altruismo e reale egoismo, immagine della situazione interiore dell’Io dell’individuo che, come sappiamo, comprende in sé sia le risultanze delle comprensioni che quello delle incomprensioni del suo corpo della coscienza.

Resta importante, comunque, il fatto di cercare di fare «ciò che si sente» anche se non è un «reale» sentire, perché è la maniera migliore per arrivare a riconoscere quanto la propria azione è veramente altruistica e quali sono le sfumature ancora da completare.

D – Di solito, il fare ciò che si sente è in sintonia con la propria evoluzione, il proprio sentire o più semplicemente è uno strumento a disposizione della coscienza per arricchirsi di dati, attraverso l’osservazione di se stessi e il conoscersi dopo l’agire?

Sulla base di quanto ho detto in precedenza si può dire che tutte queste possibilità esistono contemporaneamente: il «fare ciò che si sente» o il non farlo sono indubbiamente legati all’evoluzione raggiunta, e sono entrambi modi per ampliare la possibilità di conoscere se stessi.

Quello che si tende a dimenticare nel discutere del «fare ciò che si sente» è che il sentire di una persona all’inizio delle incarnazioni umane può essere talmente poco strutturato che «fare ciò che sente» significa, nell’azione quotidiana, commettere qualsiasi nefandezza l’Io gli suggerisca. In realtà, a rigor di termini, fa davvero «ciò che sente”, e non può fare altrimenti perché non ha gli strumenti interiori per agire diversamente.

Non ammantate, quindi, di aspetti «sublimi» il fare ciò che si sente, in quanto, lo ripeto, è strettamente correlato al grado di comprensione che l’individuo possiede al momento dell’azione.

D – Può dipendere anche dagli archetipi transitori a cui si è collegati, per esempio se uno si sente di uccidere, è il suo fare ciò che sente, perché non è ancora ben strutturato il suo sentire circa questo aspetto?

Mi sembra più giusto affermare che gli archetipi transitori non influiscano tanto su quello che uno sente di fare, quanto sulle modalità in cui mettono in atto le proprie azioni. Nell’esempio che è stato suggerito il punto cardine non è l’azione dell’uccidere o del non uccidere, quanto il mettere in atto la violenza che l’individuo sente dentro di sé e che, in base al grado del suo sentire, può ritenere giusto estrinsecare, mettendo in atto, in realtà, il «fare ciò che si sente». L’archetipo transitorio influirà poi, nella manifestazione della sua violenza interiore, ovvero, in questo caso, nella maniera in cui si uccide. Ombra

Annali 2008-2017

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