La funzione manipolatoria del linguaggio e dei simboli

“Ambarabàciccìcoccò
tre civette sul comò
che facevano l’amore
con la figlia del dottore,
il dottore le ammazzò,
ambarabàciccìcoccò.”

Vi è un’altra versione di questa filastrocca che termina con: “il dottore si ammalò”; naturalmente per il mio discorso ho dovuto fare una scelta tra le due filastrocche, quindi ho scelto la prima.

Certamente sarete stupiti da questo inizio, ma non è fatto per meravigliare, né per far domandare da qualcuno se il vostro Scifo finalmente è andato, come dite voi nel vostro linguaggio moderno, “in tilt”; infatti, sono davvero qua per parlare di questa filastrocca, filastrocca che deriva da tempi abbastanza lontani dai vostri tempi attuali e che può essere interpretata a livello simbolico.
Certo, ognuno di voi avrà udito questa filastrocca, specialmente nei suoi giorni dell’infanzia, e poiché è legata a quel periodo della sua esistenza l’avrà sempre ritenuta una filastrocca per bambini. Ora io ho intenzione di interpretare questa filastrocca simbolicamente.
Prendiamo quindi i termini della filastrocca uno per uno, vediamo qual è il significato simbolico di ognuno di essi e traiamo, quindi, una conclusione generale dai simboli incontrati nella filastrocca.

Ambarabàciccìcoccò”: l’originale era “Abracadabra – onci – tonco” e, per quei pochi di voi che non conoscono la parola abracadabra, questa indica semplicemente una famosissima formula magica, ritrovata in una varietà di testi esoterici di alta magia, risalenti a tempi molto remoti, e quindi un simbolo magico.

Tre”. Non mi sembra il caso di spendere molte parole per quello che riguarda il numero tre: la Trinità, la Trimurti e via e via; il tre si ritrova in tutte le religioni, in tutte le scienze esoteriche, in tutte le varie diramazioni occultistiche che assegnano al tre un indubbio significato magico e una certa potenza a seconda delle varie direzioni in cui questo tre può essere orientato.

La “civetta” stessa ha un suo significato simbolico, allegorico, abbastanza facilmente comprensibile; infatti voi tutti sapete che la civetta non è altro che un rapace, un rapace notturno, il quale quindi simbolicamente può interpretare, può raffigurare ciò che si aggira furtivamente con intenzioni ostili nella notte; vuoi un individuo malintenzionato, vuoi un’entità malintenzionata, e via dicendo.

Beh, per quello che riguarda il “comò”, forse non è poi così facile trovare un significato simbolico; tuttavia, se proprio volessimo trovarvene uno a tutti i costi, si può fare il raffronto tra comò e civetta; infatti voi sapete che la civetta vive appollaiata sui rami e quindi era necessario, per costituire questo legame simbolico, che essa – anzi esse, perché erano tre – fossero quantomeno al di sopra di un materiale ligneo.

La parte forse più scabrosa è quella che viene nel seguito della filastrocca, ovvero “che facevano all’amore”; forse qua, più che di significato simbolico, qualcuno potrà pensare che vi è qualcosa di un po’ spinto. In realtà, anche in questa frase può venire ravvisato un significato simbolico, in quanto l’atto del far l’amore è sempre stato considerato dall’umanità come un qualche cosa di peccaminoso, da fare di notte, e quindi legato simbolicamente ancora alla civetta, qualcosa che porta al peccato e che viene stigmatizzato come negativo, in linea di massima – specie se non santificato dal sacro vincolo del matrimonio – dalla religione della vostra società attuale.

La figlia del dottore”. Prima di poter esaminare la figlia simbolicamente, sarà utile il cercare di interpretare simbolicamente il dottore. Il dottore, nell’antichità, era considerato qualcuno al di sopra delle persone comuni – non il dottore che conoscete voi attualmente, quello normale, tipico delle vostre mutue, che in realtà sa più o meno quanto può ritrovarsi su un’enciclopedia pratica per tutti – ma il dottore dell’antichità era colui che sapeva, colui che, a differenza della maggior parte di coloro che lo attorniavano, era riuscito a penetrare i veli del mistero e andare oltre quella che era l’illusione compresa dagli altri dei suoi tempi.
Naturalmente in questo significato simbolico la figlia rappresenta la parte della luce nella filastrocca, ciò che si contrappone alla notte, ciò che si contrappone alle civette che tramano nel buio e, simbolicamente, si può quindi osservare che la figlia è del dottore in quanto il dottore è colui che sa e quindi è portato verso la parte luminosa, verso il bene, che è insidiato dalle civette, dalla notte e dal male.

Conclusione della filastrocca è che il dottore “uccide le civette”; questo non è da considerarsi letteralmente come un atto di crudeltà verso poveri animali ma, all’interno del simbolismo testé accennato, possiamo vedere in questo atto dell’uccidere le civette il fatto che il dottore con la sua conoscenza, con la sua sapienza, con la forza data da ciò che sa, riesce a sconfiggere il male, proteggendo la luce e il bene grazie alle sue conoscenze e alla sua consapevolezza.

Prima di andare avanti nella mia disquisizione, vorrei chiedere a tutti voi se la mia analisi della filastrocca vi sembra adeguata, se vi sembra che spieghi simbolicamente nel modo giusto la filastrocca o se qualcuno ha qualcosa da obiettare in merito; quindi facciamo un piccolissimo dibattito su quanto ho appena detto. Coraggio, qualcuno ha qualcosa da dire in merito?
Sembra proprio di no! Quindi si può arguire che quanto io ho detto è appagante per la razionalità, e fornisce effettivamente un senso, un’interpretazione simbolica a quella filastrocca.

Io ho preso questa occasione per parlare, appunto, del simbolismo; voglio chiarire prima di tutto che, effettivamente, la filastrocca non è altro che una filastrocca per bambini, in essa non è nascosto nessun segreto esoterico, non vi è nascosta nessuna formula magica, non vi è chissà quale conoscenza, non è altro che un insieme di parole proposte ad una mentalità infantile, vuoi per farla ridere, vuoi, magari, per farla addormentare e calmare.
Quindi scusate, perdonate la mia piccola bugia iniziale, ma era necessaria per poter continuare il mio discorso; è chiaro a questo punto che io tendessi a dimostrare qualche cosa, poiché non mi sembra che io sia solito indulgere in vaniloqui senza un senso finale; ma il senso finale creature, è semplicemente questo: state attenti alle interpretazioni simboliche, state attenti al simbolismo, state attenti a interpretare simbolicamente ciò che leggete e udite, perché qualsiasi cosa può essere presa – dal Vangelo all’elenco telefonico – ed essere, attraverso rigiri mentali, interpretata secondo un senso ben preciso, si può quindi far assumere ad un qualsiasi testo un significato usando il simbolismo.

Certamente nell’antichità – allorché l’esoterismo, l’occultismo, lo spiritismo e via e via, venivano perseguitati, venivano nascosti, celati agli occhi dei più – vi era a volte la necessità di camuffare l’insegnamento con simbolismi che potessero essere riconosciuti da chi era addentro nella conoscenza, ma che risultassero ignoti a chi questa conoscenza non poteva raggiungere.
Ma al giorno d’oggi, creature, come è stato detto recentemente, l’iniziazione è cominciata ad essere ben più generale di quella che era nel passato e certi simbolismi, certe cose che nel passato potevano anche essere giustificate attualmente non lo sono più.
Perché dunque – dico io – ricorrere per forza a simbolismi inutili quando è tanto semplice parlare il più chiaramente possibile, quando è tutto facile (allorché si vuol dare un messaggio agli altri) far capire direttamente il messaggio senza costringere gli altri a interpretare parola per parola ciò che viene detto?

Il linguaggio è un bellissimo strumento nelle mani dell’uomo, tuttavia offre alla mente dell’uomo stesso la possibilità di manipolare la sua percezione della realtà attraverso i propri bisogni, i propri desideri, le proprie pulsioni.
Con questo non intendo significare che deve essere abolito ogni modo di parlare difficile e che qualsiasi cosa deve essere presentata in modo molto semplice: è inevitabile che un certo tipo di argomenti – specialmente allorché si tratta di argomenti filosofici o tecnici – deve essere presentato con un linguaggio piuttosto ampio che chiarisca nel modo migliore possibile i concetti presentati; linguaggio che quindi, inevitabilmente, può non essere alla portata della cultura di tutti. Tuttavia se voi osservate i grandi maestri del passato, coloro che si sono aperti agli altri ed hanno offerto agli altri la propria conoscenza e il proprio sapere, la propria voglia di fare comprendere alle altri menti, sono sempre (o quasi sempre) stati molto chiari, semplici, diretti e lineari nel loro parlare.

Io vi dico quindi, creature: quando affrontate letture moderne di testi di maestri, o di entità o di qualsiasi altra persona che abbia qualcosa da insegnare, cercate prima di tutto di comprendere quanto è lasciato all’interpretazione del lettore, perché se pure una parte deve sempre e naturalmente essere lasciata all’opinione degli altri nell’interpretazione, i concetti principali, i concetti basilari devono essere sempre esposti in modo chiaro, comprensibile a tutti quanti.
E se così non è, incominciate a sospettare che le parole presentate come messaggi provenienti da chissà quale alta dimensione in realtà, sono presentati volutamente fumosi, volutamente oscuri e pieni di supposto simbolismo, affinché chiunque voglia credere possa trovare la risposta che desidera trovare nel messaggio presentato. Scifo


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4 commenti su “La funzione manipolatoria del linguaggio e dei simboli”

  1. Questo interessante e per un certo verso ironicamente dissacrante post lancia una sfida chiara e inappuntabile alla necessità della mente di essere complicata e di trovare il complicato su ogni cosa, perché, così facendo, forse riesce a trovare un senso più profondo e appagante al suo esistere, in sostanza, detto terra terra, le seghe mentali la fanno sentire più figa e viva? Mi pare inoltre che questo suo aspetto si applica purtroppo in molti aspetti del divenire umano, cercando soluzioni complicate magari etichettandole come altamente scientifiche, quando potrebbe esserci un modo molto più semplice e naturale.
    Ho una domanda in merito alla lettura simbolica di un testo sacro, come ad esempio la Bibbia, che mi riguarda per cultura di nascita: c’è davvero da fare una lettura simbolica o è solo una necessità di renderla attuale e leggibile alle menti moderne? Oppure il simbolismo era davvero tipico di genti antiche? Grazie

    • Sandra: Il fatto che l’Io pieghi il reale ai suoi bisogni, e dunque il linguaggio possa essere ampiamente manipolato e manipolatorio, non può vanificare l’importanza di un approccio simbolico al reale. Dunque, nella ricerca del semplice e dell’essenziale, non dobbiamo commettere l’errore di non cogliere la profondità di ogni cosa che si presenta alla nostra attenzione nel divenire.
      Ogni fatto che diviene, porta con sé la natura dell’Essere e a quella natura possiamo risalire attraversa la decodifica del simbolo che ci impatta.
      Tu sai che l’intero corpo della Bibbia è simbolico: se l’umanità da migliaia di anni si interessa ai suoi contenuti, non è solo perché cerca rassicurazione, ma anche perché in quelle pagine trova simboli che parlano al proprio interiore. Se fosse un libro morto, sarebbe scomparso da tempo.
      Ora, la Kabbalah, la corrente esoterica dell’ebraismo, ha indagato da sempre quei contenuti e ne ha svelato il substrato simbolico interpretandolo alla luce del suo paradigma: esistono dunque molteplici approcci al testo biblico e quello comunemente in uso nel mondo cristiano risulta particolarmente superficiale, perché non è sostenuto e non è illuminato da un paradigma unitario e credibile del reale.
      La sapienza e la saggezza che si dischiude agli occhi di coloro che hanno penetrato quei simboli, nulla ha da invidiare alla luce della conoscenza che a noi si mostra attraverso il contributo delle Guide.

  2. Considerando il fatto che il linguaggio non è altro che una serie di terminologie simboliche, ancorché appannaggio du una porzione più o meno ampia di individui, è evidente che per qualsiasi testo (e non solo, ovviamente) sia possibile eseguire una lettura simbolica. solitamente condizionata dal retroterra culturale simbolico che appartiene a chi sta interpretando.
    Il simbolismo dei testi sacri usava simboli strettamente influenzati dall’espressività dei popoli di quelle epoche (basta pensare al politeismo e all’attribuzione a dei, semidei o quant’altro di ogni fenomenologia della natura) in cui, oltretutto, la cultura era appannaggio di pochi e, quindi, per poter trasmettere concetti di una certa profondità era necessario ricorrere a simbolismi semplici e facilmente interpretabili (penso, ad esempio, alle parabole del Cristo).
    Nei secoli l’umanità è passata da un pensiero “magico” a un pensiero più razionale (o, se vogliamo, “scientifico”) e, di conseguenza, anche l’interpetazione simbolica si è andata modificando adeguandosi alle più moderne logiche di pensiero.
    Non credo che il simbolismo sia più tipico delle genti antiche che di quelle moderne, semplicemente è cambiate la prospettiva in cui interpretare i simboli, riflettendo le esigenze evolutive certamente diverse da quelle dell’uomo “antico”.
    In quest’ottica credo che l’interpretazione “modernizzata” dei testi sacri sia un conseguenza inevitabile, dal momento che col crescere dell’evoluzione vi è anche un ampliamento della comprensione della Verità parallela alle mutate condizioni evolutive e la diversa interpretazione simbolica porta a un affinamento dei concetti tramandati dagli antichi.
    Quello che mi sembra di capire è che, in fondo, disputare come si tende a fare se è vero quanto viene raccontato in un testo sacro non ha molta importanza, mentre, secondo me, è molto più importante riuscire a scorgere l’evoluzione del pensiero etico/morale dell’uomo al passare dei secoli e delle esperienze che l’intera razza umana ha via via affrontato lungo il suo percorso evolutivo.

  3. Post molto istruttivo. Non sono caduto nel tranello iniziale solo perché lo avevo già letto!
    Grazie anche per gli interessanti contributi dei commenti.

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