La libertà aumenta con l’ampliarsi del sentire [A79]

D – La libertà, intesa come assenza di condizionamenti, esiste nella realtà, o si tratta soltanto di un “anelito”, una ricerca, un desiderio, dell’individuo?

Se si vuole esaminare il concetto di libertà come assenza di condizionamenti, è evidente che, fino a quando si è incarnati, una vera libertà non può esistere: al di là dell’influenza dell’Io che è presente nell’individuo incarnato fino all’ultima incarnazione e che possiamo considerare come un condizionamento interno, sempre attivo, il fatto di sperimentare in un ambiente fisico/sociale e, quindi, di vivere lo scontro tra le nostre possibilità di libertà e quelle altrui ci suggerisce che la nostra tanto ricercata libertà è condizionata e resa relativa da quelle che possono essere le libertà altrui. Stiamo attenti, però, a non confondere il concetto di “libertà” con quello di “libero arbitrio”.

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[…] Credo che anche il concetto di libero arbitrio vada visto nella giusta dimensione. Voi sapete che, a mano a mano che l’evoluzione dell’individuo avanza, egli si trova a disposizione quasi sempre un numero di scelte sempre più numerose. Ma quella che è veramente libera non è la scelta pratica che si compie nel corso della vita, bensì quella che è la propria scelta interiore: il libero arbitrio va esercitato all’interno di se stessi per determinare le nostre scelte, anche se queste scelte non è detto che alla fine si traducano in un comportamento o in un’azione in completa armonia con la scelta interiore.

Questo avviene prima di tutto a causa dei condizionamenti esterni che l’individuo si trova a dover subire nel momento in cui ha scelto e decide di rendere attiva questa scelta.
Faccio un esempio molto semplice: a un certo punto della vita ci si trova magari davanti alla possibilità di scegliere se si preferisce vivere in una città invece che in un’altra. L’individuo fa la sua scelta ma può darsi che i condizionamenti che influiscano sulla sua vita gli impediscano di attuare la sua scelta e così si debba rassegnare a vivere nella città che non aveva scelto.

Nel mondo fisico il suo libero arbitrio sembra non avere avuto conseguenze che siano in armonia con le sue scelte, ma la scelta interiore che è stata fatta, pur non attuandosi nella vita sul piano fisico, ha, invece, avuto conseguenze armoniche coi suoi bisogni evolutivi, in quanto ha comportato elementi importanti per la crescita interiore quali il comprendere quello che veramente si sarebbe voluto fare. E questo ha, comunque, una grande importanza per l’evoluzione dell’individuo.

D – La libertà è una condizione solo interiore o esiste realmente anche nella vita delle persone?

In base a quanto ho detto prima la risposta a questa domanda viene di conseguenza: la libertà intesa come libero arbitrio è senza dubbio una condizione principalmente interiore, ma la libertà come comunemente la si immagina o la si desidera è difficilmente raggiungibile allorché ci si trova a vivere all’interno del piano fisico. Infatti, il comune concetto di libertà è, in definitiva, fortemente egoistico, dal momento che è inteso prima di tutto come realizzazione della propria libertà di azione personale, cosa che sfocia, solitamente, nel calpestare in maniera più o meno evidente quella che è la libertà degli altri.

D – Per essere liberi, quindi, sarà necessario prima di tutto essere liberi da se stessi, ovvero essere in grado di vedere come si agisce e come si reagisce per comprendere i propri errori e fare in modo di evitare di essere recidivi?

Per tendere verso una vera libertà (perché il reale essere liberi non credo che esista nel corso della vita) è necessario liberarsi dalle incomprensioni, quindi è necessario aumentare gradualmente la conoscenza di se stessi e il proprio sentire. Soltanto in questa maniera si amplierà il proprio sentire e, come riflesso nel corso della vita, non si ripeteranno più gli stessi errori, quanto meno non con le stesse motivazioni, dal momento che un comportamento sbagliato può avere come sua genesi motivazioni anche molto diverse tra loro.

Quantità e qualità del sentire

D – Qual è la differenza filosofica fra quantità e qualità di sentire e come interagiscono tra di loro, al nostro interno. In che relazione sono, la quantità e la qualità del sentire?

Non è facile fare una distinzione tra qualità e quantità del sentire, perché le due proprietà sono fortemente correlate: è evidente che aumentando la quantità del sentire anche la sua qualità aumenterà. Di conseguenza direi che il termine in cui è stata posta la domanda inverte l’importanza dei fattori in campo: non è la quantità del sentire a essere una conseguenza della sua qualità, ma esattamente l’opposto.

Per meglio inquadrare il rapporto va considerato che quantità e qualità sono due “misure” relazionate a meccanismi che si esplicano in posizioni diverse rispetto all’individuo: la quantità è relativa all’ampiezza del sentire e all’aumentare di questa ampiezza a mano a mano che vengono aggiunti elementi di comprensione, quindi è strettamente legata all’individualità e alla sua interiorità.

La qualità, invece, si attua negli effetti comportamentali che ha il sentire nel corso delle azioni dell’individuo e, di conseguenza, può essere considerata una manifestazione esterna dell’individuo e, come tale, soggetta a una maggiore influenza di tutti quegli elementi esterni che concorrono a limitare o indirizzare il comportamento stesso delle persone.

D – È possibile avere la comprensione completa di un elemento del sentire (ad esempio il non uccidere), se non si è ancora compresi altri elementi (ad esempio il non rubare)?

Direi che non è proprio possibile: la comprensione completa di un elemento del sentire ha bisogno dell’apporto di tutte le altre comprensioni per poter essere precisa e accurata. Essa può avvenire in maniera definitiva e totale solo allorché tutte le comprensioni sono state raggiunte e interagiscono armonicamente all’interno del corpo akasico dell’individuo, e questo, ovviamente, può avvenire solo in prossimità dell’abbandono della ruota delle nascite e delle morti.

D – Le comprensioni si “completano” (in tutte le loro sfumature) nelle ultime vite; mentre la gran parte delle incarnazioni delle individualità servono per passare dalla conoscenza alla consapevolezza. Se così fosse, ha davvero importanza che cosa si comprende “prima” e che cosa “dopo”?

È fuor di dubbio che, per il corpo akasico, l’ordine in cui si acquisiscono gli elementi del sentire non riveste alcuna importanza. Ben diverso è il discorso se osservato dal punto di vista della manifestazione dell’individualità sul piano fisico: in questa prospettiva è ovvio che prima sia necessario comprendere i grandi “temi” della comprensione e poi acquisire, via via, le sfumature che la strutturano e la completano.

Ovviamente questo comporta un’acquisizione di elementi di comprensione da parte del corpo akasico i cui ritmi sono dettati dall’andamento delle esperienze nel corso della vita; tuttavia, mi ripeto, il corpo akasico non stabilisce un ordine di precedenza tra le cose che si debbono comprendere: il suo invio di richieste di esperienza è talmente complesso e multiforme che, in ogni caso e da qualunque tipo di esperienza, acquisisce elementi di comprensione che, prima o poi, riuscirà a collegare tra di loro ricostruendo la sua unità.

D – Esiste una gradualità di precedenza nelle scelte operate? È eticamente giusto applicarla?

Se la domanda è riferita alla vita dell’individuo incarnato, è ovvio che esista un ordine di precedenza nelle scelte operate e che quest’ordine sia dettato dalle norme etiche interne all’individuo. Ovviamente queste norme etiche sono transitorie e influenzate grandemente dalle parti non ancora comprese che risultano fortemente reattive nei confronti, per esempio, dei modelli proposti dagli archetipi transitori: quando non si ha compreso qualcosa e l’esperienza mette di fronte all’agire in quell’area di azione, l’individuo, non avendo ancora raggiunto modelli akasici interiori stabili e strutturati, cerca la soluzione sul come comportarsi usando i parametri che gli vengono offerti dai modelli esterni che gli vengono proposti come eticamente giusti, interpretandoli a seconda dei bisogni del proprio Io, quindi in maniera essenzialmente egoistica.

Uscire da questa situazione indotta per entrare in quella “sentita” che appartiene al suo corpo akasico è uno dei primi passaggi che l’individuo deve arrivare a percorrere per incominciare a essere veramente libero. Ombra

Annali 2008-2017

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