Il Dio di Mosè, tra il serio e l’ironico (1m)

Vorrei spulciare qua e là tra le varie figure di deità, che sono state presentate dall’uomo ed all’uomo, porgendo alcune mie considerazioni – ironiche, naturalmente, come al solito – più che altro per rendere un po’ meno faticosa la serata.

Io questa sera dovrei parlare del Dio di Mosè, Jahvè o Geova; quel Dio terribile, vendicativo, violento, cattivo, pronto a combinarne di cotte e di crude sulle sue creature; quel Dio, d’altra parte, che diramazioni odierne di qualche setta usano ancora per accumulare quattrini, per sfruttare i giovani e per cercare di trovare adepti ad un insieme di insegnamenti-fandonie, che usano le parole dell’Antico Testamento, prese il più alla lettera possibile, in modo da farle quadrare secondo le loro intenzioni.

Ma ritorniamo non all’oggi, ma a migliaia di anni fa, a quella grande figura di santone che era Mosè, ed al suo peregrinare lungo i deserti e le montagne alla ricerca della terra promessa, fino ad arrivare – così dice la “storia” tra virgolette – sul monte Sinai, dove ebbe la fortuna (forse) di imbattersi in una manifestazione divina; che, naturalmente, non poteva essere una manifestazione dolce, buona, piena di amore, di sollecitudine e di incoraggiamento, ma, naturalmente, non poteva essere altrimenti che fiammeggiante e spaventosa.

E questa visione della divinità (che Mosè, tra l’altro, ebbe per conto suo e quindi con scarse testimonianze altrui), diede il via a quelli che sono passati alla storia di tutta l’umanità come i Dieci Comandamenti. “Io sono il Signore Dio tuo; non avrai altro Dio all’infuori di me”… e guai a te! Sarebbe facile ironizzare, anche soltanto su questo inizio dei Dieci Comandamenti; troppo facile, persino per me.

Certamente – se si volesse davvero ironizzare fino in fondo – un Dio, che trova necessario affermare il proprio Io a quel modo, è già di per sé un Dio non molto soddisfacente; un Dio che poi sente la necessità di dire all’umanità: “Non avrai altri dèi all’infuori di me”, dimostra quanto meno che ha un certo tallone d’Achille, per cui ha paura che il posto gli venga soffiato da qualcun altro.
Naturalmente, questa è un’interpretazione di parte: come sempre, in tutte le cose, vi è un’ambivalenza ed un secondo, un terzo e magari anche un quarto modo di interpretare.

Ecco così che, in un modo meno ironico, si potrebbe interpretare quell’inizio dei Dieci Comandamenti come – semplicemente – una presentazione, un attirare l’attenzione degli ascoltatori affinché siano preparati a prendere seriamente le cose che, poi, verranno dette in seguito…

E cosa viene detto, in seguito? Vengono annunciati dei comandamenti, che avrei dovuto esaminare questa sera, ma che esamineremo la prossima volta; dicendovi già fin d’ora, però, che cercheremo di vedere questi comandamenti alla luce dell’epoca in cui all’uomo – in qualche modo – vennero presentati, alla luce dell’evoluzione dell’uomo attuale ed alla luce, anche, di una certa critica, che cerchi di scoprire se e cosa, eventualmente, è stato di soppiatto infilato da Mosè nel testo di quei comandamenti; e, perché no, magari anche di comprenderne i motivi.

Ricordati del giorno del riposo per santificarlo:
lavora per sei giorni e in essi compi tutto ciò che devi fare.
Ma il settimo giorno è il riposo del tuo Signore:
non fare in esso alcun lavoro,
né tu, né tuo figlio, né tua figlia, né il tuo servo, né la tua serva,
né il tuo bestiame, né colui che ospiti nella tua dimora.
Perché in sei giorni il Signore fece il cielo, la terra e il mare
con tutto quello che essi contengono e al settimo giorno Egli si riposò.
Per questo il Signore ha benedetto il giorno del riposo santificandolo.

È curioso, creature, che tra l’elenco di coloro che, secondo il Dio di Mosè, sono tenuti ad attenersi strettamente ad esso, vi sia qualcuno che manca all’appello, ma anche chi brilla come la parola sbagliata da riconoscere tra altre unite da un senso comune tipica di molti test psicologici.

Non riesco proprio a immaginare, infatti, quale lavoro debba fare anzi, non fare, il bestiame alla domenica: forse alla gallina non è permesso fare le uova, o la mucca non deve produrre latte?
“Forse – mi si dirà – semplicemente si intendeva dire che non si deve far tirare l’aratro al bue, o il carro al cavallo e cose di questo tipo”.

Scusatemi, creature, ma andatelo a dire al bue o al cavallo: quelli sono lavori decisi per loro dall’uomo, non certo da essi stessi!
E la cosa non è certo resa meno divertente dal fatto che, in un’ideale scala gerarchica nell’enunciazione del comandamento, il povero ospite venga, appunto, messo come fanalino di coda, e proprio dopo il bestiame… ma non va certo dimenticato che, all’epoca, il bestiame era essenziale alla sopravvivenza perché produceva, o aiutava a produrre, cibo, mentre l’ospite lo dissipava!

Ecco, però, che odo le femministe mormorare e accingersi a preparare cartelli di protesta perché, attente come sono sempre ai loro diritti, hanno subito notato che nell’elenco suddetto manca “l’angelo del focolare” (mi scusino per l’espressione maschilista, ma un piccolo vezzo romantico ogni tanto può abbellire il fraseggiare): la moglie.

Evidentemente il Dio di Mosè, Padre amorevole dei propri figli, ha fatto tra sé e sé una veloce ed attenta analisi della situazione, magari in questi termini: “Se tutti i miei figli non debbono lavorare durante il settimo giorno, se altrettanto non debbono fare i loro figli e le loro figlie, se anche i servi e le serve non debbono far nulla, così come gli eventuali ospiti, chi prepara da mangiare per tutti?
Ma sì, dispensiamo la moglie tanto, in quest’epoca in cui la moglie è solo un accessorio utile, chi vuoi che se ne accorga?”.

Meno male – dico io – che il clero ha reso facoltativo il giorno di digiuno, altrimenti la pubblicità vista ultimamente sui vostri mezzi di informazione nella quale dai canestri della mensa cattolica spariscono, uno dopo l’altro, i pani e i pesci, potrebbe essere interpretata come un furto del lunedì di qualche giovane novizio, travolto dall’appetito dopo il digiuno del venerdì e quello della domenica causato dalla mancanza di mogli di preti, cardinali, vescovi, arcivescovi e… via e via e via, all’interno del Vaticano!

Veramente singolare, a prima vista, il comportamento del Dio mosaico: mentre per atti di una certa rilevanza come, ad esempio, l’uccidere, è stato conciso, lapidario e stringato ecco che, invece, è diventato improvvisamente loquace e verboso per comandare di santificargli una festa!

La prima – e certo più banale, anche se blasfema – spiegazione che può essere tentata è che, evidentemente, l’idea di avere un giorno alla settimana a Lui dedicato stimolava talmente la sua vanità che, conoscendo i suoi polli come solo un buon pastore li conosce, ha cercato di ribadirlo per bene e in maniera tale che non fosse possibile far finta di averlo dimenticato!
Molto più probabilmente, invece – affermo io – questo comandamento in apparenza così simile a un proclama in favore della settimana corta caldeggiato da un sindacato dei lavoratori, fosse più semplice nelle parole portate da Mosè al suo popolo e che, a forza di passaggi orali, qualche portatore di tradizioni abbia aggiunto qualche frammento, vuoi per fare bella figura vuoi, magari, anche solo per garantire a se stesso almeno un giorno di riposo alla settimana.

Più seriamente, chi è addentro all’esoterismo conosce certamente il simbolismo racchiuso sia nel mito della creazione con i sei giorni di lavoro ed il settimo di riposo, sia che cosa il numero sette stia a rappresentare, ovvero quella legge settenaria che governa il vostro universo e che regola ciò che in esso evolve… ma questo discorso – che, pure, molti di voi riterrebbero interessantissimo – esula dai miei intenti e, d’altro canto, basta vincere la pigrizia ed è facile reperire al proposito scritti delle più varie fonti ampiamente esaurienti in merito.
A noi basta ricordare che Mosè, nella sua prima parte della vita, fu educato in Egitto e iniziato ai misteri, giungendo così alla conclusione che questo comandamento è, con tutta probabilità, farina del suo sacco, più che nettare di pura marca divina.

Vi è un altro senso, sempre metaforico, in cui è possibile interpretare questo comandamento, ovvero l’interpretare il lavoro di cui si parla come il lavoro interiore che ogni individuo, con costanza, deve compiere su se stesso.
“Bene, direte voi, ma il settimo giorno, il giorno di riposo?”

Guardatevi in giro, creature, ed osservate coloro che interpretano il “conosci te stesso” stakanovisticamente, ovvero indefessamente e senza un attimo di pausa… a giudicare dal loro impegno al confronto di altri più tiepidi, dovrebbero essere già illuminati da un bel pezzo, vero?

Invece non è così, non lo è e non può neppure esserlo perché il settimo giorno deve servire proprio per permettere a quanto si è seminato nei sei giorni precedenti (e, naturalmente, i numeri in questione non vanno presi alla lettera ma sono indicativi di una proporzione tra le due cose) di germogliare senza soffocare sotto il peso di quelli che si continuano a spargere a piene mani: un periodo di riposo, un “piccolo giorno di Brahma” per i corpi inferiori dell’individuo, al fine di permettere a quelli superiori di operare in quel ritmico equilibrio che non provoca grossi scompensi e che, quindi, ottiene i frutti migliori e più appaganti.

Questa è una regola d’oro, creature, non soltanto nell’ambito del “conosci te stesso” ma della totalità degli aspetti della vostra esistenza: tutto ciò che costa fatica viene fatto con più facilità se è inframmezzato da pause che permettono di ritrovare nuove forze in se stessi, ed anche ciò che appassiona mantiene inalterato il suo fascino, senza bruciarsi al fuoco dell’entusiasmo, se viene usato l’accorgimento di saperlo miscelare nella giusta misura con gli altri elementi della propria vita che, necessariamente esistono, e che non possono essere trascurati o ignorati.
Colui che, infiammato dall’amore per un Maestro, si scorda l’amore che è tenuto a dare ai propri figli, ricaverà solo l’esatta misura del proprio egoismo e la certezza che, un domani, farà un cattivo uso di ciò che il Maestro gli ha dispensato!

Ecco allora che, sfrondato da ogni simbolismo, così potrebbe interpretare questo comandamento l’uomo che nel giusto cerca di vivere:

Padre mio,
non è in un giorno prefissato che io mi ricordo di Te,
ma ogni giorno della mia vita Tu sei presente nel mio sentire,
e da questa Tua presenza
io traggo ciò che penso di poter adoperare per venirti incontro,
affinché la distanza che sembra separarci possa diminuire più velocemente.

Se il primo giorno sarà il mio lavoro che richiederà la mia attenzione,
io mi osserverò mentre lo starò compiendo,
per riuscire a trarre da esso la capacità di essere giusto e onesto.

Se il secondo giorno sarà la mia famiglia che avrà bisogno di me,
io ad essa mi donerò cercando di capire perché ha dovuto chiamarmi,
senza che io mi accorgessi da solo del suo bisogno.

Se il terzo giorno i miei amici mi cercheranno
per raccontarmi le loro gioie e i loro dolori,
io li ascolterò, cercando nelle loro parole
la comprensione delle gioie e dei dolori che mi appartengono.

Se il quarto giorno avrò il desiderio di divertirmi,
non mi nasconderò questo desiderio;
ma dedicherò quei momenti di distensione
alla speranza di affrontare me stesso con maggiore serenità.

Se il quinto giorno i miei problemi mi assaliranno,
cercherò di ricavare da essi quella forza che so che Tu
hai messo a mia disposizione.

Se il sesto giorno vedrò una mano che si tende,
farò in modo di trovare, anche se le mie tasche saranno vuote,
almeno il bagliore di un sorriso.

E il settimo giorno mi volterò ad osservare
quell’uomo che mi sono lasciato alle spalle,
e che è solo appena diverso da me, fisicamente,
ma che, in realtà, non mi assomiglia più per nulla. Scifo


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