La paura della morte, è paura dell’identità di scomparire

Creature, la serenità sia con voi.
«Già – direte voi – si fa presto ad augurare la serenità a chi non la può avere! Se è vero che esisti, tu hai raggiunto le tue certezze, sei dall’altra parte, sei sicuro che esiste quel qualcosa che da qui siamo abituati a chiamare aldilà.
Ma noi, poveracci, limitati da questi corpi simili a catene, tartassati dall’impatto delle nostre sensazioni e dei nostri desideri, tormentati di continuo dai pensieri subdoli della nostra mente, poco aiutati dalla nostra coscienza (sempre che esista qualcosa di definibile come ‘coscienza’) che evidentemente soffre di incapacità di dare veramente sollievo, per non parlare di Dio perché il discorso sarebbe troppo lungo e – alla fin fine – parlare di Dio è come cercare di convincere un esquimese dell’esistenza di un’orchidea, e poi…».
Basta creature care, basta! Se solo poteste ascoltare il coro pressoché unanime che si leva dagli uomini della Terra su questo argomento! Mai concetto nella storia dell’uomo fu più generalmente controverso e dibattuto: ora osteggiato, ora caldeggiato, ma quasi mai vissuto in serenità.
Il primo antropoide, un attimo prima di morire squarciato dai denti a sciabola della tigre sua contemporanea, ebbe un bagliore improvviso nella mente terrorizzata e si chiese atterrito: «E poi?».
Già, e poi? Oltre la soglia della vita, così come la concepite voi, che cosa c’è?
E – cosa ancora più importante – ma c’è davvero qualcosa?
Certo voi vi aspettate che – quale presunto rappresentante di quell’universo incognito che è l’aldilà – io vi rassicuri su questo punto, vi faccia ragionare, vi dimostri in tutti i modi possibili e immaginabili che l’aldilà esiste…
Invece no, creature care! Io non farò niente di tutto questo!
Prima di tutto perché già altri lo faranno; secondariamente perché so bene che qualunque cosa io e gli altri vi possiamo dire (o far vedere) vi dona la certezza che, al massimo, dura tanto tempo quanto ne può impiegare a sciogliersi un cubetto di ghiaccio al sole; in terzo luogo perché non può esistere prova che non lasci aperta, in qualche modo, la via del dubbio all’interno di chi già non crede fermamente.
Intendo, invece, parlare della vostra paura della morte. L’idea della morte, non potete negarlo, vi fa paura!
Anche l’uomo più coraggioso, più ardito, più sprezzante del pericolo – per quanto a mente fredda mostri coraggio ed affermi di non aver paura della morte – un momento prima di morire prova, inevitabilmente, un attimo di terrore assoluto, così intenso da essere un vero e proprio trauma.
Sfido chiunque tra voi, dall’ateo al moribondo, ad affermare, senza tema di smentita, di non aver paura di quell’ombra innominabile; sempre pronta a colpire, che è la più fedele compagna della vita, in qualunque luogo e in qualunque epoca il fenomeno vita si manifesti.
Cos’è che vi fa così paura? Non è certo la paura delle fiamme dell’inferno che ben intenzionati religiosi hanno tratto dalla loro fantasia per indurre i propri simili a seguire un certo codice di comportamento (possibilmente favorevole agli interessi della loro corporazione), altrimenti, intorno a voi, non si vedrebbero tanti disonesti, tanta malafede, tante brutture.
Forse è qualcosa di più elementare; forse è qualcosa che riguarda veramente il piano fisico, il corpo: forse è semplicemente paura del dolore come sensazione che può accompagnare la morte. Forse potrebbe anche essere questa la ragione, poiché il dolore fisico non fa piacere a nessuno, anzi, sono d’accordo con voi che, se solo è possibile, è meglio evitarlo in tutti i modi! […]
Dunque: paura della morte in quanto paura del dolore?
Immaginatevi, creature, che la vostra morte avvenga questa notte, inavvertita, nel sonno, improvvisa ed immediata, quindi senza dolore. Immaginatela non come ipotesi mentale, ma calandovi così addentro nell’ipotesi da farla divenire certezza, per un attimo: domani non vi sveglierete dal sonno, ma sarete morti!
Cosa c’è? Vi sentite a disagio? Sentite forse un languorino fastidioso allo stomaco? No, creature, non cercate di convincervi che è appetito e guardate in faccia la vostra realtà! Avete ancora paura della morte pur essendo sicuri di non provare alcun dolore fisico!
«E’ una reazione mentale, non c’è niente di strano! Malgrado tutto quello che voi o chiunque altro ci possiate dire, la morte è un’incognita e, come tale, la mente ne ha paura. Mi sembra normale e giusto! No?»
La mente… i pensieri…
Tra le cose strane che Dio si è divertito a creare, ve ne sono poche strane come la mente! Ora razionalmente assurda, ora assurdamente irrazionale!
Dunque voi affermate che la paura della morte deriva dalla paura che la mente prova di fronte all’incognito e allo sconosciuto. Bene, in parte può essere vero. Ma la mente – abbiamo detto – è una cosa strana. Se infatti la mente avesse semplicemente paura di ciò che le è sconosciuto, voi dovreste vivere – in continuazione e senza sosta – nella paura.
Forse che sapete mai con sicurezza ciò che la vita vi riserva l’attimo successivo? Quale più grande incognita della vita stessa esiste? Inoltre, dopo la morte, potrebbe anche non esserci più niente del tutto, e quindi neanche qualcosa di sconosciuto e terribile per la sua alienità, mentre sapete che la vita ha una certa durata e che le incognite che dovete affrontare sono addirittura incalcolabili cosicché, alla mente, dovrebbe riuscire più difficile, in questa prospettiva, affrontare la vita che la morte. Invece accade il contrario e la mente teme la morte, ma si aggrappa alla vita come se costituisse la certezza stessa materializzata.
Ma chi ha paura della morte e di quell’ «e poi?», intorno al quale sembra gravitare l’universo di ogni uomo? Come mai così tante persone si avvicinano a noi e a questa problematica? Cosa vanno ricercando? Forse gli affetti perduti? Forse la sicurezza di una vita dopo la morte? Forse l’esistenza di Dio?
No, creature, la ricerca, in fondo, è ben più egoistica e si riduce alla ricerca della risposta alla domanda: «Alla morte, io, come ‘Io’, come ‘Tal dei tali’, esisterò ancora o no?».
È questa la domanda principale, ciò che fa tremare i polsi all’idea della morte: cioè la perdita della coscienza di esistere come «Io»; la paura che ha l’«Io» di non avere più la possibilità di autocrearsi per mancanza di sensazioni, di percezioni fisiche, di possesso, di affetti; la paura di non avere più un’identità separata dal mondo che lo circonda e che, proprio per questa sua caratteristica, lo dota di un’importanza straordinaria ai suoi stessi occhi.
E come possiamo noi aiutarvi a superare questa paura?
L’aldilà esiste e ogni uomo, oltre a ciò che il suo «Io» lo induce a pensare, ne ha una certezza profonda a tutti i livelli: da quello percettivo, a quello emotivo, a quello strettamente razionale. Se così non fosse, non sarebbero giustificabili le innumerevoli mitologie, teogonie, saghe, divinità religiose, riti funebri, e anche lo stesso dichiararsi atei diventerebbe un’assurdità.
Possiamo dirvi che esiste un poi, creature! Farvelo comprendere attraverso le vie che vi sono accessibili: la ragione, la fede, la conoscenza e l’amore.
Possiamo farvi sentire l’amore che nutriamo per voi e aiutarvi a costruire su di esso la fiducia in noi e in ciò che vi diciamo. Ma non possiamo darvi la sicurezza che voi, proprio voi, «identità», non cessiate di esistere all’abbandono del corpo.
Non possiamo, perché non sarebbe giusto illudervi su di un argomento per voi così importante. Quello che possiamo fare è cercare di farvi capire che la meta dell’evoluzione è proprio quella di superare l’ «Io-identità» che, di volta in volta, di vita in vita, possedete; è farvi capire che, annullare l’ «Io» non significa non esistere più ma che, anzi, l’esistenza al di là della separatività fra «Io» e «non-Io» è qualcosa di così bello che resta difficile, a noi, trovare le parole per spiegarvelo ed a voi trovare la giusta comprensione per accettarlo e farlo vostro.
Si muore creature, e ad ogni morte l’ «Io» non si dissolve istantaneamente ma, ad ogni morte, gradualmente e spontaneamente l’individuo fa un piccolo passo in avanti verso l’identificazione, non con il suo «Io», ma con Dio. Quel Dio in cui gli affanni non affannano, le paure non spaventano, i dolori non fanno soffrire ma, semplicemente, esistono come parte necessaria all’equilibrio del Tutto, come fattori che l’Assoluto, nella sua bontà, vi ha donato per scuotervi dal torpore in cui, inevitabilmente, finireste con il lasciarvi scivolare.
«Si muore, e poi?».
E poi quel fenomeno indescrivibile e incognito che è la vita non perde continuità, perché, come la vita è la morte – tanto che, ininterrottamente, una lunga teoria di voi stessi diversi cessano di esistere di attimo in attimo – così la morte è immediatamente rinascita a nuova vita. Creature, serenità a tutti voi. Scifo


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10 commenti su “La paura della morte, è paura dell’identità di scomparire

  1. Non percepisco la morte come la fine, ma come una tappa fondamentale del nostro percorso evolutivo. È sempre stato così, anche prima di conoscere questi insegnamenti, di cui vi sono grata perché comunque chiarificatori. Ho semmai rammarico per coloro che mi sopravviveranno, i genitori o i figli, e mi chiedo chi vive questo rammarico? Se ho compreso che la vita sempre sostiene e che dona strumenti per affrontare il quotidiano, perché c’è questo dispiacere? L’ identità non ha paura ma si attacca in questo modo alla vita? In altre parole: me la sto raccontando?

    • Certamente, Nadia, il dispiacere è provato dall’identità. Provo naturale, però, quel porre l’attenzione sul dolore che proverebbero i nostri figli, o i nostri genitori, qualora noi dovessimo terminare questa esistenza. Da questo metterci nei panni dell’altro non può che sorgere del bene, per noi e per l’altro, a condizione che non indugiamo su quei pensieri.

  2. Non ho dubbi che la vita non termina con la morte del corpo fisico. Era una fiducia che avevo prima di incontrare gli insegnamenti del Cerchio Firenze 77 e poi quelli del Cerchio Ifior. Ora questa consapevolezza si è rafforzata e riesco a immaginare cosa succede dopo il trapasso,. Sicuramente è l’identità come la conosciamo che muore e aggiunge dati alla coscienza. Tuttavia, quando la vita mi porta a riflettere sul morire mi sento come quando sono in piscina: riesco a entrare nell’acqua, e a nuotare se tocco, e sono spaventatissima a fare solo un tuffo di qualche centimetro.

  3. Difficile, capire per me, se il credere nell’aldilà, sia solo atto di fiducia o mera consolazione. Tante volte mi sono soffermata su questo dubbio, cercando di fare chiarezza, senza però arrivare a comprendere. La mente, inevitabilmente, ci mette del suo. Sorge spontanea, mi pare, la fiducia, ma un attimo dopo, la mente la inquina e sono da capo. Posso solo accogliere quel che viene, spesso la fiducia, a volte il dolore, a volte il dubbio. In questo altalenarsi di modalità affronto la Vita, consapevole che non riuscirò a trovare ora una risposta, ora, in questa condizione fisica intendo. Conoscere l’insegnamento dei maestri è comunque una ricchezza che indirizza anche la mia mente.

  4. È buffo, il paradigma, le innumerevoli vite che ci permettono di evolvere, implica il fatto che ogni fine è un nuovo inizio, ma è come se non mi interessasse più di tanto. Mi sembra, almeno in questa fase, di non avere tanto bisogno di pensare che dopo la morte la vita continua. Non so bene però da cosa dipenda questa disposizione…

    • Buon segno direi, Marco. È l’identità che si cura di indagare oltre per vedere cosa l’attende.
      Se l’identità non ha particolare interesse ad indagare, può dipendere da diverse cause:
      – perché non ha ancora maturato quella possibilità;
      – perché è troppo affaccendata in ciò che la preoccupa o la gratifica;
      – perché è divenuta più trasparente.
      Ho scoperto che viene una stagione in cui il passato e il futuro sono integrati nel presente e la nostra consapevolezza si immerge in quel-che-è.
      Questo quando c’è pace nell’identità in merito al suo cammino esistenziale, e quando la coscienza può farsi largo senza faticare..

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