L’altruismo: dal rispetto di sé sorge l’azione gratuita per l’altro

Caro Ernesto,
come vedi non ho resistito alla tentazione di rispondere nel più breve tempo possibile alla tua peraltro graditissima lettera, nella quale, prendendo spunto da una frase del Maestro, mi chiedi la mia umile opinione sul concetto di altruismo.
Certo che, sinceramente, sentirmi porre una cosiffatta domanda da te, da un cosiddetto ricercatore spirituale, devo ammettere che la cosa mi ha lasciato non poco stupito, tuttavia cercherò di fare del mio meglio ed esprimerti nel modo più chiaro possibile la mia opinione in merito.
È certo ancora che dare una definizione di “altruismo” non è cosa facile, anche perché l’altruismo è ben difficilmente codificabile, è ben difficilmente generalizzabile; tuttavia, ripeto, cercherò di fare del mio meglio.
Cosa può essere dunque codesto “altruismo”, del quale tanto si parla?
Sembrerebbe molto più semplice e più facile poter dire, definire l’altruismo dicendo che cosa in realtà non è altruismo, perché in questo modo il mio dire, il mio parlare sarebbe facilitato da esempi pratici. Altruismo si può definire un qualcosa che è innato nell’individuo, che è conquistato, che fa parte dell’interiorità umana, è un qualcosa che si acquisisce via via che l’individuo procede nel suo cammino evolutivo; ed è qualcosa, quindi, di ben lontano, di ben diverso dal misero egoismo che, invece, pare imperare nel mondo fisico attuale.
Ma lasciamo stare, mio caro Ernesto, lasciamo stare l’analisi dell’egoismo, perché io credo che ogni individuo riesca a vedere e a comprendere come si muove, come agisce nel mondo fisico, e comprendere quindi, attraverso questa visione di se stesso e delle proprie azioni, che cos’è l’egoismo.

Altruismo, a mio modesto avviso, è riuscire ad andare oltre se stessi, ad andare oltre i propri bisogni personali, cercando però di non mortificarsi, di mantenere inalterato il rispetto verso se stessi; questo è molto importante, caro Ernesto mio, perché molto spesso si ritiene che essere altruisti significhi mortificare appunto la propria persona, far tacere i propri bisogni.

Eh no! Non è proprio così, perché fino a quando l’individuo, l’uomo, si troverà a dover agire, a muoversi nel mondo fisico, sarà necessariamente legato a dei bisogni, a delle necessità, ai quali dovrà far fronte e che dovrà rispettare.
E tu sai, caro Ernesto mio, tu sai certamente a chi e a che cosa mi voglio in particolare riferire.
Bisogna però, per proseguire nell’analisi dell’altruismo, fare molta attenzione, perché molto spesso mi sono trovato, osservando gli uomini, a vedere persone che agivano in un determinato modo, apparentemente altruistico e poi “rinfacciare” alla persona verso la quale si erano comportati in quel modo apparentemente altruistico, dicendo loro: “Questo l’ho fatto proprio per te, l’ho fatto per fare un favore a te”; e questo, caro Ernesto mio, non è certamente altruistico, poiché l’altruismo è, come dicevo prima, qualcosa di innato, di spontaneo, che ti fa agire così senza che tu te ne renda conto.
E quando un individuo si trova ad avere avuto, apparentemente, un comportamento altruistico, per poi farlo notare, sottolinearlo, metterlo in qualche modo in evidenza, significa che non ha capito nulla; significa che, quanto meno, sta cercando di convincere se stesso dell’essere stato altruista, significa che tra sé e sé sta dicendo: “Oh, come sono stato bravo; oh, come sono stato altruista!”; il tutto per nascondere il suo ancora grezzo egoismo. E tutto questo comportamento, caro Ernesto mio, non si avvicina di un millimetro all’altruismo.

Altruismo è cercare di aiutare gli altri, di rispettarli, di porgere loro una mano, anzi tutt’e due, di fare il possibile per la loro felicità e il loro benessere, ma in modo spontaneo, naturale, direi quasi come un qualcosa di connaturale; qualcosa che non si può conquistare come – che so – una laurea, un’ottima posizione sociale e cose del genere; ma qualcosa che si realizza attraverso il tempo, attraverso vite, vite e vite, attraverso esperienze su esperienze, dolore, sofferenza, noia, rabbia, invidia, gelosia; attraverso, insomma, tutte queste cose.

L’essere altruista si conquista soffrendo, vivendo la solitudine, si conquista in migliaia di modi, ma è certa una cosa: che una volta conquistato non lo si dimentica, una volta introiettato, una volta entrato nella propria interiorità, non viene più abbandonato; e quelle persone che dicono all’amico, dopo avergli fatto una cortesia: “Questo l’ho fatto solo per te”, sta certo che ancora non hanno conquistato neanche una briciola di quell’altruismo per il quale ancora si trovano a vivere nel mondo fisico.
L’altruismo è qualcosa che fa parte dell’essere, come il talento artistico ma, a differenza di questo, non viene usato, messo in atto per suscitare meraviglia, plauso, piacere, ma al solo scopo di fornire gratuitamente e umilmente benessere ad ogni creatura, nell’intimo intento di stimolare quella stessa creatura ad imparare ad avere un comportamento simile.
Caro Ernesto mio, avrei potuto dilungarmi ancora, ma non vorrei annoiarti; preferisco per il momento terminare qui, certo che tu ancora mi scriverai, certo che non ti sentirai appagato e cercherai ulteriormente la mia opinione in merito. Io ti saluto e, nella speranza di incontrarti presto, ti abbraccio affettuosamente.
Tuo affezionatissimo Vito

Caro Vito,
ho ricevuto da alcuni giorni la tua lettera ed ho letto con attenzione la tua risposta, il tuo pensiero in merito all’altruismo. Devo dire che sono rimasto un poco perplesso, stupito, nel vedere quanto poco tu ti sia dilungato sull’argomento, secondo me così ampio e così vasto.
Per sintetizzare, quindi, tu hai affermato nella tua lettera che l’altruismo altro non è che sapersi donare agli altri, senza però mortificare se stessi.
In altre parole, essere altruisti significa porgere la mano al prossimo cercando di non venire meno ai propri bisogni.
Non accetto questa affermazione e la contesto in parte perché, secondo me, essere veramente altruisti significa sapersi dare interamente agli altri, perché secondo me nel momento in cui uno sente dentro di sé il desiderio di aiutare gli altri dimentica, automaticamente, i propri bisogni.
Voglio dire con questo che a mio avviso – e forse in questo modo io sbaglierò – essere altruisti significa soprattutto dimenticarsi di avere dei bisogni, di avere delle esigenze, di avere degli impulsi e cose del genere.
Questo viene fatto non per mortificare la propria persona, la propria personalità, la propria individualità, ma proprio perché la spinta verso gli altri, verso il prossimo, è così forte da rendere totalmente nulli quelli che sono i bisogni egoistici più forti.
Sono d’accordo con te, invece, per quella parte che riguarda il fatto che il vero altruista è colui che aiuta senza far nulla per mettere in mostra il proprio altruismo; su questo sono perfettamente d’accordo e credo che qualsiasi altro individuo sia d’accordo con noi, per quanto riguarda questa affermazione, almeno.
Resta dunque oscuro, secondo me, questo punto, e credo di potermi fare interprete anche di altre persone che come me non condivideranno questo punto.
Ti prego, quindi, di chiarirmi, di cercare di essere più chiaro, perché io intendo che forse tu volevi dire qualche cosa di diverso da quella semplice affermazione che, così messa, così detta, può essere facilmente travisata.
Ti prego, quindi, di chiarire almeno in parte e mi auguro che tu riesca a farlo nel più breve tempo possibile.
Mi rammarico di essere con te così oppressivo e di chiederti sempre spiegazioni in merito, ma la tua figura per me è così importante che quanto tu riesci ad esprimere può essermi di molto aiuto.
Aspetto una tua risposta, mio caro amico, e ti saluto affettuosamente. Anonimo

Mio caro Ernesto,
è con grande rammarico che mi accingo a risponderti, rammarico motivato dal fatto di non riuscire in realtà ad esprimere coerentemente determinati concetti.
Quanto io affermai in quella missiva è stato decisamente da te male interpretato, così come molto probabilmente verrà male interpretato da chiunque altro lo leggerà.
Avevo infatti affermato in quell’occasione che essere altruisti significa dedicarsi agli altri, porgere un aiuto agli altri senza danneggiare se stessi e, a mio avviso, questa affermazione mi appariva chiara, mi appariva lucida, mi sembrava che potesse esprimere esattamente quanto io, dentro di me, sto sentendo.
Anche perché, se faccio un raffronto con un’affermazione fatta dal Maestro, vedo che non v’è nulla che possa indicare qualche contrasto.
Infatti quell’affermazione del Cristo diceva di amare il prossimo proprio (il “prossimo tuo” anzi, per la precisione) come se stessi. Il che, a mio avviso, implica che prima di tutto l’individuo che si accinge a porgere una mano ad un altro individuo deve essere in grado di amare se stesso, ma amare se stesso –  a mio avviso – significa non sopprimere, non annullare la propria personalità, dare ascolto ai propri bisogni, se non altro a quelli primari, a quelli non così palesemente ed evidentemente egoistici, ma, quanto meno, al bisogno di mangiare, di riposare le giuste ore, di fare tutte quelle cose necessarie alla propria sopravvivenza, se non altro alla propria sopravvivenza fisica.
È in questi termini, infatti, che la mia affermazione di non mortificare se stessi voleva esprimere quel concetto.

Non mortificare se stessi significa dare ascolto, prima di tutto, alle proprie esigenze fisiche e, perché no, alle proprie esigenze spirituali. Soltanto in questo modo – a mio avviso e, perché no, all’avviso di molti altri miei compagni – sarà possibile per l’individuo stesso ritrovarsi in quella condizione fisica e mentale adatta, giusta e necessaria per riuscire a fare qualcosa di veramente utile per i propri simili, per i propri fratelli.

È veramente assurdo – sempre a mio avviso – rinunciare ai propri bisogni per darsi agli altri, mortificare se stessi per aiutare gli altri rischiando in questo modo di non avere la forza necessaria (anche solo a livello di energie) per poter agire positivamente sugli altri!
Spero che questa volta possa essere sufficiente questo chiarimento. Tuttavia, se così non fosse, puoi continuare a scrivermi ed io cercherò di ampliare maggiormente quanto vo sentendo.
Sarà sempre ben accetta ogni tua riga e con ciò ti saluto caramente e ti abbraccio affettuosamente. 
Tuo Vito


Ho visto le tue mani tendersi verso le mie, ho visto il fremito delle tue mani alla ricerca di altre mani da stringere.
Mentre le osservavo, sentivo provenire da loro richieste d’aiuto; in alcuni momenti queste richieste di aiuto mi giungevano come urla disperate.

Ho visto i tuoi occhi, muti, che silenziosamente cercavano il contatto con i miei, ho visto i tuoi occhi divenire sempre più umidi mentre li osservavo, sentivo venire da essi una richiesta d’aiuto, richiesta che toccava per alcuni momenti il tono drammatico di un urlo disperato.

Ho visto la tua bocca, ho visto le tue labbra strette, incapaci quasi di proferire parola, ed erano tese, tirate, ed anche le tue labbra, anche la tua bocca stavano chiedendo aiuto.
Poi ti ho osservato da lontano: tutto il tuo essere, tutto il tuo corpo, teso, piegato, sofferente, altro non era che una richiesta d’aiuto.

Io ti ho guardato, ti ho osservato attentamente, ho sentito quello che tu volevi dirmi anche senza le parole;
ho vissuto attimi intensi di dolore, dolore tuo che io ho voluto condividere e farlo diventare parte di me.
Ho pianto per questa tua sofferenza che mi coinvolgeva tutto e mi travolgeva;
ho gridato, anche se in silenzio, assieme a te;
ho diviso con te – insomma – tutto quello che potevo dividere per alleviare, per calmare, per diminuire la tua sofferenza.

La mia sensibilità, il mio essere così ricettivo alla sofferenza degli altri, alla sofferenza in generale, mi hanno permesso di fare qualcosa per te,
mi hanno permesso di non farti sentire solo, abbandonato, dimenticato in un momento come quello.

La mia sensibilità, il mio essere ricettivo al dolore, ha fatto sì che tu potessi vedere un tuo fratello piangere e soffrire con te.

E adesso che tu stai meglio, adesso che la sofferenza, il tuo dolore fanno parte del passato, adesso che il tuo essere, le tue mani, i tuoi occhi, la tua bocca non chiedono più aiuto in quel modo così disperato, io sto guardando me stesso e mi sto chiedendo tra me e me se sono riuscito a fare veramente qualcosa per te, se sono riuscito ad aiutarti, se sono riuscito ad asciugare anche solo una lacrima nei tuoi occhi. Romeo


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8 commenti su “L’altruismo: dal rispetto di sé sorge l’azione gratuita per l’altro

  1. Il dimenticarsi di se per pensare cosi’ di essere piu’ altruisti e’ come voler fare meglio qualcosa che in realtà non si più migliorare…a volte bisognerebbe essere umili e accettare il proprio misero altruismo per quello che e’, una goccia nell’oceano…

  2. “Dal rispetto di sé sorge l’azione gratuita per l’altro”… praticamente il tema della mia vita.
    Credevo anch’io ingenuamente che aiutare gli altri implicasse il totale annullamento di sé… quante implicazioni in questa credenza! Vi è il desiderio di corrispondere ad un ideale, senza tener conto delle proprie reali capacità interiori, vi è il nascondersi dietro questa idea (che rimane a livello di concetto mentale piuttosto che essere frutto di una vera comprensione) perché non si è in grado di rispettare i propri bisogni, vuoi per paura di non essere accettati, vuoi per auto-svalutazione… Non possiamo partire dalla mancanza di rispetto dei nostri bisogni reali, per essere altruisti.
    Questo post induce a riflettere sull’importanza di saper discernere tra bisogni reali, quelli che riguardano la soddisfazione delle normali esigenze di sopravvivenza e di equilibrio dei nostri corpi e bisogni indotti, quelli la cui soddisfazione serve a nutrire e rafforzare l’identità, quelli che ci definiscono e ci separano dagli altri.

  3. Altruismo, per me è un moto di empatia, uno slancio che mi porta verso l’altro in un momento in cui ritengo che l’altro abbia bisogno del mio sostegno. Questo slancio deve essere sempre commisurato al rispetto delle proprie energie interiori. La motivazione che sottende a questo atto, anche se egoica, nulla toglie al valore dell’azione in sè, per chi la riceve.

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