Jung e gli archetipi [IF41]

Allora, il nostro Adler potrebbe essere considerato – secondo le nostre concezioni – più uno psicologo dell’Io, in quanto in realtà in tutta la sua teoria, nelle sue discussioni, nelle sue opere, egli analizza sia la parte emotiva che la parte mentale fuse tra di loro e per di più in rapporto con l’ambiente.

Tanto è vero che si preoccupa molto dell’aspetto sociale, ambientale in cui l’individuo si viene a trovare e questo, appunto, non è altro che quello che noi diciamo allorché parliamo del comportamento dell’Io, dell’Io come si viene a rapportare con la realtà, dell’Io così come si rapporta con ciò che gli è esterno; non soltanto, ma la volontà di potenza e il senso di inferiorità sono tipici elementi che noi abbiamo additato fin dall’inizio nell’Io. 

Voi sapete che il processo stesso di espansione dell’Io in realtà è un’affermazione di potenza, un tentativo di potenza da parte dell’Io che cerca di inglobare la realtà in modo da possederla, in modo da diventarne in qualche modo proprietario e poter godere dei benefici che questa posizione di privilegio gli comporta rispetto agli altri individui. 

D’accordo su questo? Mi sembra che sia abbastanza chiaro e che non sia poi il caso di starci a dilungare più che tanto. Poi, magari, vediamo se qualcuno arriva a trovare i limiti sia di … (non di Freud, di cui abbiamo già parlato abbastanza), sia di Adler che di Jung. 

Per quanto riguarda il nostro “Gustavo” (Carl Gustav Jung, ndr), volevo sapere da voi che tipo di psicologo potrebbe essere Jung… Ma è troppo semplice, non ve lo faccio neanche dire, so che lo direste subito: non può essere considerato altro che uno psicologo dell’akasico, alla fin fine, in quanto – per sue stesse caratteristiche evolutive – egli si preoccupa più che altro di comprendere ciò che sta al di là dell’individuo apparente cercando di trovare un ordine, una coordinazione tra l’individuo che appare sul piano fisico e tutta quella parte sommersa che invece non appare, arrivando a parlare di archetipi e di inconscio collettivo. 

A proposito, la nostra amica G. – che forse è l’unica che tende a riprendermi quando dico qualcosa che secondo lei non va bene – ha pensato che io avessi usato uno dei miei soliti metodi non troppo carini parlando di coscienza collettiva invece che di inconscio collettivo

Beh, non c’era nessun intento truffaldino in quella mia frase – ma capisco che chi è stato scottato una volta magari continua a sospettare, poi – in quanto, in realtà, anche Jung ha parlato di coscienza collettiva, non soltanto di inconscio collettivo; anzi direi che, tutto sommato poi, la parte più importante non era tanto l’inconscio collettivo quanto la sua conseguenza: la formazione della coscienza collettiva. Ma, di questo, vorrei che vi andaste a documentare, anche per lasciare qualche cosa per il prossimo incontro.

Archetipi: vediamo un po’ questi punti principali della teoria junghiana, ovvero gli archetipi e l’inconscio collettivo, come possono essere sistemati all’interno di quella che è la nostra teoria. Forza!

D – Io avevo pensato che fossero quell’orientamento, quell’imprinting che ha quella determinata razza.

Direi “strepitoso”!

D – No, ho sbagliato?

No, direi “strepitosamente giusto”, sensazionale quasi!

D – Però dopo mi chiedevo: ma …

Ma non basta. Senza dubbio i primi archetipi – e questo va al di là della funzione dell’archetipo junghiano – i primi archetipi sono quelli che sono iscritti nel “tappeto” attraverso l’imprinting ricevuto fin dall’inizio dell’evoluzione della razza nel corso delle incarnazioni come minerale, vegetale e animale; queste sono – pur nelle loro varianti – delle esperienze comuni a tutta la razza e costituiscono quindi un archetipo di partenza, anche se non molto differenziato ancora, per il momento, che vale per tutta la razza.

D’altra parte, se voi ci pensate, il concetto di “padre” e “madre”, ad esempio, esiste come archetipo in tutti i popoli della vostra razza; questo perché – per lo meno a partire dal regno animale, e quanto meno per quello che riguarda la madre – questa esperienza di possedere una madre accomuna praticamente tutti gli individui che si incarnano nelle varie razze animali, e questa comunanza di esperienza fa sì da fissare nelle vibrazioni dell’imprinting non l’esperienza stessa, ma il simbolo che questa esperienza comporta

Se voi ricordate, ultimamente avevamo detto che nel corpo akasico non sono iscritti i fatti, sono iscritte le esperienze; ma le esperienze come? Direi che, per il momento, ci possiamo accontentare di ciò che diceva Jung e supporre che l’iscrizione dell’esperienza all’interno della massa akasica avviene in una forma simbolica che permette di concentrare al massimo un’informazione rendendola la più adattabile possibile alle esigenze di tutti gli individui che fanno capo a quello stesso tipo di simbolo, diventando quindi un archetipo che in qualche modo esercita la sua influenza sugli individui incarnati (embrione di coscienza collettiva, ndr), al di là poi delle diverse sfumature, necessità e condizioni evolutive che i vari individui hanno tra di loro.

Accadrà soltanto che questi individui avranno l’influenza di questa vibrazione – che è la stessa per tutti – e influiranno su di essa modificandola, adattandola ai propri bisogni evolutivi e alle proprie comprensioni; ma il punto di partenza, senza dubbio, sarà lo stesso tipo di simbolo.

D – Quindi gli archetipi sono dei simboli?

Forse questo è uno dei punti che cade un po’ di tono per quello che riguarda Jung. Io mi chiedo: ma questi archetipi sono fissi, come appare leggendo le parole di Jung, o si modificano?

D – Secondo Jung sono fissi, e qui sbaglia.

Certamente, non può essere che così o, quanto meno, possono esserci degli archetipi, dei simboli, degli imprinting, delle comprensioni che sono fisse in se stesse come simbolo, ma il fatto è che a mano a mano che la razza continua la sua evoluzione e quindi crea nuovi simboli, nuove esperienze, nuove comprensioni comuni all’interno della massa akasica dell’intera razza, questi nuovi simboli in qualche modo interagiscono con gli altri simboli, provocando certamente una diversa influenza del simbolo di partenza e quindi, indirettamente, una sua modificazione.

D – E quindi una nuova coscienza collettiva?

Certamente. Quindi una nuova coscienza collettiva e, chiaramente, in via di costituzione e di modificazione a mano a mano che la razza prosegue nella sua evoluzione.

D – Quindi l’archetipo non è una cosa fissa, ma nasce dalle primordiali esperienze nei regni inferiori e poi si modifica attraverso le esperienze nella vita umana.

No, non è neanche preciso così. Diciamo: e poi diventa complementare coi nuovi archetipi che, nel corso dell’incarnazione umana, la razza introietta.

D – In ogni caso una parte fissa rimane?

Certamente. 
Una parte fissa rimane, però questa parte fissa agisce; perché voi sapete che gli archetipi comunque agiscono sull’individuo, non sono dei simboli messi lì che non fanno nulla; hanno una loro influenza sull’individuo all’interno del piano fisico. Il fatto che si aggiungano questi nuovi archetipi, che cambiano col passare dell’evoluzione della razza, fa sì che anche gli archetipi precedenti si trovino a subire quest’influenza e, quindi, ad agire congiunti a questi altri archetipi, ne consegue che l’effetto sarà diverso.

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D – Vengono integrati.

Certamente, diventano complementari in qualche modo.

D – Alcuni potrebbero anche sparire?

Diciamo che potrebbero perdere la loro valenza, sparire certamente no.

D – Non più comprensibili, per lo meno.

D – Per esempio, l’archetipo padre/madre … si spera che sparisca fra qualche secolo.

D – Perché “si spera”?
D – Io lo spero perché per me non esiste. I figli sono di tutti e quindi un giorno io credo che si arriverà al punto in cui non ci sarà più “il padre” e “la madre”.

Questo, senza dubbio, è un punto che verrà raggiunto prima o poi dall’umanità, ma il problema non è tanto il padre o la madre ma è la valenza, è la connotazione che si dà al concetto di padre e di madre; perché non è che non vi sarà più un padre e una madre, ma sarà il fatto che tutti saranno padri e tutti saranno madri; è ben diverso il discorso. 

Quindi l’archetipo continuerà ad esservi ancora; soltanto che seguirà l’andamento dell’evoluzione della razza, che avrà una coscienza allargata e incomincerà a sentirsi più unita a tutti gli altri individui componenti la razza e, quindi, anche l’archetipo di padre e di madre non sarà più focalizzato su un solo individuo ma su più individui.

D – Però – se vogliamo continuare su questo esempio – potrei dire questo: io oggi sono padre e quindi vedo un bambino come figlio, e quindi mi curo esclusivamente di lui e trascuro gli altri. Domani, se questo discorso si evolve, tutti i bambini saranno miei figli; quindi tutti i bimbi saranno figli di tutti e, a questo punto, il concetto di figlio cade; ma si tratta semplicemente di un rapporto tra esseri più adulti ed esseri piccoli. E’ più paritario; non c’è più, credo, un discorso filiale.

Non può essere paritario. Non può essere paritario perché tra l’adulto e il figlio c’è la connessione di un corpo akasico di differenza, quindi non potrà mai essere paritario. Potrà essere più comprensivo, potrà essere più affettuoso, potrà essere più sensibile, questo certamente sì, ma senza dubbio paritario penso che sia ben difficile che lo possa essere. 

Pensa alla differenza di esperienza che c’è tra padre e figlio sempre e comunque, e pensa appunto a quella grande importanza che risiede nel fatto che il bambino ha soltanto piccole porzioni di corpo akasico allacciate.

[…] Finiamo un attimo questo discorso. Il problema, in questo esempio che abbiamo fatto, sta nel fatto che padre e madre voi li identificate con degli individui, invece non è così: l’archetipo “padre” non è un individuo (l’abbiamo anche detto, se ricordate, poco fa), l’archetipo padre è un simbolo, è una condizione, è uno stato; è l’individuo che si sente “padre” e può sentirsi padre anche senza mai aver generato un figlio; mentre voi, invece, a padre e madre solitamente tendete a dare la valenza riferita alla creazione, alla generazione. Invece il simbolo vero, l’archetipo vero, senza sovrastrutture mentali, è quello che fa sì che l’individuo si senta padre o madre di un’altra creatura al di là del fatto che l’abbia generata o meno.

D – Quindi un senso di famiglia più allargato, cioè allargato anche a quello che si dice fratello, sorella, marito, moglie, ecc. Cioè cambia di significato rispetto all’attuale senso che noi diamo, che è molto ristretto.

Ma certamente, e quello che cambierà di più penso che sarà quello di marito e moglie perché è quello che è più privo di un vero senso; e non soltanto, ma è quello che più provoca grossi problemi perché solitamente – fin da come è impostato il rapporto all’interno della vostra società attuale – marito o moglie comporta in qualche modo un possesso e “nessuno possiede nessuno”! Ciò non significa che questi vincoli non esistano, però devono essere sentiti dall’individuo, non possono essere dati di fatto imposti dall’esterno.

D – Che bello che sarà!

Eh, ci si arriverà, ci si arriverà! Non dovete aver fretta, come non ne abbiamo noi.

D – Scusa, Scifo, una cosa che mi turba, tu dici: “arriverà questo mondo migliore”, ma si arriverà come?

Tu dici: “Io muoio prima”!

D – No. Questo sicuramente, ma non ha importanza; può darsi che mi ritrovo comunque. E’ questo che volevo chiedere: se continuano a reincarnarsi nuove razze il mondo non potrà mai essere migliore; cioè potrà essere migliore per il singolo, cioè per quello che sente lui dentro se stesso, ma così, in generale, il mondo sarà sempre una guerra continua!

Ma è quello che è il “migliore”! Il migliore risiede non nel mondo ma in quello che risiede nel singolo! Noi sempre abbiamo detto che la società cambia dal singolo.

D – Certo, ma tu mi parli adesso di una famiglia futura dove ci sarà un sentire diverso e bellissimo, ma le nuove razze che si incarnano non avranno questo sentire, ci sarà sempre quello che tradisce la moglie, quella che tradisce il marito!

Ma per la vecchia razza è un’altra questione.

D – Ma appunto, dico, questo famoso mondo migliore che un domani uno auspica non ci sarà mai, ci sarà sicuramente solo per il singolo?

Ma un mondo migliore non significa un mondo perfetto! Mondo migliore significa un mondo in cui l’individuo può esprimere in modo migliore la propria evoluzione.

D – Ah, il singolo?

Il singolo.

D – Ma allora sul pianeta Terra non ci sarà mai un’umanità tranquilla, in pace, dove tutti si vogliono bene?

Quella è un’utopia che andrebbe contro il Disegno stesso. Ci saranno individui che, nel corso della loro evoluzione, avranno vite in cui saranno felici e in pace con se stessi e con gli altri.

D – Come ci sono adesso.

D’altra parte, se tutti avessero 120 vite in pace, felici con se stessi e con gli altri, non avrebbero senso tutta l’evoluzione né il corso delle incarnazioni. 

D – Ti volevo chiedere: Wilhelm Reich, di cui parlavo con F., come si collocava: era adleriano o junghiano?

Direi che era un caso molto particolare. Molto particolare – e a me piace molto, tra l’altro – perché è qualche cosa che si discosta come teoria dal semplice piano astrale freudiano, dall’Io adleriano o addirittura dall’akasico junghiano in quanto riguarda principalmente le energie; è l’energia – voi sapete, creature – che attraversa tutta la realtà come vibrazione. Scifo


8 commenti su “Jung e gli archetipi [IF41]”

  1. Molto interessante ciò che dice degli archetipi e della loro evoluzione.
    Comprendo quanto afferma sul mondo migliore per i singoli.

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    • Non tutti i passaggi sono semplici.
      In particolare faccio fatica a conciliare concetti come evoluzione ed eterno presente.
      Da una parte la reincarnazione che permetto l’evolversi dell’individuo, che posso definire “divenire”;
      dall’altro l’eterno presente che mi porta al concetto di “stare” , quindi nulla diviene, ma È.
      Il post è molto interessante, ma mi rendo conto che alcuni passaggi per me sono tutt’altro che scontati.
      Da luminare.

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