Rassegnarsi e vivere passivamente, o accettare?

D – Georgei, posso farti una domanda? E’ questa: “io ho accettato”; ancora: “io mi sono rassegnato”; ancora: “io ho vissuto passivamente un’esperienza”[…].

Io direi, comunque, che principalmente tu hai portato tre elementi che non sono poi tanto inscindibili tra di loro perché in una stessa situazione che vivete, in varia misura, in vario grado, possono essere presenti tutti e tre gli elementi.

Infatti, ci sono delle situazioni in cui voi apparentemente – mentalmente, quanto meno – dite che accettate quello che sta succedendo ma, in realtà, specialmente se vivete una situazione per voi negativa, la accettate solo mentalmente, però interiormente la subite passivamente perché non avete il coraggio di comportarvi in modo diverso.

D – Io trovo abbastanza simili il rassegnarsi e il subire passivamente. Non ci vedo la differenza.

Allora facciamo così, per non mettervi in difficoltà (anche perché so cosa vuol dire avere delle domande difficili a cui rispondere e non riuscire a trovare il modo per rispondere): cerchiamo di chiarire un attimo tra di noi cosa vogliamo dire con “accettare”, “subire” e “rassegnarsi”.

1- Subire passivamente – l’ho già accennato prima – significa sentire che la situazione che si sta vivendo è sbagliata, per quello che riguarda il nostro modo di vedere, eppure non avere il coraggio di fare qualche cosa per modificarla; e questa è una situazione che tutti voi sperimentate in continuazione nei confronti di tutte le altre persone, in tutte le situazioni. Basta guardarvi quando siete con i vostri figli, con i vostri mariti, le vostre mogli, i vostri amici. Quante volte vi sono situazioni su cui non siete per niente d’accordo ma, piuttosto che andare incontro a dei problemi, piuttosto che avere delle reazioni negative, preferite subire in silenzio? Vi riconoscete in questo?

D – In silenzio, quindi nemmeno si manifesta di non gradire? Non si dice, si sta proprio zitti?

2- Sì, sì, questo è proprio il grado estremo. Poi vi sono invece le persone che, in una situazione di conflitto con la realtà circostante, si rendono conto che la situazione non le soddisfa, che la situazione potrebbe essere portata avanti in un modo diverso, però non fanno nulla di attivo per modificarla: non fanno nulla perché si rendono conto che, magari, facendo qualche cosa provocherebbero un tale sconvolgimento nella propria vita o in quella delle altre persone coinvolte, che quello che verrebbe fuori potrebbe anche essere peggiore di quello che stanno vivendo e allora preferiscono rassegnarsi, scegliendo – tra i due mali – il male minore.

Ora, non dico che questo sia un comportamento giusto, naturalmente, perché l’individuo che sente che una situazione è sbagliata deve invece cercare di trovare interiormente il modo migliore per cambiarla, in quanto vi è sempre un modo per modificare in meglio una situazione, e rassegnarsi a quello che succede significa rassegnarsi a non comprendere quello che sta succedendo interiormente; mentre, invece, se l’individuo prova a fare qualcosa magari sbaglierà anche, magari provocherà dei disturbi negli altri, però da quell’esperienza che starà vivendo in quel momento trarranno delle conclusioni lui e le altre persone che gli stanno intorno; quindi è già un grado di reazione migliore con l’esperienza.

3- Poi vi è chi “accetta” la situazione; anche questa sembra un po’ la stessa cosa delle altre, invece vi è una con connotazione diversa – molto migliore – nell’accettare una situazione, perché significa vivere una situazione disagevole con tranquillità, con serenità; significa rendersi conto che quella situazione, che può essere disagevole per se stessi, in realtà serve agli altri e allora si accetta la situazione per il bene degli altri.

D – E se la subisce solo personalmente, diciamo, l’atteggiamento più positivo da tenere qual è? Per esempio, io sono stato operato di tumore: come ti saresti messo tu se fossi stato al mio posto? Che atteggiamento avresti preso?… interiormente.

Ma, guarda, interiormente diciamo che la posizione migliore – per la persona che ha una certa evoluzione – in una situazione del genere è quella di rendersi conto che non è possibile fare nulla di diretto e di concreto per modificare la situazione, se non cercare di viverla il più serenamente possibile; e cercare di viverla il più serenamente possibile significa “accettarla”, alla fin fine. È un po’ il mettersi sulla croce e dire “sia fatta la Tua volontà e non la mia”.

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D – Ecco, anche lì c’è un particolare, secondo me, nell’accettazione; perché con “accettare” di solito si intende: “O.K., io non ti combatto più, smetto di brontolare”, ma non è accettazione quella, è rinuncia.

Quello che è da considerare non è in quei termini, quello che è da considerare è “l’intenzione” con cui avviene l’accettazione; ed è quella che poi dà la sfumatura ai tre termini che abbiamo visto, perché la rinuncia è un conto (accettare rinunciando è un conto), accettare, invece, rendendosi conto che questo va portato avanti perché altri possano ricavarne benefici è tutto un altro discorso; è una prospettiva completamente diversa questa.

D – Georgei, quindi l’intenzione è il fattore altruistico che gioca in queste tre sfumature?

Certamente. Io non volevo complicare troppo, specialmente per le persone nuove ma, senza dubbio, l’intenzione interiore (non quella mentale, naturalmente) è quella che dà il benestare o meno di un’azione che si compie.

D – E poi la controprova è la serenità che tu provi; perché, se hai veramente accettato, sei sereno.

Ma certamente.

D – Quindi la valutazione è sempre e comunque soggettiva, di caso in caso e di situazione in situazione che stai vivendo nel qui e ora.

Certamente; ma basta che osserviate voi stessi quando pensate di subire una situazione, di essere rassegnati a una situazione o di accettare una situazione; se voi vi osservaste con attenzione vedreste che sono tre stati d’animo molto diversi quelli che voi vivete; perché se subite una situazione voi avete la ribellione interiore; ce l’avete ed è anche molto forte; vi rendereste conto che c’è il rifiuto e che state male interiormente.

Se voi invece accettate una situazione, vi rendete conto che – nella stessa situazione – voi vi trovate sempre poi allo stesso modo, alla fin fine, però la vivete in modo molto diverso; quindi avete molte meno tensioni interiori, molta più serenità e molta più disponibilità che negli altri casi.

D – Anche l’insegnamento contribuisce a questa serenità, a questo atteggiamento differente di fronte all’esperienza.

Diciamo che l’insegnamento senza dubbio può contribuire con alcuni aspetti a raggiungere queste cose ma non è estremamente indispensabile, altrimenti – come dicono sempre i Maestri – sarebbero poche le persone che arrivano a comprendere la Realtà perché non sono tantissime quelle che arrivano a contatto con l’insegnamento, e allora questo vorrebbe dire che chi non arriva a contatto con l’insegnamento non può evolversi e si arriverebbe a fare quasi… che so io… quello che fanno i Testimoni di Geova, per cui soltanto un certo numero sarà salvato e gli altri non saranno più salvati!
No, la possibilità, miei cari, vi garantisco, esiste sempre e uguale per tutti, per qualsiasi persona, sia che sia materialista, sia che sia spiritualista al massimo. Georgei


5 commenti su “Rassegnarsi e vivere passivamente, o accettare?”

  1. “Se l’individuo prova a fare qualcosa magari sbaglierà anche, magari provocherà dei disturbi negli altri, però da quell’esperienza che starà vivendo in quel momento trarranno delle conclusioni lui e le altre persone che gli stanno intorno”. A volte non si agisce, per evitare le reazioni degli altri. E’ vero. Altre volte invece agisci, perché così ti viene da fare, ma poi prevale il subire le conseguenze, dolorose, della reazione dell’altro sulla consapevolezza (che generalmente acquisisco solo con l’aiuto di qualcuno) di avere mosso una situazione altrimenti ristagnante e di aver creato opportunità di comprensione per se stessi e per l’altro.
    Grazie

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