Approfondimenti su abitudine e insoddisfazione 2

D – Se invece uno è dinamico, non ha mai insoddisfazione, non ha mai noia, cioè si dà sempre da fare, però non vuol dire che sia sempre un fatto positivo; può essere solo un dinamismo psicologico, un interesse, un attivismo – diciamo – no?

(Qui di seguito risponde Scifo, ndr) Come sempre, le situazioni opposte non è detto che vogliano dire cose opposte; anzi, quando un individuo è talmente soddisfatto della sua vita, è talmente contento di ciò che sta facendo – specialmente allorché lo sbandiera di fronte a tutti – è talmente gratificato da tutto ciò che vive, molto probabilmente verrà il momento in cui si troverà di fronte alla necessità – spesso obbligata – di dover modificare gran parte di ciò che riteneva fisso e acquisito nella sua vita. “Cattiveria”, direte voi: sembra veramente un cattivo scherzo del destino che quando l’individuo, apparentemente, ha trovato la felicità, ecco che l’esistenza fa in modo da portargliela via appena possibile! 

Ma, se ci pensate bene con un attimo di attenzione, capirete che non è assolutamente così. Certamente l’individuo può essere felice, può essere contento, può essere gratificato dal suo lavoro, dalla sua famiglia, dalla sua casa, da ciò che possiede, ma se veramente tutto ciò che ha gli desse tutto ciò di cui ha bisogno…riuscite ad immaginarvi una situazione del genere?

A quel punto, quanto tempo passerebbe prima che tutto questo diventasse per lui un’abitudine e quindi finisse per diventare qualcosa di insopportabile, qualcosa di non più gratificante, qualcosa di ormai dato per scontato, qualcosa di cui – alla fin fine – cercherebbe anche di fare a meno? Pensate a tutti voi, creature, proprio voi, i più vecchi, che venite agli incontri magari da più di dieci anni, quante volte è capitato, malgrado l’amore che a volte professate per noi, di cadere in uno stato di abitudine nei confronti dell’insegnamento? 

Eppure, a parole, siete gratificati dall’insegnamento, siete contenti di partecipare, vi sobbarcate magari lunghi viaggi per venire fino in questa sede per sentirci parlare, eppure viene il momento – c’è stato il momento – in cui in alcuni di voi è scattata l’abitudine: “Andiamo all’incontro, all’incontro con le Guide, una volta al mese, si va là, si sente un po’, si chiacchiera un po’, si parla un po’…”, finendo poi col trovarvi davanti alla sofferenza provocata “da quelle cattive delle Guide” che vi hanno magari messo di fronte al vostro apparente disinteresse, alla vostra poca buona volontà, alla vostra poca voglia di darvi da fare.
Ricordate i tempi andati? Questo cosa significa? Significa che qualsiasi cosa, sottoposta al vaglio di un Io non compreso, di un’interiorità non osservata, alla fine può portare all’abitudine e all’insoddisfazione. 

L’unica ricetta, quindi, per essere sempre soddisfatti non è quella di non avere travagli nella vita, di non avere sofferenze, di non avere dolori, di non avere problemi, di non avere contrasti, di non avere pochi soldi e via e via e via, ma è quella di affrontare ognuna di queste situazioni come fosse una cosa nuova, necessaria, dalla quale si può imparare, trarre qualche cosa.

Rendetevene conto, comunque sia, ciò che vivete dovete viverlo, e non soltanto perché rientra nel vostro karma ma anche perché rientra nel Disegno Divino, e voi fate parte del Disegno Divino e quindi, in qualche modo, malgrado il vostro supposto libero arbitrio, dovete affrontare tutto ciò che nel Disegno sta scritto perché, altrimenti, se non affrontate quelle esperienze che sono scritte nel Disegno, non riuscirete a comprendere, non riuscirete ad andare avanti nel cammino, non riuscirete un po’ alla volta a osservare il Disegno dall’alto invece di essere fili inconsapevoli del Disegno.

D – Quindi bisogna guardare l’acquisito come qualcosa che io potrei perdere se non vado sempre più dentro alla conoscenza di questo acquisito?

Beh, così mi sembra forse esagerato, perché allora ognuno di voi dovrebbe vivere con la paura della “spada di Damocle” che, da un momento all’altro, porta via tutto ciò che è stato acquisito! Diciamo che ognuno di voi deve essere pronto a rimettere in discussione la propria vita, mantenendo magari le posizioni che ha raggiunto ma non accontentandosi di esse, non fermandosi alle acquisizioni raggiunte ma cercando di allargarle, di migliorarle, anche soltanto nelle sfumature.

Non è detto che dobbiate modificare completamente ciò che avete compreso fino a quel punto ma, senza dubbio, dovete cercare di allargare nei particolari la vostra comprensione. Rientra un po’ in quella cosa che ha sottolineato la nostra carissima F.: non soltanto l’individuo che ama “vede” i cambiamenti nell’altro, ma è tenuto a ricercarli!
Allo stesso modo, voi non soltanto dovete accettare le vostre comprensioni, ma siete tenuti a cercare di ampliarle; proprio quello è il vostro compito finché siete incarnati.

(Alcune parole prive di senso, ndr) Ah, ma razionalmente non ci riuscirete mai, creature; assolutamente! La comprensione non è una cosa che passa attraverso il vostro cervello, il vostro corpo mentale; la comprensione avviene quando nel corpo akasico sono state messe a posto le tessere giuste, quindi – come abbiamo detto più volte – può avvenire che voi comprendiate e non ve ne rendiate neppure conto!

Non soltanto, ma quando vi si ripresenterà l’occasione e voi non commetterete più gli stessi errori perché avete compreso, non ve ne accorgerete neppure! So che è poco gratificante per ognuno un discorso del genere, questo senza dubbio; però se voi riusciste con obiettività a guardare i voi stessi di adesso e confrontarli con i voi stessi anche soltanto di un anno prima, notereste che ci sono sempre e comunque stati dei grossi mutamenti in voi.

D – Quindi noi, a livello quotidiano, possiamo solo lavorare sulla consapevolezza?

Certamente. Voi dovete cercare di conoscere, di essere consapevoli di quelle che sono le vostre verità, oltre alle verità che riguardano un po’ tutta la realtà; ma principalmente quelle che sono le vostre verità, perché conoscere le verità che riguardano la realtà, l’evoluzione, e via e via e via, può sì aiutare, dare degli stimoli e via dicendo, però non è strettamente indispensabile per acquisire comprensione, mentre invece è strettamente indispensabile acquisire consapevolezza di voi stessi, di quali sono i vostri limiti, di quali sono i vostri problemi, di quali sono le vostre attese nei confronti della realtà e degli altri, e via dicendo.

D – Quindi la comprensione avviene senza sforzo, cioè non c’è l’intervento neanche della nostra volontà?

Certamente. La comprensione avviene che voi lo vogliate o meno.

D – Lo sforzo mi sa che sta nel raggiungere la consapevolezza, perché devi cercare di essere abbastanza…

Certamente, perché implica diversi fattori arrivare a essere consapevoli:
– implica intanto la buona volontà per esserlo,
– implica l’attenzione per ciò che vi circonda, per ciò che si muove intorno a voi,
– implica l’osservare le vostre esperienze da tutti i punti di vista,
– implica l’essere aperti alle esperienze e non chiudervi a riccio di fronte ad esse,
– implica ricordarvi che siete responsabili, e quindi nel corso delle vostre esperienze modificare, modulare i vostri bisogni rispetto ai bisogni di chi vi sta attorno.
È questa una delle cose più difficili, perché è ciò che pone il limite tra ciò che vi è lecito e ciò che non vi è lecito; tra ciò che vi farà soffrire e ciò che invece vi darà gioia.

D – Volevo chiedere la differenza tra desiderio e bisogno. Mi sembra che non sia mai stata delimitata, qua a Genova. Tu adesso hai parlato di guardare i bisogni degli altri, di esserne consapevoli, ma quando finisce il bisogno e inizia il desiderio e viceversa?

Sono due cose nettamente diverse, direi. Il desiderio è qualche cosa che nasce dai corpi inferiori, principalmente dal corpo astrale, anche se chiaramente ha anche delle influenze mentali; mentre il bisogno, il vero bisogno, nasce principalmente dai bisogni del corpo akasico.

Certamente non parlo dei bisogni quotidiani di cui voi parlate a volte, non so… “Ho bisogno di avere una macchina più grande, una casa più grande, un tal vestito, di fare una vacanza” e via dicendo; i bisogni di cui sto parlando sono quei bisogni che riguardano l’interiorità, quindi i bisogni di comprensione, essenzialmente. E’ proprio un punto diverso da cui scaturiscono le due funzioni, i due elementi.

D – Quindi nella materia tu non trovi continuità tra un bisogno di mangiare e un desiderio di mangiare oltre? (per essere terra-terra nell’esempio).

Ma il bisogno di mangiare non nasce dal corpo akasico.

D – No. Io infatti intendevo bisogno proprio fisico.

Il bisogno fisico nasce da un bisogno fisiologico e basta. Il bisogno di mangiare nasce dal fatto che, se tu non mangi, non puoi continuare la tua esperienza fisica.

D – Esatto. Però se io, invece di mangiare ciò che il mio corpo ha bisogno, vado oltre perché la mente mi dice: “Continua a mangiare questo, che buona questa torta al cioccolato”, si va nel desiderio oppure no?

Come confondere le cose semplici! Diciamo che esistono dei bisogni primari nell’individuo, che sono collegati in qualche modo sia alle leggi fisiche, fisiologiche, sia anche a quella matrice, quell’imprinting di cui si parlava all’inizio della vostra discussione pomeridiana e che sono necessari per far sì che l’individuo porti avanti la sua vita e che, come lui, portino avanti la loro vita tutti gli altri individui e quindi tutta la razza, in modo che l’evoluzione vada avanti. 

Uno di questi – per restare sul “piccolo” – è ad esempio l’appetito; certamente ognuno di voi ha bisogno di mettere materiale in quella grande fabbrica interiore fisiologica che possedete, perché altrimenti i vostri meccanismi in qualche modo ne risentirebbero e finirebbero poi per logorarsi o per fermarsi. 

Senza dubbio in questo immettere materiale vi è già la possibilità, da parte dell’individuo, di operare delle scelte; è chiaro che ognuno di voi ha una sensibilità particolare di percezione rispetto a certi gusti, certi odori, rispetto ad altri gusti e altri odori, quindi avrà delle preferenze e sarà indubbiamente portato – poiché si tende sempre a cercare il piacere, più che la sofferenza – ad alimentarsi con ciò che piace, prima di tutto. 

Si sconfina – ma direi che diventa poi una cosa quasi patologica – allorché si va oltre a quelle che sono le reali necessità, i reali bisogni del corpo che possedete; quando, pur sapendo che certi alimenti e certe sostanze in una certa quantità sono nocivi, eccedete; quando la quantità di ciò che mangiate è ben oltre la possibilità del vostro meccanismo interiore di lavorazione, e via e via e via.

A quel punto, allora, entrano in gioco altri meccanismi che, sì, possono essere identificati come desideri da parte dell’individuo, ma che alla fin fine sono riconducibili a problemi sul piano psicologico e, quindi, a mancanza di comprensione sul piano akasico.
Se poi vuoi una risposta se sono collegati o no, è chiaro che tutto è sempre collegato con tutto, certamente

D – Mi sono sentita un po’ chiamata in causa per tante cose (torte di cioccolata e fumo) ma volevo chiederti allora: tu hai detto i bisogni del corpo akasico… un esempio potrebbe essere di rispettare i bisogni dell’altro…

No, fermati subito. Vi è un solo bisogno del corpo akasico: la comprensione; e – per farti un piccolo appunto, visto che ti è stato detto che sei stata brava, oggi – la comprensione non viene acquisita sul piano fisico, ma viene acquisita soltanto sul piano akasico.
Sul piano fisico si acquisiscono soltanto “gli elementi” per avere la comprensione.

D – Ho detto qualcosa di diverso?

Hai detto “la comprensione che si acquisisce sul piano fisico”.

D – Vediamo se riesco a fare meglio la mia domanda: il bisogno dell’altro possiamo identificarlo con i bisogni di esperienza che lui ha, quindi non dovremmo andare contro quello che una persona manifesta – e noi lo chiamiamo un suo desiderio – ma che in realtà è un bisogno di esperienza che il suo corpo lo spinge a ricercare?

E se l’altro individuo ha bisogno di buttarsi dalla finestra?

D – Devo pensarci.

Cosa fai? Lo lasci fare o addirittura gli dai una mano?

D – No, lo avverto che si fa male, però se proprio lo sente come un bisogno si butterà. No, scherzi a parte, certamente che il nostro intervento è sempre un consiglio magari, ma consigliare è una cosa e vietare o contrastare è un’altra.

C’è una piccola prospettiva da modificare in quello che hai detto: tu parli di bisogni degli altri ma, per prima cosa, sei sicura di poter sapere quali sono i bisogni degli altri?

D – No, no. Appunto per quello non si può dire niente.

E allora? Lo butti dalla finestra?! 

D – No, io lo consiglierei di non farlo e dopo deciderà lui. E allora quand’è che non si contrastano i bisogni degli altri?

Ma se tu trovi… ragioniamo per assurdo: c’è questa persona che dice: “Ho deciso, la mia vita non vale niente perché non mi dice ‘ti amo’ e mi butto dalla finestra!” e sale sulla finestra. E tu, calma calma e tranquilla, gli dici: “Mia cara, io ti consiglio di non buttarti dalla finestra” o cosa faresti altrimenti? Le dai una spinta?

D – No, cercherei di spiegargli che non è il caso di perdere la fiducia nella vita, che il valore della vita non sta in quella che è la dichiarazione d’amore di un altro.

Pensi che basterebbe?

D – Insomma… che ne so? Farei del mio meglio. 

Quando vi trovate in situazioni in cui apparentemente vi sono dei bisogni degli altri – dico “apparentemente” perché, ripeto, non siete in grado, nella maggior parte dei casi, di comprendere quali sono davvero i bisogni degli altri; questo verrà, ma molto in seguito – voi dovete, comunque sia, agire. Certamente non potete ritirarvi di fronte all’esperienza.
Dovete per prima cosa pensare… a chi? A che cosa? Vediamo un po’. All’altro?

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D – No, a quanto c’è del nostro Io che ci induce a intervenire. Io nel senso egoistico, naturalmente.

No. Se pensaste a quello non interverreste mai. Dovete pensare… ahimè, che frase mi tocca dire! Dovete pensare per prima cosa a voi stessi. Lo so che sembra un insulto a tutto il resto dell’insegnamento, questo, ma vi spiego meglio cosa intendo dire.
Come punto fermo voi, dell’altro, in realtà sapete ben poco, quindi ben poco potete fare verso l’altro se non cercare di usare gli strumenti che avete (la vostra mente, la vostra parola…) per cercare di dissuaderlo dal fare gesti insani. 

Ma, prima di tutto, dovete osservare voi stessi e cercare di non andare incontro alla sofferenza perché è necessario che voi comprendiate in quei momenti qual è la cosa che veramente sentite di fare: se, e quanto, e fino a che punto volete fare qualche cosa, e in che modo volete farla, poiché se voi agiste contro il vostro sentire – e direste magari: “Ma lascialo andare, tanto peggio per lui, imparerà a essere un po’ più furbo la prossima volta!” – se voi agiste contro il vostro sentire, questo significherebbe che da quel momento in poi voi, comunque, andreste incontro alla sofferenza. Vi vedo perplessi e qualcuno anche sconvolto.

D – Eh sì, è difficile da capire.

Quindi, cercando di riassumere nel modo più chiaro possibile, per non far sì che voi da domani buttiate tutti giù dalla finestra, quando vi trovate di fronte ai bisogni degli altri cercate prima di tutto di comprendere quello che “voi” volete.

Avendo compreso questo, comunque sia, fate ciò che invece ritenete giusto sia fatto. Intendo dire che, anche se scoprite che interiormente avreste desiderio di dargli una spinta, proprio perché avete scoperto quello, troverete in voi in quel momento le parole, la forza e la volontà per far sì che quell’individuo riesca a comportarsi in modo diverso e non metta in atto il proprio piano, facendo in modo che voi avrete agito secondo il vostro sentire e il vostro comportamento avrà tenuto conto della situazione. 

Vi sarete così comportati nel modo più adeguato possibile (perché corrispondente al personale sentire, ndr). Quello che poi accadrà, cioè se l’individuo si butterà o non si butterà, sarà indipendente dalla vostra volontà e dalla vostra azione e, quindi non vi porterà in seguito sofferenza.

D – Si parla sempre dell’intenzione; allora se tu in quel momento pensi che l’unica cosa che vorresti è che quello non ti rompa le scatole e invece cerchi di dissuaderlo dal buttarsi, ecc., poi come te la vedi tu con te stesso? Lui non si butta e va bene, tanto meglio per lui, però tu con te stesso, visto che c’è il discorso dell’intenzione, l’hai fatto in modo ipocrita!

Certamente, l’hai fatto in modo ipocrita, però ti dimentichi il grosso vantaggio che hai ottenuto: hai portato alla coscienza qualcosa che altrimenti avresti avuto grosse difficoltà ad ammettere con te stessa, perché nessuno di voi, in una situazione del genere, ammetterebbe mai con se stesso subito, di primo acchito, che tutto sommato se quella persona facesse un bel voletto gli farebbe anche bene!

D – Perché è questa storia dell’intenzione che mi ha un po’ traumatizzata da quando è venuta fuori, perché io scopro che ho delle intenzioni mostruose, e poi forse sono una grande ipocrita.

Il discorso dell’intenzione è una base essenziale dell’insegnamento, perché l’intenzione è quella che mette in moto in qualche modo tutti i processi di rivoluzione interiore e quindi di evoluzione dell’individuo.
Tu dici che scopri in te delle bruttissime intenzioni (al di là che era una frase detta tanto per dire)… sai, è sempre molto relativo il termine “bruttissimo”; bisogna vedere che parametri usi per definire bruttissima l’intenzione…

Ma, al di là di tutto questo, che ci porterebbe a fare un discorso sociale e forse non è il caso questa sera, il fatto che queste intenzioni non vengano messe in atto può significare due cose: o che le intenzioni che hai trovato non sono così sentite e quindi non sono proprio le tue vere intenzioni, giusto? 
Oppure sono veramente le tue intenzioni ma c’è un’altra parte di te che ha compreso qualche cosa che le contrasta, per cui tu non le metterai in atto e riuscirai a dominarle al tuo interno.

D – Sai, nel famoso esempio che si faceva: che uno non dovrebbe rubare anche se è in una camera piena di diamanti e non è osservato da nessuno ecc., io non so se non me ne metterei un paio di manciatine in tasca. Cioè, se non lo faccio è perché dico: “No, perché poi tanto questa storia me la dovrei rivedere altre duemila volte finché non l’ho capita” e allora magari lascio perdere, però… non so, non mi convince questa cosa… perché, se proprio non c’è nessuno, magari…

Beh, non mi sembra una così bruttissima intenzione, mi sembra che rientri nella norma della vostra società attuale, tutto sommato.

D – Però, insomma, io queste non le prendo perché magari dico… a parte che non mi capita proprio, però mi dico “ci sarà una telecamera”.

Però dovresti essere fiera che ti distingui già dalla massa perché avresti qualche cosa che ti impedisce di prenderle, comunque, mentre gli altri le prenderebbero senza pensarci!

D – E’ il terrore della telecamera, dici tu? O il fatto che penso che, tanto, prima o poi torno a farmi quella storia lì?

Tutte e due, possibilmente. Vedi, molte volte, quando si fa un discorso del genere, si pensa giusto al terrore della telecamera o al discorso “me la porterò avanti per vite, vite e vite” dicendo: “Queste son le cose che fermano”, ma questo è ciò che razionalizza la tua mente, non è detto che siano quelle le cose che ti fermano

Tu renditi conto che la tua mente, il tuo cervello è stato condizionato da decine d’anni di società e quindi identifichi con quegli elementi gli elementi impositivi – in qualche modo – che hanno una valenza tale da fermarti dal commettere un’intenzione negativa, ma questa potrebbe essere semplicemente una mentalizzazione tua, una razionalizzazione tua, mentre il “no” in realtà potrebbe venire dal corpo akasico; e questa vibrazione, questo “no”, questo divieto che proviene dal corpo akasico perché ha compreso che non si deve fare, viene razionalizzato dalla tua mente in quanto – abituata alla società in cui sei inserita – quel tuo comportamento è una cosa abbastanza comune, quindi devi avere “un perché esterno” che ti impedisca di farlo.

D – Certo; per cui io non saprò mai se in realtà viene dall’akasico. Nel pratico poi è meglio non farlo e… morta lì, poi si vedrà dopo?

Beh, a lungo andare vedrai se avrai le tasche piene di brillanti o no.

D – Certo, ma per capire se arriva dall’akasico o no, lo vedo poi. In questo momento inizio a non mettermeli in tasca. E’ così che funziona?

Un primo elemento per comprendere è capire quanta sofferenza ti dà non avere le tasche piene di diamanti. Non mi sembra che te ne dia molta. E allora, se non te ne dà molta vuol dire che non c’è un gran bisogno di avere queste tasche piene di diamanti; e allora vuol dire che, se non c’è un gran bisogno, c’è qualcosa che è stato compreso dal corpo akasico; e allora, se è stato compreso dal corpo akasico, probabilmente anche in una stanza con i diamanti a portata di mano magari per un attimo saresti tentata, ma poi li lasceresti lì.
Sei più buona di quello che sembri, insomma.

D – Grazie! Io volevo ancora farti un’ultima domanda a proposito delle comprensioni dell’akasico. Prima si parlava di questo legame dell’akasico che, per comprendere, usa il fisico, naturalmente; si parlava del cibo, che è un argomento su cui io sono molto sensibile… Allora, che cosa deve comprendere un corpo akasico che poi, nel fisico, si “strafoga” per cui non mangia una fetta di torta al cioccolato ma ne mangia tre? E molte altre cose di questo tipo: la torta, la pastasciutta o qualsiasi altra cosa. Non riesco a collegarle queste due cose, cioè non riesco a capire questo akasico, che cosa gli arriva poi su se non una grande frustrazione di aver continuato a disattendersi.

Capisci, mia cara, le possibilità e i perché sono innumerevoli. Potrebbe essere, che ne so?… basterebbe che tua madre ti dicesse che è meglio mangiare poco e tu, per reazione, mangeresti tanto.

D – Sì, ma l’akasico cosa capisce?

Vuol dire che non hai ancora compreso che non è il caso di mettersi a rivaleggiare su una cosa del genere con una madre, o che forse quello è indice di un rapporto che va modificato in qualche modo perché, se provoca una reazione così opposta, vuol dire che c’è qualche cosa da modificare da una parte o dall’altra o, magari, chissà, da entrambe le parti; che è sempre la cosa più vera, poi.

D – Va bene. Grazie.

D’altra parte, te ne puoi approfittare perché non hai un fisico che ingrassa!

D – Sì, ma è la frustrazione che poi ne hai di disattenderti, di sentirti proprio un po’ scema sulle cose più piccole.

Perché non sentirsi in colpa se solo è possibile farlo!? Sarebbe molto meglio mangiare tre fette di torta al cioccolato ed essere felici per averle mangiate! Così ne mangeresti altre tre, poi altre tre, poi altre tre… con tanti saluti alla salute!

D – Ritornando un attimino a “quello della finestra”, prendendolo come esempio generale, io per carattere mi sento sempre combattuta nelle scelte; se avessi avuto l’istinto di dire “E’ meglio che si butti”, però coscientemente penso che sarebbe meglio di no, continuerei per anni a dire: “Ma qual è la cosa migliore che gli dico in questo momento?”. Per carattere, non riesco mai a prendere un orientamento deciso, cerco sempre la scelta giusta.
Esiste una scelta giusta nella vita o è sempre soggettiva?

Lì è la prospettiva che cercavo di farvi comprendere prima. La scelta giusta per chi? Per la persona che si butta o per te?

D – Per tutti e due io la vorrei.

Molto spesso non è possibile che sia giusta per tutti e due. 

D – Perché a volte tu dentro hai degli impulsi incredibili, che li senti giusti per te…

Ti posso dire come si può comportare la persona evoluta. Non so se è il tuo caso… La persona evoluta fa quello che ho detto prima io: si rende conto di quello che interiormente desidererebbe, lo tiene presente e lo mette da parte per un attimo in attesa di poterlo osservare con calma, e poi mette, in preminenza, il bisogno della persona che gli sta davanti; mette quindi da parte i propri bisogni, il proprio Io, per un attimo, per essere a disposizione dei bisogni dell’individuo che ha bisogno

Certo, pur essendo evoluto può sbagliare; non è detto che poi la sua risposta sia adeguata al bisogno dell’altro, alla situazione dell’altro, tuttavia la sua intenzione – essendo giusta – non gli provocherà poi problemi. Nel tuo caso, invece, la cosa migliore sarebbe certamente non tentennare tra il sì, il no, il ma, il forse, il come, il perché, e via e via e via, anche perché ormai quello si sarebbe buttato, ma la cosa migliore, quando vi sono queste condizioni caratteriali d’indecisione, è quella di agire impulsivamente senza pensare. Scifo


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7 commenti su “Approfondimenti su abitudine e insoddisfazione 2”

  1. Essere soddisfatti non significa stabilizzarsi sull’acquisito, il compreso; al contrario, è lasciarsi lavorare dal non compreso, accettare ciò che ci cambia e che ci deve cambiare. Essere duttili, plasmabili.
    Grazie.

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  2. “Diciamo che ognuno di voi deve essere pronto a rimettere in discussione la propria vita, mantenendo magari le posizioni che ha raggiunto ma non accontentandosi di esse, non fermandosi alle acquisizioni raggiunte ma cercando di allargarle, di migliorarle, anche soltanto nelle sfumature.

    Non è detto che dobbiate modificare completamente ciò che avete compreso fino a quel punto ma, senza dubbio, dovete cercare di allargare nei particolari la vostra comprensione. ”

    Risuona particolarmente

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  3. Post lungo, che piu volte richiama l’attenzione sull’intenzione.
    Il mio dubbio è sempre lo stesso,, quanto interferisce la mente, nella comprensione dell’intenzione?

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