L’illusorietà del divenire e della reincarnazione [IF47-3focus]

L’argomento in sintesi
Se osservato dal punto di vista del divenire, il discorso delle 80/120 incarnazioni da parte dell’individualità per arrivare a comprendere la sua vera natura, ha un senso; ma osservato dall’altro punto di vista, da quello del vero Sé, non ha nessuna importanza, assolutamente.

[…] E qua possiamo inserire il discorso delle 80/120 vite; infatti il quesito che la tormentava era questo: “Ma perché c’è chi fa il suo percorso evolutivo all’interno del piano fisico in 80 vite e perché, magari, c’è chi lo fa in 120?”.

[…] Diciamo che è legato principalmente a quanto l’individualità che si incarna riesce a superare l’archetipo che sta sperimentando; in quanto tempo, in quante incarnazioni riesce a farlo. Questo è uno degli elementi, intanto, che differenzia (insieme a tanti altri: alcuni ne abbiamo visti e altri ne vedremo poi in seguito) che danno una diversa scalata all’evoluzione da individualità a individualità.

[…] D – Sì, ma non risponde alla mia domanda; perché, se tutto è scritto, questo non ha niente a che vedere…

Ma alla tua domanda si può rispondere soltanto allorquando, finito questo discorso, sarà possibile cercare di farvi capire non soltanto a parole ma con un ragionamento logico, con una consecuzione logica, come tirare le somme di tutto quello che abbiamo detto fino adesso affinché voi comprendiate, e non soltanto accettiate, che in realtà tutto il discorso delle 80/100/120 vite è un discorso illusorio; che voi connotate le 80 o 120 vite molte volte come un merito o un demerito, e così intanto non è…

C’è chi connota come una punizione farne 120 o un merito farne 80, e così assolutamente non è; e in realtà quello che, ahimè, dovrei arrivare – assieme agli altri fratelli – a farvi comprendere è che anche il discorso dell’immersione nella materia e della reincarnazione è un’illusione; che “voi” vi immergete soltanto teoricamente nella materia ma in realtà siete come degli attori che osservano ciò che succede sotto.

Non siete voi, voi stessi, che vivete le vite che state vivendo; quanto vivete è una rappresentazione che esiste perché voi la state guardando in quel momento, ma che se girate un attimo lo sguardo potete vedere un’altra rappresentazione e, se lo desiderate o se lo sentite giusto, o se ne avete la necessità o il bisogno, vi potete immergere in quell’altra rappresentazione, che è in un’epoca diversa magari, che ha un sesso diverso magari da quello che avevate nella prima rappresentazione, che ha modalità diverse di estrinsecarsi, che ha modi diversi di reagire e che pure, per voi che la vivete, siete sempre voi; eppure anche quella è un’illusione.

E allora, se osserviamo dal punto di vista del divenire, dal vostro punto di vista, da dove voi siete immersi, il discorso delle 80/120 incarnazioni da parte dell’individualità per arrivare a comprendere la sua vera natura ha un senso numerico, ma osservata dall’altro punto di vista, dal punto del vostro vero Sé che osserva e legge libri di 80/120 vite non ha nessuna importanza, assolutamente.

D – Durante la vita puoi arrivare ad avere questa percezione del fatto che ti vedi vivere, cioè puoi sentirla questa cosa?

Sì.

D – E questo dovrebbe essere liberatorio o può causarti inquietudine? Cioè questa sensazione di non aderire mai pienamente… non so spiegarlo bene…

Sì, ho capito cosa vuoi dire. Certamente può causare inquietudine; può causare inquietudine specialmente quando il sentire non è ancora pronto per accettare una concezione di quel tipo.

D – Perché io ho spesso questa cosa, ma non è liberatoria come per quelli che magari sono già più… Cioè c’è gente che la vive più serenamente e che, grazie a quello, raggiunge un distacco in senso positivo; un’indifferenza che non lo fa più turbare tanto per quello che succede.

Mah! A parte il fatto che ho detto “può essere” ma non ho detto che sia il tuo caso (non vorrei essere frainteso), può essere effettivamente, può accadere che l’individuo si renda conto di essere semplicemente poi uno spettatore anche della propria vita (perché questo è poi il senso di quello che chiedevi), però possono esserci anche altre cause, altrettanto importanti. L’importante, a quel punto, da parte dell’individuo è non – come dicevi tu – diventare indifferente a quello che sta succedendo e neanche vivere con distacco quello che sta succedendo, ma cercare di capire se è un vero distacco o se è soltanto un meccanismo di difesa.

[…] La famosa “assenza dei desideri” di buddica memoria è certamente uno stato di beatitudine, però può essere anche un modo per evadere la realtà e il compito di chi osserva se stesso è proprio quello di arrivare a comprendere quando è un caso e quando è l’altro, altrimenti – come spesso accade – è facile rifugiarsi in queste teorie più o meno esotiche, più o meno illuminanti, per arrivare a ottenere una fittizia realtà alternativa che crea in qualche maniera un ulteriore “Io” sull’Io che già possedete; col risultato, chiaramente, di portare poi ad avere nuove delusioni e nuove sofferenze

[…] D – Perché c’è un’individualità che ce la fa in 80 vite?

Perché quel piccolo frazionamento dell’Assoluto (virtuale, ndr) che in quel momento fa capo a quell’individualità sta seguendo quel cammino, ma la stessa parte dell’Assoluto che è unita a quella frazione d’individualità compie intanto un altro cammino, in cui la vita è molto più lunga.

D – Ma allora ci toglie completamente, mi sembra, il senso di responsabilità, il darci da fare!

Assolutamente, anzi. Questo non è possibile che vi possa essere tolto perché voi, di essere quella piccola parte dell’Assoluto, non ne siete consapevoli in realtà.
Voi, comunque sia, al di là dei nostri discorsi, del fatto che mentalmente possiate avvicinarvi a comprendere in minima parte quello che noi diciamo, continuate a vivere nella materia e per quanto voi vi immergiate (ad esempio) nello studio delle nostre parole, prima o poi l’esistenza vi dà un calcio negli stinchi e vi fa ricordare che siete nel divenire e che quello che vivete è per voi, comunque, sempre importante e vero.

[…] Già tempo fa avevamo detto: “Ma se tutto è un’illusione, se tutto ciò che voi vedete intorno a voi è un’illusione, allora vi è qualcosa che esiste, o che non esiste, quando siete sul piano fisico?”, ed eravamo giunti assieme – se non ricordo male – a stabilire che la realtà fisica, e non soltanto fisica, ha una sua consistenza, una sua forma, una sua realtà (anche se con la “r” minuscola).

Questa realtà fisica è una parte di quello che io ho definito “ambiente”, ma l’ambiente non è così facilmente identificabile; l’ambiente non è soltanto (come avete detto voi) la parte fisica o fisiologica dell’ambiente che vi circonda.
Vi è un ambiente sociale – avete detto – un ambiente psicologico, un ambiente culturale, un ambiente climatico, ma c’è di più: c’è un ambiente emotivo, c’è un ambiente mentale; c’è persino – come avevamo visto recentemente qualche tempo fa – un ambiente genetico.

Ora, se tutte queste componenti di ciò che si può definire ambiente hanno una loro realtà di esistenza, significa che vi è una necessità della loro esistenza, altrimenti non esisterebbero, e devono esistere per forza al di là del fatto che vi sia una razza incarnata sul pianeta altrimenti, se così non fosse, se tutti gli uomini del pianeta in questo momento sparissero dalla faccia della Terra, non esisterebbe più nulla di tutto questo.

Invece voi sapete – per le osservazioni astronomiche che fate – che esistono, comunque sia, altri pianeti anche dove pensate che non esista nessun tipo di vita, quindi nessun tipo di razza in evoluzione in questo momento; quindi, indubbiamente, un ambiente esterno di per sé esiste sempre e comunque.

Ora, quello che dobbiamo cercare (in seguito, naturalmente, non questa sera) di comprendere, è come questo insieme di elementi dell’ambiente in cui la razza va a incarnarsi arriva a influire sul modo d’incarnarsi della razza e arriva a influire sulla materia akasica; in particolare su uno di questi strumenti che abbiamo citato questa sera e che sono essenziali per lo svilupparsi del processo evolutivo della razza, ovvero gli archetipi.

Dobbiamo quindi arrivare a chiederci quanta influenza ha l’ambiente sul processo evolutivo, quindi esaminare al contrario quello che abbiamo fatto nell’incontro precedente e vedere dal basso, dal piano di materia più densa quanto questa materia più densa del piano più denso arriva a influenzare, a essere importante per il cammino evolutivo della razza. Scifo


3 commenti su “L’illusorietà del divenire e della reincarnazione [IF47-3focus]”

  1. La concezione del tempo si avverte lineare e anche se abbiamo imparato a dubitarne, alcuni passaggi sono piuttosto ostici. Ad esempio:”… ma che se girate un attimo lo sguardo potete vedere un’altra rappresentazione e, se lo desiderate o se lo sentite giusto, o se ne avete la necessità o il bisogno, vi potete immergere in quell’altra rappresentazione, che è in un’epoca diversa magari, che ha un sesso diverso magari… ”
    Questo mi pare vada ben oltre la simultaneità tra divenire ed Essere.

    Rispondi
  2. Interessante il rilevo riguardo al fatto che noi per quanto abbiamo consapevolezza dell’illusorietà del divenire siamo “costretti”, a causa dell’incarnazione stessa, a “credere” nel divenire. Questione complessa e ricca di risvolti.
    Grazie.

    Rispondi
  3. Se essere immersi nella materia ci aiuta a fare esperienze e a comprendere, che la realtà è una illusione lo accetto per insegnamento. Se fosse facile comprenderlo vivremmo senza sofferenza, saremmo distaccati da tutto, pur vedendoci agire nel piano del divenire.
    Conosco questi concetti da tempo, pure
    la illusione mi sembra realtà.
    Rispetto alle reincarnazioni non mi è chiara la diversità del numero delle vite
    per ciascuno, ma non mi sembra un problema.

    Rispondi

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