Il rispetto per sé e per l’altro: il compito del genitore

Cos’è il rispetto? Come veramente può essere definito l’avere rispetto degli altri?
Io direi che, senza andare a cercare dizionari e sottigliezze filosofiche, forse la definizione che può essere più giusta è riuscire a tenere conto delle esigenze altrui.
“Mica facile”, direte voi.
Certamente che non è facile; e, d’altra parte, voi sapete tutti che, se vivete, è proprio perché dovete imparare a comprendere gli altri, oltre che voi stessi.
Cosa fate solitamente? Vi ponete il problema se siete voi a rispettare l’altro? No, se fosse così sarebbe un gran passo avanti!
Quello che fate, solitamente, è sottolineare o mettere l’accento sul fatto che “l’altro non vi rispetta”. Questo perché – ripeto – la questione del rispetto, messa in questi termini, è semplicemente una rivolta dell’Io dell’individuo che si sente sottovalutato o non apprezzato, non tenuto in considerazione come in realtà vorrebbe.
Partite da voi stessi, incominciate prima di tutto – oltre che a dare rispetto a voi stessi e, quindi, a tenere conto delle “vostre” esigenze – ad osservare il rispetto che voi date agli altri. Se voi foste sinceri con voi stessi e vi osservaste, vi rendereste conto che non è mica poi molto e che, in realtà, nel condurre la vostra vita di tutti i giorni, prima di tutto, innanzi a tutto, sta quello che voi volete.
Vedete, mettere avanti prima di tutto, innanzi a tutto i vostri bisogni significa già, in realtà, non avere rispetto degli altri.
Puntiamo un attimo l’attenzione su questo “rispetto” che ci si aspetta dagli altri.
Perché gli altri vi possano rispettare, sono necessari alcuni elementi ben precisi; prima di tutto c’è la necessità – in base alla definizione che abbiamo dato – che gli altri capiscano le vostre esigenze perché, se non le capiscono, come possono rispettarle?
E qua già si pone il primo problema, che sembra una montagna insormontabile: “Come è possibile che l’altro capisca le mie esigenze?”; oppure, pensiero un po’ più maligno, proveniente chiaramente dall’Io: “Perché l’altro non riesce mai a capire le mie esigenze?”.
“Forse – direte voi – perché c’è anche il suo Io che spinge”.
Certamente, questo ha il suo buon perché nel muoversi delle cose, però io continuo a dirvi: “Riportate l’attenzione su voi stessi, non preoccupatevi molto dell’altro; se non per fare dell’altro un termine di paragone per comprendere voi stessi”.
Allora chiedetevi: “Se l’altro non capisce le mie esigenze, non le capisce perché non le vuol capire, o non le capisce perché io non sono riuscito a fargliele capire?”.
Voi, questa sera, avete parlato principalmente – perché è un argomento che, evidentemente, “tocca” molti di voi – del rapporto tra genitori e figli.
Ora, è facile, nel rapporto genitori-figli, che un genitore usi il concetto che è stato esposto ultimamente, ovvero il fatto che il genitore ha già passato l’età del figlio, piccola o grande che sia, mentre il figlio – non avendo passato l’età del genitore – non è in grado di comprendere il genitore stesso.
Non è vero; devo dire che non è assolutamente vero questo concetto; perché esistono genitori che, per quanto abbiano molti anni più dei figli, in realtà non riescono assolutamente a comprendere i movimenti interiori dei figli; così come esistono invece figli che, pur essendo molto giovani, riescono ad andare incontro, a riconoscere, a comprendere le esigenze dei genitori.
Le vostre considerazioni potrebbero essere vere se si osservassero i genitori e i figli soltanto nell’ambito dell’Io, nell’ambito dell’incarnazione che uno sta vivendo, però voi sapete – la maggior parte di voi, perlomeno – che gli individui, nel corso di un’incarnazione, hanno tutto un bagaglio di esperienze di vite che si sono portati dietro nel tempo e, quindi, hanno già provato tutte le parti di quel dramma, di quella recita immensa che è il continuo nascere e rinascere all’interno del pianeta; e quindi vi è, comunque sia, la possibilità di comprendere o no chiunque.
Il problema non è “la possibilità di comprendere o no”; il problema è il volerlo fare, è riuscire ad essere sinceri con sé stessi ed osservarsi in modo tale da riuscire a comprendere quanto si vuole andare incontro alle esigenze degli altri, quanto si riesce a rispettare le esigenze degli altri; e non mi venite a dire (come ho sentito dire spesso) che i figli bisogna lasciarli sbagliare!
Perdonatemi, ma non sono affatto d’accordo con questo concetto. I figli, in realtà, bisogna cercare di non farli sbagliare; bisogna comunicare loro quello che si ritiene giusto e cercare di fargli comprendere qual è la strada giusta che possono fare per comprendere meglio, per portare avanti meglio la loro vita.
Certamente non si deve poi “imporre” la propria idea, questo senza ombra di dubbio; ma è responsabilità e compito del genitore, insito nella sua stessa esistenza accanto al figlio, quella di mettere davanti al figlio tutte le possibilità e gli errori che può fare. Senza dubbio poi sarà il figlio a decidere, dovrà essere lui a decidere, introiettando o meno, facendo suo o meno quello che viene presentato, accettandolo o rifiutandolo.
Certamente la libertà del figlio non va negata in questo; però resta il fatto che il genitore ha la responsabilità, ha il dovere, quando pensa che il figlio stia sbagliando, di dirglielo e di cercare di fargli capire dove e perché, “secondo lui”, il figlio sta sbagliando.
Vedete, la differenza piccola tra l’aggredire il figlio, prevaricare il figlio, o tenere conto delle esigenze del figlio, sta in quelle due piccole parole che ho messo nella frase, ovvero “secondo lui”.
Comunicare qualcosa all’altra persona perché “secondo se stessi” quello che sta facendo è qualche cosa di sbagliato, significa “avere rispetto dell’altro”; significa mostrare all’altro una parte di se stessi in modo tale che anche l’altro possa capire le sue esigenze e averne rispetto; ma, contemporaneamente, ripeto, significa mostrare all’altro del rispetto, in quanto si tiene conto di quello che vorrebbe e, mantenendo intatto il rapporto, la comunicazione, mostrare ciò che si pensa veramente su quello che potrebbe “secondo voi” essere un errore.
È quel “secondo voi” che vi manca così facilmente, e se vi ricordaste più spesso di usare – ma non come una frase detta tanto per dire, ma come una cosa sentita – il “secondo me” quando fate le affermazioni, molti dei vostri atteggiamenti, dei vostri comportamenti e anche delle reazioni dell’altro sarebbero diverse. Scifo


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10 commenti su “Il rispetto per sé e per l’altro: il compito del genitore”

  1. Il rapporto genitori-figli è,per me, un campo di battaglia dove lo scontro è sempre pronto ad accendersi. La stanchezza in certi momenti si fa sentire, la frustrazione non è da meno, mi sembra di fare tanto ma male. Proverò ad inserire “secondo me” . Grazie

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  2. Mi sento molto vicina a Mariella nel suo sentire in questo difficile ambito. Molte volte sale lo scoramento…ma la necessità di ripartire da noi adoperando anche nuovi strumenti mi appare l’unica via.

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  3. In linea di massima concordo, ma farei una distinzione con l’età dei figli…… Si sa che i figli provocano, ti mettono in discussione, sanno ben destreggiarsi nelle nostre debolezze ed insicurezze. Quindi la nostra credibilità , la nostra fermezza e chiarezza giocano un ruolo determinante…Ed e’ qui che inserirei il ” secondo me”, che non è mancanza di rispetto o prevaricazione , ma un messaggio forte per metterli in guardia sui pericoli e per non cedere ai ricatti ,strategia a cui ricorrono spesso… Essendo in gioco relazioni affettive è sempre, comunque , un’ambito difficile in cui muoversi……noi genitori, poi , siamo continuamente spiazzati e impariamo, impariamo continuamente proprio dai nostri figli…col tempo , ascoltando e senza troppe pretese magari , impariamo anche a fare i genitori….

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  4. Immensa è l’officina “famiglia”, decisamente è il luogo in cui riesco a dare il peggio, ma per fortuna non sempre!
    Rispetto significa onestà, esprimere ciò che si pensa, anticipandolo da un “secondo me”…
    Mariella vogliamo fare un’ incontro per condividere problematiche legate ai figli?
    😂

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  5. Il “secondo me” relativizza immediatamente, se sentito, il nostro punto di vista. Occorre però molta consapevolezza per non identificarcisi, cosa che automaticamente lo assolutizza. E spesso cadiamo in questo errore.

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