La funzione delle barriere che costruiamo [IB6]

Favola del pesciolino rosso
Il pesciolino rosso nella sua vasca chiamò a sé il figlio e gli disse: «Oggi è una giornata noiosa, facciamo una cosa assieme: andiamo a fare un giro e vediamo cosa stanno facendo gli uomini chiusi nel loro recinto di cristallo.» 

Vi ho ascoltati parlare tra di voi della Favola del pesce rosso, e devo riconoscere che avete abbondantemente disquisito sulle parole di Ananda, specialmente considerando che la favola, a onor del vero, era così corta.

A questo proposito, però, c’è da rilevare una cosa: il fatto che una favola sia corta non significa che sia possibile non aver nulla da dire anzi, molte volte la cortezza porta con sé un’indefinizione che proprio in quanto tale permette di trovare e dire tutto quello che si vuole trovare e dire.

È un poco lo stesso discorso che facevamo a proposito del simbolismo: uno stesso simbolo può dare adito a tantissime interpretazioni, specialmente quando viene considerato slegato dal contesto, poiché in quel modo chi la fa da padrone è l’interiorità di chi esamina il simbolo, la quale, ovviamente, tende a interpretare il simbolo secondo una chiave che si confà alle porte del suo personale interesse.

Ma ritorniamo alla nostra piccola favola del pesce rosso, piccola, ma secondo me, molto bella.
Per prima cosa vorrei farvi notare una cosa: l’avete rigirata in molte maniere, siete andati a cercare il pelo… nell’acqua, questo è vero, però… però vi era una cosa evidentissima che non avete notato; forse proprio per il fatto che era così evidente, vero, creature?
Pensateci un attimo: il pesce padre e il pesce figlio…
Vi ricorda niente tutto questo?

Non vi ricorda qualcosa di cui avevate già parlato a proposito di un’altra favola (perché ricordate che le favole che vi proponiamo sono agganciate tra di loro da un filo logico per cui una può ricondurre all’altra, un po’ come tutta la realtà, d’altra parte)?
Sì, miei cari, avete proprio ragione: la favola dell’albero di mele! Infatti, se ci pensate con attenzione, simbolicamente il pesce padre e il pesce figlio potrebbero essere il maestro e il discepolo. In che senso?

Supponiamo che il pesce padre rappresenti il maestro.
Il maestro, dunque, vede che il discepolo si sta cristallizzando nel suo trantran, nella sua vita di tutti i giorni, crogiolandosi in quello che ha (magari anche nell’insegnamento), finendo per ristagnare perché ben contento e soddisfatto della situazione in cui si viene a trovare: un posto sicuro, un maestro, le sue certezze, la sua vita tranquilla e via e via e via.

In quanto Maestro non può lasciare che le cose vadano così e allora è costretto a prendere l’iniziativa per smuovere il suo discepolo dalla stagnazione, visto che da solo non vi riesce. Ecco allora la sua proposta di fare qualche cosa di diverso, qualche cosa che rompa l’equilibrio in cui il discepolo si era venuto a trovare e che lo appagava al punto da farlo fermare.

La chiave sta nell’uso del termine «insieme», cioè nella frase «facciamo qualcosa insieme». Perché «insieme»? Perché se gli avesse detto «vai e fai» il discepolo avrebbe vissuto la proposta come un ordine, passivamente, mentre il fare «insieme» presuppone andare incontro a un’esperienza nuova perché si vuole farla e, perciò, in modo attivo e attento.

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Pensate a quante volte noi vi abbiamo detto: «studiate questo o quello» e voi lo avete magari fatto perché ve lo dicevamo noi, ma senza sentirlo e, perciò, non vi è servito a niente; oppure addirittura non lo avete fatto.

Poi vi abbiamo riproposto indirettamente le stesse cose, dandovi gli stimoli per la discussione e per l’approfondimento ed ecco che, divenuti parte attiva perché l’interesse nato in voi vi smuoveva interiormente, vi siete dati da fare e avete cercato di comprendere sempre più profondamente anche i nostri discorsi più difficili.

Anche questo, dunque, è il ruolo del Maestro: quello di fare le veci dell’esperienza diventando un’esperienza aggiuntiva che vi induca a vivere più attivamente ciò che dovete affrontare, fornendovi, magari, le giuste tensioni emotive o gli stimoli che più possono aiutarvi a rendere utile per voi stessi ciò che dovete affrontare.
Ma ritorniamo alla nostra favola.

Senza dubbio la boccia di cristallo rappresenta una barriera.
Una duplice barriera, possiamo dire: infatti una barriera è tale su entrambe le sue facce pur costituendo, magari, un tipo di barriera diversa per chi è da una parte o dall’altra.
Per assurdo la boccia di cristallo impedisce al pesce di entrare più profondamente nel mondo esterno ma, contemporaneamente, impedisce anche all’uomo di entrare più profondamente nella realtà del mondo dei due pesci rossi!

Avete parlato di barriera come meccanismo di difesa.
E questo è giustissimo: quante volte mettete davanti agli altri la barriera della vostra freddezza o della vostra allegria, o dell’indifferenza, o della durezza per paura che il mostrarvi così come veramente siete possa costituire una debolezza in cui gli altri possano far breccia riuscendo a ferirvi?

Per la legge dell’ambivalenza, però, è altrettanto vero che una barriera può essere anche un meccanismo di attacco verso ciò che è esterno a se stessi: spesso la freddezza esiste per indurre l’altro a essere più comprensivo verso di voi, l’allegria è un modo per costringere gli altri ad avere una certa visione simpatica del vostro modo di essere, l’indifferenza viene usata per suscitare interesse, la durezza per infrangere le resistenze altrui e via e via e via!

Nella favola c’è, però, un particolare importante che, probabilmente, può dare il via a un’altra serie di considerazioni che rivestono un certo interesse.
La barriera, infatti, in questo caso è di vetro. Perché proprio di vetro? Per diverse ragioni simboliche, creature.

Prima di tutto il vetro, voi lo sapete, è fragile, così come, in realtà, è fragile ogni barriera che voi vi potete porre dinnanzi, tant’è vero che non ve n’è nessuna che, sempre che voi lo vogliate, non possiate riuscire a infrangere.

E ancora: di vetro perché è trasparente.
Cosa intendo dire? Intendo dire che, essendo trasparente, vi mostra ciò che vi è al di là della barriera stessa e che vi può fornire elementi non disprezzabili per capire voi stessi e, quindi, modificare il vostro modo di essere.

Pensate alle vostre barriere: sono delle cose fastidiose, spesso apparentemente insormontabili ma, tuttavia, con la loro esistenza vi segnalano cos’è che dovete superare, qual è il motivo (vostro, non altrui) della loro presenza; servono, insomma, sì a frenare, ma anche a indicarvi la strada per abbatterle.
Un po’ alla stregua dell’Io che costituisce una barriera per ogni uomo incarnato ma che, proprio in se stesso ha i germi per la propria sconfitta e il proprio dissolvimento.

E ancora: di vetro perché vi permette di vedere il resto della Realtà.
Infatti, come dicevamo ultimamente, ogni individuo ha bisogno degli altri e ogni stimolo, ogni esperienza è posta lì non per una sola persona ma per tutte le persone con cui viene a contatto.

Così vedere le persone a cui la vostra barriera non appartiene ma che con essa (poiché voi l’avete eretta) si scontrano vi fornisce stimoli per cercare di annullarla, vi mostra quali sono le loro reazioni di fronte a essa svelandovi come in uno specchio, proprio grazie alle loro reazioni, quella parte di voi stessi che dovete cercare d’incontrare, riconoscere, comprendere e, in definitiva, superare. Schifo


4 commenti su “La funzione delle barriere che costruiamo [IB6]”

  1. Molto interessante la favola dei pesci.
    L’analisi approfondita del testo così breve, mi fa capire come quanto superficiale sia la mia interpretazione della realtà.
    È necessario un allenamento costante all’osservazione, al cambio di prospettiva.
    Rompere gli schemi e osare, andare oltre.

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  2. Ogni barriera produce una reazione da parte dell’altro.
    È proprio attraverso l’osservazione di quella reazione che possiamo essere in grado di riconoscere la barriera stessa.

    Questo il passaggio che colgo maggiormente probabilmente perché in fase di lavorazione nel quotidiano

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  3. Ancora una volta si riafferma quanto sia soggettiva la realtà del diveniren e quanto tale soggettività serva a dischiudere i nostri limiti.
    Grazie.

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