L’abitudine e la noia nel rapporto d’amore

Si dice che – molte volte – la fine di un rapporto d’amore sia dovuto alla noia ed all’abitudine: questo è un detto che più di una volta si può ascoltare nei discorsi di coloro che si trovano a vivere o ad essere a contatto con la fine di un rapporto d’amore.
La noia e l’abitudine vengono quindi indicate come la causa della cessazione di qualcosa che prima sembrava essere perfetto, duraturo e durevole.
Io vi dico che non può essere così: quando un affetto è veramente duraturo e durevole, non vi può essere noia, non vi può essere abitudine.

Se poi, in un rapporto d’amore, la noia e l’abitudine vengono considerate tali allorché vi è una certa conoscenza nell’espletarsi fisico di questi rapporti; se, cioè, gli individui si conoscono ormai talmente bene da poter percepire e conoscere le affettuosità che si possono fare l’un l’altro, questo vi garantisco, figli, che non può essere qualcosa che porta alla noia o all’abitudine: tutt’al più alla serenità e ad un affetto che si stempera in una dolcezza diversa.
Certamente, un rapporto che dura da anni e anni non avrà più la focosità fisica che aveva all’inizio; tuttavia la noia e l’abitudine non per questo si infiltreranno – o si dovrebbero infiltrare – tra quello che è un vero rapporto di comprensione.
E questo è ancora più valido, allorché le persone in rapporto tra di loro sono persone che si sono trovate a contatto con un insegnamento come quello dei Maestri, e che hanno seguito per anni le loro parole.

Noia e abitudine, per colui che segue l’insegnamento, non possono esistere: infatti, colui che conosce l’insegnamento deve conoscere se stesso; colui che conosce l’insegnamento deve rapportarsi agli altri; colui che sa che il vissuto, il più delle volte, è trasformato dalle proprie percezioni, se vuole (se «davvero» vuole), se non usa la noia e l’abitudine per giustificare le proprie intemperanze o i propri comportamenti sbagliati, troverà sempre qualcosa da discutere, da dire, da parlare; perché sempre troverà – non soltanto all’esterno di se stesso, ma anche in se stesso – mille e mille motivi nuovi da scoprire, che non gli permetteranno mai di sentire la noia.

Cos’è infatti la noia, per definizione, se non il ripetersi monotono di una cosa, che diventa – alla lunga – stucchevole?
Ma io vi dico che voi non siete mai uguali a voi stessi in nessun attimo della vostra vita, e quindi, non vi è ragione alcuna per cui voi possiate veramente annoiarvi.
E’ vero, invece, che il vostro lo ricorre all’uso della noia, ricorre alla scusa di annoiarsi e di essere ormai abitudinario, per rinunciare a combattere, per evitare di fare ciò che dovrebbe fare, per trovare mille e mille invenzioni per sfuggire alle proprie responsabilità.
Per questo, figli nostri, io vi raccomando (e vi auguro) di trovare sempre, in voi, quel qualcosa di diverso, e di nuovo e di eccitante, che renderà la vostra vita, in continuazione, viva e vivace e mai chiusa in se stessa. Rodolfo

L’abitudine!
Quand’è che subentra l’abitudine?
Quante volte sentite le persone parlare tra sé e dire: «Il rapporto d’amore con un’altra persona, con mia moglie o con mio marito, con la mia fidanzata o con il mio fidanzato si è interrotto principalmente perché ormai stava diventando un’abitudine, e non c’era più niente che potesse tenerci uniti».
Beh, io posso dire che nel momento in cui subentra l’abitudine, nel novanta per cento dei casi, questa subentra perché il rapporto d’amore non c’era, in realtà.

Quando si instaura un rapporto d’amore tra due individualità, siano esse incarnate o meno, esso non può essere soggetto all’abitudine: l’abitudine è una cosa che si ripete, che continua a ripetersi sempre uguale. Invece voi sapete, creature, che ognuno di voi è diverso e cambia, si trasforma, minuto dopo minuto e quindi chi vi sta accanto, se davvero vi ama, se davvero sa osservarvi per un attimo senza voler trovare giustificazioni, troverà sempre qualche cosa di diverso in voi, e quindi l’abitudine necessariamente, è scongiurata.

Infatti l’abitudine, ripeto, può subentrare soltanto quando il rapporto e l’interesse verso l’altra individualità non è tale da far scorgere, e non soltanto scorgere ma addirittura ricercare, nell’altro i suoi mutamenti. E quindi vi è la non volontà di adeguarsi a questi mutamenti e quindi di trasformare, mutare se stessi, per cercare di stare al passo coi mutamenti dell’altro in modo da essere stimolo vicendevole, mutuo.

Questo per il novanta per cento dei casi. Resta fuori un dieci per cento di casi in cui l’abitudine sorge anche se esiste in realtà un rapporto d’amore.
Ma un momento, creature: la chiamiamo abitudine, ma in realtà abitudine è un termine che viene dato in questi casi dall’individuo per razionalizzare qualche cosa che non riesce a comprendere. In questi casi, infatti, ciò che viene etichettato come abitudine, e che magari dal comportamento esteriore sembra essere appunto tale, in realtà è paura!

Paura di essere scoperto, paura di doversi aprire, paura di arrivare al punto che non ci sarà via di scampo e dovrà mostrarsi così come è, paura di prendersi le proprie responsabilità, di accettarle, di portarle avanti fino in fondo, paura che venga il momento di dover dare e non soltanto di poter prendere, paura – in poche parole – di guardare veramente in faccia la propria realtà.

Ecco, allora, che questo dieci per cento di volte, l’individuo preferisce reagire come se la cosa diventasse un’abitudine. E allora, a quel punto, si adagia, cristallizza in una situazione, aspetta che le cose passino, perde gli entusiasmi, perde la volontà e un po’ alla volta si lascia andare.
Questo è naturale che accada, ma è anche normale e naturale che sia compito vostro rompere i cristalli quando i cristalli si formano.

Chi davvero sente il senso del miracolo e trova in sé la forza per rinnovarlo ogni giorno, troverà in sé non più cristalli ma perle! .
Chi, invece, si aggrapperà ai cristalli, verrà esso stesso trasformato in cristallo e resterà lungo la strada ad aspettare una occasione che, come è stato detto tempo fa, forse verrà restituita come talento, o forse, più probabilmente, sarà un talento che non verrà restituito più! Scifo


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6 commenti su “L’abitudine e la noia nel rapporto d’amore”

  1. Condivido dalla prima all’ultima parola. L’aspetto della paura è proprio centrato. Gratitudine infinita per questi insegnamenti.

  2. Combattere..
    L’io che veste di noia il combattere.
    Forse.
    Mi ha toccato questa affermazione di Scifo perché più passano le stagioni e meno ho voglia di combattere.
    Non ho proprio le forze da investire in questo e devo continuamente farlo nel lavoro perché senó non ci rimane niente a fine anno.
    In questa stagione della mia vita voglio entrarci per vedere come posso semplificare il mio quotidiano.

  3. Sicuramente la relazione di coppia è una grande opportunità di conoscere se stessi e di lavorare sul proprio non compreso. Ogni giorno. E non si finisce mai. Se subentra la noia, dipende evidentemente dall’io, che tende a difendersi.
    Grazie

  4. Post molto chiaro .Riflettevo proprio ieri che questo può accadere anche nella via spirituale: dall’innamoramento in iniziale si può passare all’abitudine, la routine può togliere lo stimolo a perseverare. ma come dice Scifo, no n si è mai uguali a se stessi, perciò abitudine o routine in realtà sono solo classificazioni della mente.

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