Le illusioni dell’io nel discepolo e nel maestro [IB9-1]

Favola del sant’uomo
Un giorno Krsna sedeva in mezzo a un prato, e con una piuma di pavone giocava con le formiche che passavano tra i fiori, e intanto ascoltava divertito le risa, e i giochi, e i canti dei deva che lo circondavano in festa; ma in mezzo a quella moltitudine festante Krsna percepì un silenzio.

Ascoltando attentamente, si accorse che il suo deva preferito era in un angolo, distaccato dagli altri, pensieroso; allora gli si avvicinò e gli chiese: «Figlio mio, che cos’è che ti turba, perché taci a questo modo?».

«Padre mio, è da tanto tempo che io sono qua al tuo cospetto e ti osservo, è da tanto tempo che ti adoro, ti amo, che ti servo con passione, con affetto; malgrado tutto questo, malgrado l’amore che sento di provare per te, è un po’ di tempo che mi sto chiedendo se tu sei davvero ciò che io penso che tu sia o se non esiste, invece, qualche altro essere che sia più di te, che sia più santo di quanto tu sei, che sia più Dio di quanto tu appari… e questo pensiero maligno, Padre mio, mi tormenta in continuazione».

Krsna, giocherellando sempre con la piuma di pavone, sorrise tra sé divertito per i dubbi del suo amato figlio; gli disse quindi: «Hai tu qualche idea, forse, che ti fa pensare quanto affermi? Hai forse incontrato, nel tuo peregrinare al mio servizio, qualcuno che ti è apparso quanto e forse più di ciò che io sono e da questo incontro forse è nato questo tuo pensiero, questo tuo dubbio?».

Arrossendo un po’ vergognoso il deva rispose: «Ti devo confessare, Padre, che in uno degli ultimi viaggi che ho fatto all’interno del mondo fisico ho incontrato, in un piccolo paese sperduto, un uomo la cui santità era conosciuta da tutti per chilometri e chilometri; quest’uomo vive in stretto ascetismo all’interno di una grotta, non possiede nulla, non ha ricchezze, non ha denari, non è tentato dai piaceri della carne, non ama le frivolezze, e si nutre sempre e soltanto della ciotola d’acqua e della ciotola di riso che i suoi devoti gli portano. Intorno a lui si sente un’atmosfera soave, serena, tranquilla; io non dico, Padre, che quest’uomo possa davvero essere come tu sei, però, confrontando a volte il tuo comportamento quasi infantile, i tuoi scherzi a volte crudeli, la tua voglia di ridere, di giocare, con la serenità e la pacatezza di quest’uomo, sento in me sorgere il dubbio che ti ho appena raccontato».

Krsna si mise la piuma di pavone tra i capelli e disse allora: «Figlio mio, se tu hai questo dubbio è giusto che io cerchi in qualche modo di aiutarti. Andiamo assieme, allora, ad incontrare questa persona così santa».

E con un semplice schiocco delle dita, entrambi si trovarono, invisibili, nella grotta di questo santo uomo.

L’uomo sedeva in posizione di meditazione, immobile, le ginocchia incrociate e le mani rilassate sulle cosce; davanti a lui una ciotola d’acqua e una ciotola di riso e persone silenziose, raccolte in preghiera e in meditazione.

Il deva si voltò verso il suo signore con uno sguardo muto ma eloquente che diceva: «Vedi, vedi anche tu che sant’uomo è questo!» ma negli occhi di Krsna non c’era né devozione né stupore, solamente ironia e malizia; si tolse dai capelli la piuma di pavone e l’agitò per un attimo nell’aria, poi schioccò le dita e s’allontanò, lasciando al suo posto il deva.

Questi rimase un attimo sconcertato, ma, conoscendo il comportamento a volte incomprensibile del suo signore, pensò di rimanere accanto a quel sant’uomo ancora per un po’ di tempo.

Mentre il tempo scorreva però, qualcosa di strano stava accadendo: ecco che il sant’uomo incominciava ad imporporarsi in volto, gocce di sudore incominciavano a scendere lungo la sua fronte e le sue gote, le sue mani si contraevano sempre più spesso come se un’improvvisa irrequietezza fosse entrata dentro di lui.

Passarono le ore e i devoti che stavano in meditazione accanto al vecchio s’allontanarono tutti tranne uno che continuava con la sua fede a pregare; all’improvviso anche quest’unico fedele rimasto ebbe un momento di stanchezza e chiuse gli occhi.

Velocemente il sant’uomo infilò una mano nel suo grembo e se la portò alla bocca, poi si rimise nella posizione di partenza prima che il fedele riaprisse gli occhi, il rossore sparì dalle sue guance, il sudore smise di colare dalla sua fronte e le sue mani rimasero ferme, immobili, come sempre.

Il deva allora pensò di ritornare da Krsna per chiedergli cosa aveva fatto a quel sant’uomo.
Krsna l’aspettava ancora seduto nel prato, giocherellando indifferente con la sua piuma di pavone.

«Padre mio, perdona la mia impertinenza, ma ho avuto l’impressione che tu ti sia divertito in qualche modo con quel vecchio, e questa non mi sembra una cosa giusta né bella da farsi; direi, anzi, che il tuo comportamento giustifica i pensieri che ti ho manifestato, mentre tu avevi detto che avresti cercato di sciogliermi il dubbio. Desidererei, quindi, che tu mi spiegassi se, eventualmente, io non ho capito qualcosa».

Krsna si fermò dal giocare con la piuma di pavone, guardò negli occhi il suo deva e disse: «Mio caro, non ho fatto nulla di così strano, niente che tu possa pensare contro quell’uomo; il mio piccolo gesto è servito soltanto a far cadere nel grembo dell’uomo una piccola noce di betel».

Il servo, sorpreso, rimase una attimo in silenzio, poi capì l’insegnamento che Krsna gli aveva dato, chinò la testa sul grembo e pianse per chiedere perdono.

Un dubbio avrebbe dovuto assalirvi fin dalle prime parole di quella favola; una domanda, avrebbe dovuto assillarvi: perché il «deva preferito»? Non vi ha assillato, immagino. Sentiamo, perché? Scifo

D – Mi sembra che avevamo detto che non era del tutto convinto; quindi il più bisognoso, tra i deva di Krsna, quello che ancora conservava qualche dubbio.

Sì, diciamo che fino a un certo punto può andar bene anche una spiegazione del genere, anche se, però, non era tanto il fatto che non fosse convinto completamente della natura del suo Maestro quello che lo rendeva il «deva preferito», quanto il fatto che questo deva manifesta chiaramente che non è ancora giunto al termine della sua evoluzione.

Al contrario degli altri deva che ormai sono in armonia con la Realtà e, quindi, giocano felici nel loro stato di esistenza beata, questo deva ha ancora bisogno di trovare Dio, ha ancora bisogno, quindi, di un Maestro e, come sempre, il vero Maestro è quello che non si circonda di coloro che lo gratificano, che lo osannano, che lo esaltano, che credono ciecamente in lui, ma rivolge in particolare la sua attenzione proprio a quelle persone che invece sono tormentate dai dubbi, dai problemi.

D – Volevo chiedere: perché «un» preferito?

Perché il deva preferito – il quale, infatti, è chiamato sempre, nelle varie favole in cui si presenta, «deva preferito» senza un nome – rappresenta tutta l’umanità che ha bisogno del Maestro, di Dio; non è «un» deva. In realtà è un simbolo per rappresentare l’umanità bisognosa, un’umanità che deve ancora comprendere, incarnarsi, vivere, e trascinare la sua esistenza, vita dopo vita, fino a raggiungere la Verità.

Veniamo a queste benedette illusioni. Giustamente voi avete detto che vi sono, in questa favola, due creature che si illudono: il sant’uomo e il deva preferito. In realtà non vi sono soltanto queste due figure che si illudono, ma ve ne sono molte altre… o no?

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D – Sì, i discepoli.

Certamente, i quali non sono meno importanti nel discorso delle illusioni dell’Io!
Se, infatti, è vero che il deva è ancora spinto dalla propria non comprensione della Realtà, e quindi sta ancora ricercando in qualche modo questa Realtà, questa Verità, e sta cercando di operare le scelte giuste, nel modo giusto (in quello che almeno lui ritiene possa essere giusto), e cerca di comprendere, di arrivare in fondo alla realtà delle cose per facilitare il proprio cammino, la propria possibilità di scegliere nel modo migliore;

e se è altrettanto vero che il sant’uomo dimostra con i fatti di non essere un sant’uomo e che soggiace anch’egli ai giochi dell’Io, è altrettanto (se non di più) vero che soggiacciono ancora di più a questa illusione dell’Io tutti coloro che al Maestro presunto («presunto», in questo caso) si accostano, e che quindi cercano di prendere da lui tutto ciò che, secondo loro, emana.

Vediamo un attimo, prima, questo sant’uomo: rappresenta, nell’ambito del ciclo che abbiamo da poco incominciato, non tanto il ricercatore, quanto le persone a cui il ricercatore, in ambito spiritualistico, si rivolgono.
Infatti le vostre riviste, i vostri libri e, spesso, i vostri discorsi, sono infarciti di sant’uomini: c’è chi materializza cose, c’è chi guarisce, c’è chi fa grandi discorsi, e via e via e via… Sembrerebbe, a sentir parlare in certi ambienti, che in realtà non ci sia proprio nulla da preoccuparsi per la situazione dell’umanità, in quanto sant’uomini ve ne sono talmente tanti! Fosse così, creature!

Invece, proprio nell’ambito della spiritualità, per quell’ambivalenza di ogni cosa che, come sapete, mi è tanto cara, vi è un affastellarsi di persone, d’individui, che soggiacciono alle illusioni del proprio Io in modo, molte volte, pacchiano: si atteggiano, si comportano, vogliono essere sant’uomini, essere ritenuti sant’uomini e così, come il sant’uomo della favola, allora parlano di spiritualità, dicono di sapere, dicono di essere mistici, di essere in contatto con Dio, di poter fare questo, di poter fare quell’altro; ma basta, poi, una piccola chicca perché la loro santità arrivi a manifestarsi nella sua pienezza proprio attraverso il loro comportamento!

Ma perché un individuo tende a comportarsi in siffatto modo? Certamente per appagare i propri bisogni, i propri desideri; quindi per un giusto movimento verso la comprensione.

Naturalmente va tutto riferito sempre a quella famosa «intenzione» di cui per molto tempo abbiamo parlato e, per poter fare un discorso profondo fino in fondo, dovremmo esaminare caso per caso tutto quanto accade, individuo per individuo.
Questo, naturalmente, non è possibile; possiamo soltanto dire che il sant’uomo, per essere veramente un sant’uomo, non deve essere, non può essere un sant’uomo di fronte agli altri: deve essere e può essere un sant’uomo soltanto e principalmente di fronte a se stesso.

Non vi lasciate trarre in inganno (come fanno molti ricercatori) da ciò che il sedicente sant’uomo vi sventola sotto il naso: potrebbero essere soltanto ventagli d’illusioni; cercate invece di osservarlo quando è da solo, quando è appartato, quando vive magari una esperienza dolorosa, e via dicendo.
È in quel momento che il sant’uomo rivelerà veramente se la sua santità esiste o meno, nel momento in cui non si sentirà osservato, nel momento in cui lascerà uscire ciò che veramente egli è.

Vi garantiamo, creature, che colui – come abbiamo detto una volta – che ha compreso veramente che non si deve rubare perché «sente» che non si deve rubare, non ruberà anche se si troverà in una stanza con montagne di diamanti, dalla quale potrebbe uscire senza essere visto portandosi via tutto: tutti i diamanti resteranno nella stanza allorché egli si allontanerà.
Io, per conto mio, il 99% dei santoni osannati dai ricercatori non li farei neppure avvicinare alla stanza!
E le illusioni dei discepoli quali sono, creature? Quali illusioni voi avete nei nostri confronti?

D – Quella che possiate risolvere i nostri problemi, mentre in realtà i problemi dobbiamo risolverli noi.
D – Che voi siate migliori di noi.

Certamente. In alcuni casi può essere vero, in altri no.
Però, solitamente, la posizione di colui che si trova di fronte a un «sant’uomo» è quella dell’individuo che cerca di prendere dall’altro. Cosa giustissima: è senz’altro meglio cercare di prendere da chi è (o si ritiene sia) migliore, piuttosto che cercare di prendere da chi si ritiene peggiore.

Tuttavia questa può essere una posizione pericolosa perché si corre il rischio di arrivare a quella passività che così spesso noi condanniamo. Infatti, quanti discepoli di qualche guru dicono o pensano: «È inutile che io faccia qualcosa, tanto il mio guru farà accadere…», «Il mio guru aiuterà a risolvere il mio karma», «Il mio guru mi mostrerà la strada per migliorare», «il mio guru mi farà incontrare le grandi esperienze», incentrando tutte le proprie speranze e le proprie illusioni all’interno di questa figura che, in realtà, alla fin fine, è posta lì sulla loro strada proprio per arrivare a far loro comprendere questo: è inutile cercare di sperare di poter evolvere, migliorare e comprendere sorretti da una figura esterna.
L’unica possibilità di migliorare e di cambiare è quella di trovare al proprio interno il proprio vero Sé, come dicevate nel corso della riunione. Scifo


7 commenti su “Le illusioni dell’io nel discepolo e nel maestro [IB9-1]”

  1. Comprendo le parole di Scifo, circa la figura del Maestro, “osservarlo quando è solo” .
    Sono venute in mente anche quelle di Mauricio Matassi, che pone invece l’accento sulla determinazione del Maestro, accogliendone i limiti di individuo incarnato.
    Da ruminare, grazie!

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  2. Lo svelamento del.Reale, passa atteaverso l’onesta osservazione di sé e dalla volontà adi voler superare i propri limiti.
    L’altro è il mio specchio, anche il più illuminato degli uomini.

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  3. Lettura molto significativa per comprendere la nuova fase che il Sentiero sta attraversando. Non più un Maestro esterno da cui prendere, ora bisogna guardare al vero Se’ che è in noi.

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  4. Nessuno può fare per noi!

    Nessuno può sostituire quel lavoro e quella ricerca peculiari di cui ogni individualità abbisogna. La responsabilità non può essere delegata

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  5. Assolutamente d’accordo nel grande lavoro che bisogna fare su di sé, attenta e acuta osservazione di sé. Nessuna delega in questo

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