Gli stimoli della vita e l’operare del corpo akasico [IB5]

Favola dell’upupa
Al canto dell’upupa il guerriero guardò l’intrico della foresta e pensò tra sé: «Senti come strilla. Certo sta preparandosi a difendere il suo nido dall’attacco di qualche nemico!» e riprese il cammino.

Il pellegrino udì l’hup… hup… hup e meditò: «Canta ancora, creatura, la gloria di Dio.» E continuò lungo la via.

Il mercante, adirato per la cattiva giornata, nell’udire il suono dell’uccello gridò, irritato, alla foresta: «Brutta bestiaccia, hai poco da prendermi in giro. Fatti avanti, così mi consolerò con un buon arrosto.»

La donna che andava all’appuntamento con il suo amante ridacchiò tra sé cercando di capire le cose maliziose che, certamente, l’upupa stava dicendo alla sua compagna.

«Un’altra disgrazia», pensò l’uomo che stava tornando a casa dopo essere stato al funerale di un suo amico, e affrettò i passi come se il suono che udiva gli mettesse le ali ai piedi.

La fanciulla che andava alla fonte unì la sua voce al canto in una melodia prorompente di allegria e di spensieratezza.

Il vecchio che trascinava il corpo stanco appoggiandosi ad una verga, udì il grido dell’upupa e si fermò ad ascoltare, sorreggendosi al bastone nodoso. «Dev’essere un uccello solitario e stanco come me», pensò. Poi, facendosi forza, riprese lentamente il suo andare.

Nel bosco il bimbo soffiò ancora nella canna cercando di trarne un suono diverso da quello del gufo.


La discussione tra i partecipanti, qui omessa.


L’incontro con le Guide

Cominciamo ad esaminare brevemente la favola dell’upupa, soffermandomi, come mio solito, non a dirvi quanto siete stati bravi, quante cose belle avete detto (e ne avete dette, in realtà), come siete stati colti, intelligenti, belli, pronti e via e via e via, ma sottolineando, invece, le cose a cui non avete pensato, in particolare un paio.

Una era quella a cui si riferiva l’amico Gneus e che era, in fondo, veramente la più semplice da comprendere, quella che dava un senso non tanto alla favola quanto al titolo che avevamo dato alla favola: gli stimoli della vita; se ripensate al testo della favola è evidente che ciò che il bambino trae dalla canna e dallo zufolo non è altro che uno stimolo, giusto?

Uno stimolo che egli offre a se stesso per qualche motivo che poi esamineremo un pochino più avanti. Però, come tutti gli stimoli, questo non finisce lì.
Sì, non ha soltanto quella funzione, ma si deve necessariamente inserire in qualche modo nella trama costruita dall’Assoluto; ecco così, allora, che per quella magnifica legge di economia che governa tutto il creato, lo stimolo che serve a una persona contemporaneamente si riflette intorno a sé e viene usato anche da tutti coloro che vengono a contatto con lo stesso stimolo.

Ecco, quindi, che il soffio all’interno della canna, e il suono che esso produce, arrivano alla fin fine a influenzare in qualche modo anche altri personaggi che ascoltano quel suono. Lo capite certamente, questo, vero? Cosa sta a significare?

Sta a significare – anche alla luce di quanto avevamo detto in precedenza – che voi siete veramente talmente uniti a tutti gli altri che vi stanno attorno, che nulla di ciò che vivete, che fate, che sentite, addirittura che pensate, in realtà non è privo d’importanza anche per tutti gli altri: non vi è nulla di tutto quello che ho elencato che serva soltanto e semplicemente per voi stessi, e, certamente, uno stimolo che a voi suscita una reazione, diventa lo stimolo per una reazione diversa in un altro individuo, in un’altra persona.

Tuttavia lo stimolo in se stesso non ha una connotazione, non ha alcuna variazione possibile, è semplicemente quello e basta; diciamo che si può dire, in un certo senso, che è uno stimolo indifferenziato nella sua natura, nella sua essenza. Ciò che si differenzia, invece, è l’effetto che provoca, e l’effetto che provoca viene reso diverso, differenziato dal sentire di ogni individuo che riceve lo stimolo!
Ecco così che, in qualche modo, ritorniamo a quella famosa percezione soggettiva della realtà che è croce e delizia di tutti voi da anni, anni e anni.

Direi che questa era la parte più semplice, poiché non era altro che l’applicazione, con un esempio letterario e pratico, in un certo senso, di quanto noi andiamo ripetendo da molto tempo.

Vi è poi quell’ottavo personaggio, quel bambino, interpretato in vari modi da tutti voi. Come noi diciamo sempre, ogni interpretazione in realtà è valida, poiché una stessa cosa viene modificata dalla percezione soggettiva di chi interpreta e, quindi, è possibile dare infinite interpretazioni ad uno stesso fatto. Così è valida l’interpretazione dell’amico, è valida l’interpretazione di F. e tutte le altre interpretazioni che ognuno di voi potrebbe dare.

Tuttavia, forse, quella che più serve per fondersi con l’insieme dell’insegnamento che andiamo portando, è quella che attribuisce al fanciullo il carattere di simbolo del corpo akasico; questo perché può servire, ancora una volta, come esempio per ciò che noi siamo andati dicendo tempo fa (e anche ultimamente, in modo più approfondito).

Supponiamo, dunque, d’interpretare questo fanciullo come un simbolo, appunto, del corpo akasico.
Prima di tutto, ciò che c’è da chiedersi è perché proprio un fanciullo: poteva essere una fanciulla, poteva essere un uomo, poteva essere un vecchio… perché un fanciullo, creature?

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D – Perché il corpo akasico è all’inizio della sua strutturazione, è solo in parte strutturato, quindi è simboleggiato da un bambino.

Giustissimo. Hai indovinato alla prima!
Allora cerca di andare avanti tu, arriva alle conseguenze di quanto hai appena detto.

D – Allora, vediamo se ci riesco: un corpo akasico non molto strutturato… quindi non ha recepito bene l’impulso inviatogli dalla Scintilla, lui fa del suo meglio per mandare avanti questo impulso ai corpi inferiori però non essendo molto abile lo manda in un modo inadeguato che viene restituito dai corpi inferiori, logicamente, non come la Scintilla avrebbe voluto, e oltre tutto soggettivamente a seconda dei personaggi così diversi.

Direi che forse può essere aggiustata ancora meglio la cosa, eliminando addirittura gli altri personaggi che, in realtà, con il bambino non c’entrano nulla se non in quanto fruitori di uno stesso stimolo in comune con il bambino.

Il corpo akasico dunque, voi lo sapete, riceve dalla Scintilla (e quindi, in qualche modo, dall’Assoluto) lo stimolo per compiere determinate esperienze; però è ancora piccolo, è ancora un bambino, non ha ancora tutte le capacità di comprensione di ciò che accade e fin qua, siamo d’accordo con l’amica G.

Il bambino sente, però, che deve comprendere, in qualche modo, che deve arrivare a capire; sa che per arrivare a capire deve provocare un’esperienza a se stesso all’interno dei piani inferiori, perché attraverso a questa esperienza, a come reagiranno i suoi corpi inferiori attraverso lo stimolo di queste esperienze, egli riceverà delle informazioni che gli faranno comprendere, probabilmente, ciò che sta cercando, così confusamente, di comprendere, d’accordo?

Allora questo corpo akasico dice: «Sento (perché è suo il sentire, ricordatelo) che io devo comprendere queste determinate cose e penso, credo, ritengo, dall’esperienza fatta in precedenza, che per riuscire ad arrivare a comprendere queste determinate cose io ho bisogno di un certo tipo di stimolo.

Quindi cosa devo fare? Devo inviare questo stimolo ai miei corpi inferiori in modo che dalle loro reazioni io arrivi a comprendere.

Tuttavia, creature, non dimentichiamolo, il corpo akasico (in questo caso il bambino), come tutti i bambini non ha ancora una grande capacità di usare le proprie facoltà, non è ancora consapevole di se stesso, dei propri mezzi, delle proprie possibilità… è un po’ come un bambino piccolo che vuole creare con l’argilla un vaso, ma non ha ancora la manualità adatta per riuscire a dare la forma voluta al vaso, cosicché, magari, riesce senza buco.
Allora cosa accade?

Accade che il corpo akasico invia lo stimolo che sente essere quello giusto (questo punto è importante), però questo stimolo viene inviato in modo non preciso, ed egli recepisce questa imprecisione dello stimolo.

Supponiamo, per restare nella favola, che egli sentisse che come suo bisogno di esperienza doveva riprodurre il canto di un gallo. Allora cerca di soffiare nella canna e di riprodurre il canto di un gallo e, invece, riproduce, come dice nella favola, quello del gufo.

Quindi non è quello che voleva riprodurre lui, se ne accorge e, allora, continua a suonare una, due, tre, quattro, cinque volte cercando di non trarre più il suono del gufo ma di avvicinarsi sempre di più a quello che vuole trarre, ovvero il canto del gallo.
Mi seguite fino a questo punto: non vorrei confondervi troppo?

D – Scusa Scifo, allora il fatto che sia stato recepito come upupa non c’entra niente, perché riguarda la soggettività degli altri personaggi, mentre, invece, lui non voleva nemmeno riprodurre il gufo come pensavamo noi prima; può aver voluto fare il verso di qualsiasi altro animale, solo che quello che gli è uscito dalla canna gli è sembrato il canto del gufo.

Certamente. Diciamo che, quindi, per ritornare ai rapporti con l’insegnamento, avete in questo esempio, un esempio evidentissimo, pratico, di ciò che noi dicevamo a proposito dell’intenzione.

Infatti, il corpo akasico aveva l’intenzione di fare una determinata cosa, l’intenzione scende attraverso i piani inferiori per arrivare a manifestarsi sul piano fisico ma, ahimè, non riesce a trovare la strada giusta per manifestarsi, ed ecco che arriva a manifestarsi in qualche cosa che non è precisamente l’intenzione di partenza.

Ma c’è una domanda a questo punto… perché il gufo? Perché quel tipo di stimolo che continua a ripetersi sempre uguale? Io so che sembrano domande accademiche ma, in realtà, come vedete possono servire per far comprendere le meccaniche di ciò che accade all’interno di voi!

D – Perché, fintanto che non viene recepito in modo esatto e corretto, lo stimolo si ripeterà.

Ma perché proprio quello, perché il gufo?

D – Ma perché credo sia un uccello che emette un suono monotono, costante.

Al di là che soffiando in una canna è difficile trarre il canto del gallo (su questo senza dubbio posso essere d’accordo) vediamo invece di chiederci perché il gufo, però, mettendolo nell’ottica dell’insegnamento, giustificandolo secondo l’insegnamento, quanto meno.

D – Scusa non è che vuoi dire l’analogia, cioè il ripetersi della stessa esperienza.

È semplicissimo da capire, e questo si allaccia a quanto diceva Gneus che vedete le cose più complicate, mentre quelle più semplici non riuscite a vederle.

D – È che l’akasico può esprimere solo il suo sentire, ed evidentemente è quello?

Allora: qui abbiamo un akasico che invia uno stimolo ai suoi corpi inferiori, abbiamo detto, giusto?
Questo stimolo viene interpretato in un certo modo, viene interpretato come gufo, semplicemente perché c’è la percezione soggettiva da parte dei corpi inferiori. Non dimenticate, infatti, che il corpo akasico, in qualche modo, è al di là della percezione soggettiva, in quanto non ha una percezione basata sui fatti fisici ma ha una percezione dovuta a un sentire e, quindi, di ben diversa levatura, creature: il corpo akasico sa se una cosa è giusta o meno allorché ha la controparte all’interno del piano fisico, mentre invece voi, quando siete sul piano fisico, avrete magari in mente il dubbio se fosse vero o meno ciò che avete percepito.

D – Scusami, ma nella favola i sette personaggi percepivano il suono del gufo o dell’upupa?

Tutti quanti hanno percepito il suono dell’upupa perché in realtà ciò che il bambino traeva dalla canna era un suono che era più simile a quello dell’upupa che a quello del gufo, però veniva percepito come gufo attraverso la percezione soggettiva della realtà del bambino che, probabilmente, non aveva neppure la più pallida idea di come cantasse un upupa; quindi – in chiave semplicemente di vibrazione – forse erano più nel giusto, come percezione dalla realtà, gli altri personaggi del bambino stesso, capito?

D – Cioè il bambino era quello che ha sbagliato a percepire, cioè il corpo akasico in relazione ai sette personaggi?

Diciamo che, come percezione dello stimolo a confronto a quelli che sono i fenomeni naturali (il tipo di vibrazione) a cui ci stavamo riferendo, era più vicina all’interpretazione giusta (se fosse stato un uccello) quella fatta dagli altri personaggi; invece, la percezione dei corpi inferiori del bambino era ancora più errata, probabilmente per motivi dovuti magari a poca cultura, a non conoscenza – al limite – del canto dell’upupa, per cui la percezione veniva in qualche modo adeguata al canto più simile che il bambino poteva conoscere.

Questo è un meccanismo importante nella nostra percezione soggettiva: quante volte non comprendete qualche cosa e, allora, cosa fate, per cercare di razionalizzare la cosa?
La rendete il più vicino possibile a ciò che conoscete.

D – Desideravo fare una domanda io: la coscienza dell’Io, diciamo la coscienza del soggetto pensante,  come si colloca in questo schema? Perché evidentemente deve essere una coscienza che si colloca su di un piano fisico per reagire al piano fisico, quindi come fa a percepire questo stimolo akasico?

Ma guarda, in realtà, secondo noi, l’Io non ha coscienza, l’Io non esiste, l’Io è semplicemente l’effetto di un meccanismo tra quelle che sono le interazioni tra i corpi inferiori dell’individuo e il piano fisico; non ha una vita sua, l’Io: è semplicemente un effetto, un meccanismo.

D – Una costruzione della mente?

Certo.

D – Allora la coscienza come si definisce?

La coscienza (che è molto più simile a ciò che noi definiamo come sentire), è un modo d’essere all’interno di quello che è il corpo akasico dell’individuo che, tanto è vero, viene definito corpo della coscienza.

D – Io avevo fatto un’obiezione. Mi sembrava che la favola fosse incompleta perché non c’era il ritorno all’akasico, non avendo capito che c’entravano anche i corpi inferiori del bambino naturalmente, dicevo: ogni stimolo ci mette in condizione di fare un’esperienza, dall’esperienza poi, però, ci deve essere un ritorno all’akasico in modo che l’akasico possa rendersene conto e, quindi, trarne le conseguenze. E, quindi, ne mancava un pezzo: adesso mi sembra molto più logica

Però forse c’è ancora qualcosina da dire a questo proposito.
Vediamo un po’, in funzione dell’esperienza fatta, cosa è successo, grazie a questa benedetta canna zufolata: il bimbo, chiaramente nel suo tentare di provare di riprodurre un certo tipo di suono, sta facendo la sua esperienza, è evidente, perché reattivo, agisce e interagisce con la realtà, manipola in qualche modo la realtà fisica in cui si trova a sperimentare, appunto, la materia e da essa trae esperienza, conoscenza e, magari, anche comprensione, consapevolezza e via e via e via.

Gli altri individui, invece, se ci pensate bene, in realtà sembra che non traggano nulla da quanto hanno ricevuto, sembrano giustamente completamente inconsapevoli dello stimolo che hanno ricevuto… è così o no?
Allora, io vi chiedo: sono inconsapevoli o no?  C’è qualcos’altro, sotto, che giustifica quello che sembra accadere?

D – Gli stimoli della vita insegnano, comunque, che dopo uno ci mette più o meno consapevolezza se è preparato a recepirli… è sempre soggettivo.

Diciamo, come dicevate anche oggi pomeriggio, che, naturalmente, ognuno di voi fa una selezione degli stimoli che riceve… e lasciamo perdere in che modo, perché se no ci complicheremmo troppo la vita questa sera, visto che molti dei presenti sono ancora piuttosto a digiuno di questi argomenti!

Quindi, non tutti gli stimoli vengono percepiti consapevolmente o assumono un’importanza tale per cui l’individuo ha necessità di ragionarci sopra, di cercare di comprendere, e arrivare a capire cos’è che lo stimolo deve smuovere; nel caso di questi personaggi presentati nella favola, forse, l’interpretazione che, secondo me, può essere ritenuta più giusta è che, invece, il suono percepito ha una funzione ben precisa: la funzione di porre l’accento per ognuno di essi su ciò che, in quel momento, maggiormente li coinvolge, riportando la loro attenzione che magari un attimo prima (noi non lo sappiamo creature ma, probabilmente era così), divagava in tutt’altre direzioni.

Voi non ve ne rendete conto ma, sempre e comunque, tutti i giorni, tutti i momenti, tutti gli attimi siete sottoposti a impulsi, a stimoli di cui non vi potete rendere conto perché sono talmente indifferenziati, apparentemente ombre che vi scivolano sopra, per lo meno sopra la vostra coscienza fisica; ed essi hanno un po’ il compito delle briglie per i cavalli, in quanto vi riportano lungo la strada, vi ridanno una direzione e vi strattonano per farvi andare leggermente più a destra o leggermente più a sinistra, vi frenano un attimo, vi fanno accelerare ancora un attimo il passo…

Non sono stimoli veri e propri dai quali voi potrete trarre consapevolezza ma sono, invece, stimoli che vi indirizzano, vi instradano, e che, comunque, sono strettamente necessari al cammino che dovete percorrere; molti di questi stimoli provengono da voi stessi, altri sono stimoli che vengono da quello che voi chiamate «spirito guida», e che ha proprio il compito di aiutarvi a percorrere ciò che il vostro corpo akasico deve comprendere.

Ed è in questo modo, tra uno strattone e una spinta, una gioia e un dolore, una sofferenza e un piacere, tra una felicità e una tristezza che, ora barcollando, ora saltellando, tirate avanti per le vostre esistenze. Scifo


3 commenti su “Gli stimoli della vita e l’operare del corpo akasico [IB5]”

  1. Favola già conosciuta ma che ogni volta che viene letta presenta una ricchezza di temi sterminati. Capita che il linguaggio figurativo si presenta, a volte più penetrante che la sola riflessione logica.

    Tra le tanti questioni sollevate ciò che più mi ha colpito (a proposito di stimoli che ci riportano in carreggiata) è quella relativa all’interdipendenza di tutti gli esseri per quanto concerne la comprensione.

    Appare come una paradosso il fatto che seppur la realtà è dichiarata essere soggettiva a causa dell’interpretazione che i nostri corpi inferiori danno degli stimoli, lo stesso stimolo generato dalla coscienza è a disposizione per l’apprendimento di tutti gli esseri coinvolti in una determinata scena.

    La soggettività della realtà non ci chiude del tutto rispetto all’altro, abbiamo la certezza che ciò che manifestiamo come centro di coscienza ed espressione è da stimolo altre coscienze che in qualche modo, attraverso i propri corpi inferiori, si allacciano a quella rappresentazione.

    Questo fa luce su cosa si intende quando si parla d’interdipendenza: l’unità ontologica di tutto con tutto comporta una dipendenza reciproca nella comprensione; non solo l’altro da me mi appartiene come mia intima essenza, ma grazie all’altro da me apprendo e lascio che l’altro apprenda.

    Ma forse qui sta la questione centrale: non saprò mai che cosa davvero l’altro percepisce e apprende; l’altro, da questo punto di vista, mi è del tutto estraneo, perché ognuno vive la realtà come propria rappresentazione, conforme alle proprie comprensioni e non comprensioni.

    Si ritorna, dunque, al paradosso che l’altro è ciò che c’è di più intimo e allo stesso tempo di più estraneo da me.
    L’Unità ontologica del Reale sembra assumere nella dimensione incarnativa, per rovescio, i tratti della solitudine esistenziale.

    Grazie.

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  2. Senza la spiegazione di Scifo e le domande dei partecipanti, non avrei colto tutti i significati insiti nella favola. Mi ha colpito soprattutto l ultima parte, quella che dice che siamo costantemente sottoposti a stimoli che ci riconducono dove dobbiamo andare.

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  3. È esperienza quella di cogliere (a volte) quegli stimoli “marginali”, se così possiamo chiamarli, che fungono da rinforzo, conferma, riprova rispetto alla direzione intrapresa, conseguente magari a input maggiormente incisivi dei quali più consapevolezza è presente.

    È l’osservazione di questi “dettagli” che rende spesso le decisioni più chiare facilitandole.

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