L’archetipo bene-male e le sue declinazioni 2 [sf25]

Abbiamo osservato di recente il concetto di bene/male nel modo più generico possibile, preoccupandoci, più che altro, di farvi notare lo sviluppo del concetto stesso nei secoli dal punto di vista della dinamica del suo sviluppo all’interno delle varie società umane di cui l’ipotetico Urzuk era un rappresentante di comodo per simboleggiare il più generico essere umano.

Risulta ovvio da quanto detto in precedenti nostri interventi che l’idea “bene/male” può essere fatta risalire, come genesi, a un archetipo permanente tra i più pregnanti in quanto coinvolge l’individuo nel suo percorso evolutivo in tutte le fasi della sua storia passata e lo coinvolgerà anche, indubbiamente, nella sua storia futura: la ricerca del bene (ipotizzabile come tendenza ad avvicinarsi sempre di più all’ancora più ampio archetipo “amore”) risulta essere, alla fin fine, l’ossatura dell’interiorità dell’individuo, la meta ancora incompresa che deve essere via via precisata per poter veramente arrivare a consonare con le vibrazioni proprie dell’archetipo dell’amore.

Nella “Critica della ragion pratica” Kant cantava le lodi de “il cielo stellato sopra di me e la legge morale al mio interno”, arrivando a sottintendere, più o meno apertamente, che ogni essere umano ha un senso etico innato che trascende i dogmi o i dettami di qualsiasi religione e che, da solo, sarebbe già di per sufficiente a indirizzarlo verso la migliore via da percorrere.

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Rapportando questo concetto agli insegnamenti che vi abbiamo portato negli anni questa intuizione kantiana si avvicina molto alla scoperta dell’esistenza di quegli archetipi permanenti che, abbiamo detto, risuonano nel Cosmo richiamandoci come fari subliminali verso la scoperta del bene e del male, dell’amore e, infine, di Dio stesso.

Una giusta osservazione che potreste muovere a confutazione di quanto ho appena detto sarebbe quella che sottolineasse come il concetto di “bene” (parallelamente a quello di “male”) ha preso connotazioni spesso estremamente diverse nella storia dell’essere umano. “E allora – potreste chiedervi e chiedermi – non si riesce a comprendere com’è possibile che questo senso innato kantiano o, per parlare con la nostra terminologia, l’influsso dell’archetipo permanente in questione abbia dato il via alla miriade di concezioni diverse di quest’unico concetto.”

La risposta sarebbe abbastanza immediata e comprensibile intuitivamente ricorrendo ad altri concetti basilari dell’insegnamento quali la percezione soggettiva della realtà e il diverso grado di comprensione di ogni individuo che si accinga a dare una connotazione al concetto di “bene”: è ovvio che per l’individuo il concetto di “bene” è estremamente relativo in quanto strettamente influenzato dalla sua percezione della realtà e dal grado di comprensione, di sentire, raggiunto.

Io volevo, però, sottolineare un altro particolare che, assieme a quelli appena citati, può contribuire a dare una risposta più particolareggiata che spieghi più complessamente il perché della discrepanza tra il concetto di “bene” dell’archetipo permanente e quello elaborato dall’essere umano.

Senza dubbio il “bene” espresso dall’archetipo permanente è da ritenersi assoluto, in quanto comprendente in sé tutte le possibili sfumature dal “bene” al “male” che aiutano a precisarlo e a renderlo completo. E le vibrazioni che l’accompagnano sono uniformi e costanti nel tempo (caratteristica che – avevamo detto – accomuna tutte le vibrazioni tipiche degli archetipi permanenti): l’archetipo permanente non cambia nel tempo ma il fascio vibratorio che emana, nella sua complessità, è assolutamente identico in ogni epoca temporale e in ogni posizione spaziale nella quale opera.

Ciò che provoca la discrepanza che potreste aver sottolineato è la ricaduta degli effetti delle vibrazioni dell’archetipo permanente sull’umanità, e quest’effetto è dato dalla formazione degli archetipi transitori. Questi, infatti, nascono dal tentativo di un gruppo d’individui aventi vicina evoluzione (e, di conseguenza, vicina comprensione) di adeguarsi inconsapevolmente alle vibrazioni costanti e decise emanate dall’archetipo permanente, senza però avere ancora una comprensione adeguatamente strutturata per poter vibrare veramente all’unisono con la vibrazione emessa dall’archetipo permanente.

Ne consegue che la concezione del “bene” codificata dall’individuo è costruita attraverso approssimative interpretazioni personali (spesso sbagliate o fuorvianti) di quello che l’individuo “crede” di aver compreso totalmente, con risultati spesso molto distanti da ciò che l’archetipo permanente suggerisce costantemente come “reale”, così reale da potersi ritenere assoluto.

Su questo effetto vorrei che vi soffermaste con un po’ più di attenzione di quanto possiate aver fatto fino a oggi: ogni archetipo permanente ha la sua “brutta copia”, anche in molte copie spesso diversissime tra loro, cioè un archetipo transitorio che cerca d’imitare, per quanto gli è reso possibile dalla comprensione del gruppo di persone a esso collegate, ciò che percepisce, attraverso le sue possibilità percettive e di sentire, dell’idea “assoluta” espressa dall’archetipo permanente.

Come potete notare il discorso è ampiamente strutturato e complesso in una maniera stupefacente, pur essendo, alla fin fine, semplice sia nella sua logica, sia nella sua meccanica, sia nello sviluppo della sua strutturazione.

[…] Ritorniamo, dunque, al nostro concetto di “bene”, lasciando per il momento da parte le risposte più ampiamente filosofiche e limitandoci a quelle osservazioni più semplici che, con maggiore facilità, possono venire affrontate da ognuno di voi. 

Una domanda che ognuno può percepire in attesa di risposta dentro di sé è: “Qual è il “bene” per l’individuo?”.

È ovvio che non esista una risposta univoca a questa domanda ed è per questo motivo che vi suggerirei di osservare i vari punti di vista, le varie prospettive in cui essa può essere esaminata alla ricerca di un quadro più complesso di quello comunemente accettato.

“Qual è il bene per il mio corpo fisico?”.
La risposta è a prima vista ovvia e banale: il proprio corpo fisico gode del suo massimo aderire al bene quando ogni sua componente è in perfetta armonia, senza scompensi, sbalzi energetici, sofferenze e malattie. In fondo, se ponete attenzione al vostro corpo fisico vi renderete conto che esso è un perfetto quanto complesso meccanismo che, per poter rimanere integro e manifestare la “vita” dell’individuo, necessita che tutte le innumerevoli parti che lo compongono non solo lavorino in maniera costante e adeguata ma, soprattutto, che queste parti riescano a interagire e a completarsi con tutte le altre permettendo la sopravvivenza fisica dell’individuo. 

Per dirla come potrebbe dire Scifo, ancora una volta è individuabile il principio del “così in alto, così in basso”: basta assimilare al corpo dell’individuo al concetto di “cosmo” per notare l’analogia con ciò che nel cosmo succede, permettendogli di esistere, ovvero l’interazione tra le sue parti costituenti, la necessità della loro presenza e l’aderenza alla spinta evolutiva che proviene dalla Vibrazione Prima.

Sulla scorta di questi elementi potremmo arrivare ad affermare che il massimo bene per il corpo fisico dell’individuo è individuabile nel suo trovarsi nella condizione ideale per portare a termine il compito per cui è necessaria la sua esistenza, ovvero permettere all’individuo incarnato d’immergersi nella materia del piano fisica e interagire con essa in maniera tale da poter acquisire, attraverso i processi dell’esperienza, il maggior numero di elementi utili per consentire all’intero “individuo”, di cui il corpo fisico costituisce solo un aspetto, di procedere nel suo percorso evolutivo aggiungendo sempre nuovi frammenti di comprensione che lo portano sempre più verso la riunione con il Tutto.

In mancanza, interruzione o malfunzionamento delle sue parti costituenti – pur esistendo una certa elasticità e compensazione tra i veri elementi – il corpo finisce col non poter più essere uno strumento utile e, quindi, più o meno velocemente si degraderà fino a portare all’abbandono di quella materia fisica da parte dell’individualità a cui essa era collegata.

Sembra tutto così ovvio, sembra tutto così logico, sembra tutto così facile al punto da arrivare a provare un grande stupore nel rendersi conto che l’uomo dovrebbe facilmente arrivare a comprendere che deve avere cura del proprio corpo come se fosse un bene prezioso mentre, evidentemente, questo non accade che raramente e, di solito, nei momenti in cui entra in gioco la sofferenza fisica e la paura di star male.

Negli ultimi anni della vostra storia il vostro corpo viene vessato in continuazione dalle condizioni ambientali in degrado, dai ritmi di vita incalzanti, dal nascere di tendenze apertamente autodistruttive come l’attuale uso di forare labbra, naso, palpebre e quant’altro per inserirvi ornamenti metallici e non.

È lecito domandarsi come mai si ha una tale noncurante indifferenza (quando addirittura non rasenta l’autolesionismo) nel benessere della propria fisicità. Le risposte possibili sono molte, alcune talmente soggettive che bisognerebbe darle individuo per individuo, ma altre, invece, più facilmente generalizzabili. Ombra

Dal ciclo Sfumature di sentire 2002-2007

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Catia Belacchi

È chiaro come l’archetipo “bene-male” passi attraverso le declinazioni degli archetipi transitori che poi influiscono le scelte individuali.

Leonardo

Io chiamerei l’archetipo permanente del bene con la lettera maiuscola: Il “Bene”, per distinguerlo dalla declinazione (inter-)soggettiva degli archetipi transitori.

Anche se faccio fatica a comprendere la differenza tra archetipo permanente del Bene e quello dell’Amore.

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